Alberto Lattuneddu (Federfarma Forlì-Cesena): nella provincia di Forlì-Cesena c’è un’iniquità da sanare

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Alberto Lattuneddu è presidente di Federfarma Forlì-Cesena da pochissimi mesi ma, come ci ha spiegato lui stesso, ha da tempo le idee piuttosto chiare sulle azioni che dovrebbero essere portate avanti dalla sua associazione. E ha intenzione di utilizzare tutti gli strumenti a sua disposizione per eliminare «l’estrema iniquità» che i farmacisti della sua provincia hanno sopportato finora.Alberto Lattuneddu

Dott. Lattuneddu, come si caratterizza la situazione in provincia di Forlì-Cesena?

Per i farmacisti della nostra provincia la situazione è piuttosto cupa sia dal punto di vista economico che professionale. Molte decine di colleghi neo-laureati (ma non solo) faticano a trovare uno sbocco professionale perché la situazione politico-economica del nostro territorio penalizza enormemente le Farmacie Territoriali. Io ho a disposizione alcuni dati relativi all’anno 2015 e all’anno 2016 che esprimono chiaramente la gravità di questa situazione e dati che, a ogni buon conto, mi preme sottoporre alla Sua giornalistica attenzione. Tutto ha origine da decisioni politiche e amministrative regionali riconducibili alla personale visione del Sistema Farmacia Territoriale da parte del Direttore Generale del Asl Unica della Romagna. In barba a qualsiasi principio di omogeneità e di uguaglianza, le risorse (leggasi DPC) e i gravami (leggasi Distribuzione Diretta – DD) vengono distribuiti in maniera estremamente iniqua. La provincia di Forlì-Cesena, insieme a quella di Rimini, sopporta il peso di quasi il 50% della Distribuzione Diretta regionale, ma questa percentuale raggiunge quasi il 65/70% per diverse molecole.

La provincia di Forlì-Cesena, nel 2016, ha subito una DD di farmaci Extra PHT pazienti presi carico pari a 1.052.416 pezzi, mentre la Provincia di Rimini, nello stesso anno, ha subito una DD farmaci Extra PHT pari a 925.890 pezzi. Pertanto le due sole province di Forlì-Cesena e di Rimini hanno subito complessivamente una DD di 1.978.306 pezzi nell’anno 2016, quando tutta la Regione Emilia Romagna ha avuto nello stesso anno un numero pezzi farmaci Extra PHT pazienti presi in carico pari a 4.532.091 pezzi. A Ravenna il numero di pezzi in distribuzione diretta è stato pari a 0,09 per abitante mentre a Forlì-Cesena questo parametro vale 2,65 e a Rimini 2,85: si tratta dei valori più elevati a livello nazionale. Le nostre due province, insieme, contano complessivamente 210.305 pezzi in DPC nell’anno 2016, mentre Ravenna, nonostante il numero sostanzialmente minore di abitanti, ne conta 658.610, pur essendo Forlì-Cesena, Rimini e Ravenna sotto la stessa AUSL della Romagna. Tutto questo in un panorama in cui l’importo lordo della ricetta si è ridotto da circa €24 a circa €13 in 5 anni. Tenga presente che le farmacie di Forlì-Cesena hanno perso in alcuni casi oltre il 50% del fatturato mutualistico negli ultimi cinque anni a causa della Distribuzione Diretta e questa diminuzione ha una valenza ancora più pesante per le Farmacie Rurali. Urge dunque capire come siano possibili tali difformità tra Province che vengono gestite, ribadisco, da un’unica Asl, e soprattutto da quanto sussistono questi ingiusti squilibri e come porvi rimedio.

confronto DPC 2015-2016 regione Emilia Romagna

Che accordi ci sono con le amministrazioni locali?

Innanzitutto va detto che il 20 marzo di quest’anno la delibera 327 della Regione Emilia Romagna ha prorogato l’accordo esistente sulla DPC del 2014. L’intesa prevede il trasferimento di diversi farmaci dalla distribuzione diretta alla DPC, associato al passaggio in convenzionata dei farmaci Extra PHT. Per garantire il corretto rispetto dell’accordo il testo prevede anche alcuni incontri quadrimestrali al fine di verificare il corretto svolgimento di tutti i passaggi chiave come la presa in carico dei farmaci di fascia A, il numero di pazienti assistiti e la quantità di farmaci distribuiti nelle Case della Salute.

Qui nasce un ulteriore motivo di contrasto con le Autorità locali: nonostante le mie ripetute richieste, infatti, né la Asl né la Regione ci hanno mai fornito i dati necessari per effettuare queste verifiche. Si tratta di un comportamento in aperta violazione non solo dei termini dell’accordo ma anche dei principi di pubblicità e di trasparenza dell’operato della pubblica amministrazione già sanciti da illo tempore, sin dalla legge Bassanini del 1990. Va infatti ricordato il diritto di ogni cittadino ad accedere ai dati detenuti dalla pubblica amministrazione senza alcuna limitazione e la possibilità di richiedere tali dati anche per via telematica.

Noi, peraltro, sappiamo con certezza che le amministrazioni sono in possesso di questi dati con il dettaglio analitico farmaci Extra PHT pazienti presi in carico per livello ATC 5, per ambito territoriale e per singola molecola per gli anni 2015, 2016 e certamente per i primi mesi del 2017.

È intollerabile che la Regione e la Asl tengano riservati dati pubblici di tale rilevanza in aperta violazione di un accordo formale.

Che motivazioni si nascondono a suo parere dietro questo atteggiamento?

La spiegazione è di tipo squisitamente politico: è chiaro che si tratta di dati che dimostrano in modo inequivocabile che Forlì-Cesena e Rimini pagano il “dazio”, per così dire, per una buona parte di tutte le altre province della Regione Emilia Romagna. Le amministrazioni locali e regionali avrebbero dunque l’obbligo di spiegare per quale motivo esistono tali disparità vieppiù tra province appartenenti alla stessa AUSL della Romagna: forse i sindaci della mia provincia valgono meno di quelli succeduti a Ravenna oppure ci sono altre recondite motivazioni che rendono il Diritto alla Salute del Cittadino, costituzionalmente tutelato, non omogeneo in tutto il territorio della medesima AUSL? Ci sono province in cui il farmaco è facilmente accessibile dai cittadini, vedi Ravenna, perché distribuito dalle Farmacie del territorio, private e pubbliche, e altre province, vedi Forlì-Cesena e Rimini, dove la massiccia DD dell’AUSL della Romagna si traduce in costi e disagi, in alcuni casi insostenibili, specie per i cittadini se anziani soli e non automuniti.numero pezzi per abitante distribuiti direttamente in ER

È chiaro che si tratta di risorse importanti per quanto riguarda la DPC in grado di incidere pesantemente sui bilanci dei distributori perché a € 1,15 al pezzo moltiplicato per il numero di pezzi distribuiti, come logistica e senza avere oneri finanziari, si raggiungono importi che possono anche salvare il bilancio di qualche grossista, sia esso comunale o cooperativa.

 

Ma vi sono anche altri aspetti discutibili. La legge del 2001 su cui si basa la Distribuzione Diretta imponeva che questa modalità coinvolgesse solo farmaci del prontuario ospedaliero. Qui, invece, si sta utilizzando una disposizione dello Stato in maniera quantomeno estensiva oltreché non equa. Mi preme rammentare che farmaci in DD vengono distribuiti gratuitamente, senza fare pagare alcun tipo di ticket, in barba al reddito personale. Ma perché un cittadino con un reddito elevato non dovrebbe pagare il ticket alla Distribuzione Diretta? In alcune province, inoltre, vengono assegnati alla Distribuzione per Conto diversi prodotti che costerebbero meno alle casse pubbliche se fossero in convenzionata. Varrebbe senz’altro la pena di indagare se tutto questo non configuri pure qualche forma di danno erariale e/o di fattispecie di reato.

Quali sono le prospettive per i farmacisti?

Non restano molte alternative, a parte la possibilità di trasferirsi in luoghi dove le farmacie territoriali vengano considerate una risorsa anziché un ostacolo quando non addirittura solo un costo, come sta accadendo nella mia Provincia. Se le Autorità locali continuano a perseverare in questo approccio, esiste la seria possibilità che le Farmacie Territoriali smettano semplicemente di svolgere alcuni o tutti i servizi che ora operano per conto della Asl. Tutti questi servizi vengono attualmente realizzati sottocosto: consideri per esempio la distribuzione dei referti ospedalieri che vengono rimborsati €0,30/cad: i costi per un collega farmacista collaboratore corrispondono a circa €0,44/minuto (considerando INPS, INAIL, 13°, 14° e studi di settore e volendo tralasciare carta, inchiostro e spese generali nonché l’eventuale affitto locali che farebbero lievitare il costo a oltre € 2,00 al minuto). Per andare a pari dovremmo far pagare ogni referto almeno € 2. Non è pensabile continuare a togliere risorse alle Farmacie Territoriali e nello stesso tempo chiedere loro un maggiore contributo. È paradossale che le amministrazioni pubbliche enfatizzino in continuazione la capillarità delle Farmacie Territoriali, per esempio per l’ottima riuscita di screening di vitale importanza, come quello del colon/retto, per poi considerarle sostituibili proprio quando si parla della loro vera mission, la distribuzione e la dispensazione «professionale» del farmaco.

Quali iniziative ha intenzione di avviare come presidente provinciale di Federfarma?

I titolari di farmacia non sono abituati a fare battaglie, perché si rendono conto dell’importanza sociale del proprio ruolo e lo ricoprono con professionalità e responsabilità. Personalmente, per esempio, sono contrario agli scioperi perché la mia priorità è, e sarà sempre, quella di tutelare la clientela. Purtroppo i nostri interlocutori, anche politici, tendono a interpretare questo comportamento come un sintomo di debolezza e pensano di trarne vantaggio. Federfarma, però, possiede tutti i diritti, le ragioni e anche gli strumenti giuridici per intervenire, in primo luogo ottenendo i dati tenuti ingiustificatamente riservati da Regione e Asl Romagna. Ogni eventuale diniego in questo senso comporta, a mio parere, una chiara violazione di legge oltre che una palese inadempienza contrattuale. Inoltre, ritengo che siamo in presenza di anomalie distributive regionali e vieppiù nella stessa AUSL della Romagna che meriterebbero una visita in più Procure della Repubblica per depositare esposti-denuncia dettagliati.

A tal proposito mi riservo di presentare, al limite in qualità di singolo cittadino, un esposto-denuncia presso più procure, chiedendo di indagare se si verifichi o meno la sussistenza di qualche ipotesi di reato, come per esempio l’abuso d’ufficio, nella distribuzione delle risorse e delle quote DPC che attualmente non tengono minimamente in considerazione il rapporto con il numero degli abitanti dell’ambito locale e provinciale. In questi anni io e tutti i miei colleghi titolari di farmacia, abbiamo investito moltissimo per mantenere in vita l’attività professionale di farmacia territoriale a servizio del cittadino, senza sacrificare l’organigramma, e svolgendo sempre e comunque un servizio sanitario e sociale di vitale importanza anche per conto della ASL e nonostante la drammatica discesa libera dei fatturati mutualistici a causa di visioni politiche regionali e, soprattutto, locali del “Sistema Farmacia”. Credo che ci sia dovuto, quanto meno, un maggiore rispetto da parte delle Amministrazioni che ci governano poiché siamo il principale “front office” del Sistema Sanitario, oltre ovviamente al Pronto Soccorso, sempre aperto, 365 giorni l’anno, sia di giorno che di notte e sette giorni su sette, tanto per evidenziare un servizio che in AUSL della Romagna viene dato probabilmente per scontato, ma che ha indubbiamente un onere economico totalmente a carico del titolare, onere che sta diventando pesante in quanto ci vengono tolte impunemente le risorse con modalità non più accettabili.

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