Le associazioni di settore chiedono un approccio armonizzato sui probiotici

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La richiesta al Parlamento europeo di lavorare a una normativa che favorisca un approccio armonizzato ai probiotici che permetta l’uso della stessa denominazione su tutto il territorio dell’Unione è contenuta nel position paper sottoscritto congiuntamente dalla European federation of health products manufacturers associations (EHPM), dalla International probiotics association (IPA) e dalla European Dairy association (EDA). Il documento è stato presentato nel corso del workshop “Promoting competitiveness for European SMEs. Enabling innovation in food/food supplement” che si è tenuto al Parlamento Europeo, organizzato dagli europarlamentari Nicola Caputo e Angélique Delahaye.

Per la prima volta una posizione univoca

Il documento pubblicato dalle tre associazioni di categoria rappresenta la prima volta che sui probiotici si crea un fronte comune a livello industriale. Una posizione, sottolinea Federsalus in una nota, che è del tutto affine anche alla posizione delle istituzioni italiane. Al centro del dibattito è la possibilità di utilizzare la denominazione “probiotico” in tutti gli Stati membri, giungendo anche ad armonizzazione della normativa del settore in linea a quanto previsto dal Regolamento europeo sui claim salutistici (Reg. EC n. 1924/06). Proprio in seguito alla promulgazione del Regolamento, segnalano le tre associazioni, sono oltre trecento i claim sui probiotici che sono stati respinti dalle autorità competenti o ritirati. “Non esiste un quadro europeo agibile per l‘uso del termine probiotci nell’etichettatura e nella comunicazione commerciale”, scrivono EHPM, EDA e IPA nel position paper. Ogni paese continua a fare per sé, e solo in alcuni casi è possibile ricorrere al principio del mutuo riconoscimento, con il rischio che i consumatori vadano a ricercare informazioni da fonti poco valide sul web. Un altro pericolo sottolineato dal documento è dato dall’uso del termine probiotico anche in relazione a prodotti non-food, che contrasta con quanto previsto dall’art. 17 del Regolamento UE sulle informazioni sui cibi ai consumatori (Reg. EU 1169/2011).

Le richieste dell’industria

Gli obiettivi di dare un maggior riconoscimento all’industria dei probiotici e di assicurare la protezione dei consumatori sono perfettamente compatibili, scrivono le tre associazioni. Ma per raggiungerli serve chiarire cosa sono i probiotici, a cosa servono e quali sono i claim salutistici che si possono applicare alle loro diverse funzioni. I criteri in tal senso sviluppati da IPA nel 2015 (clicca qui per scaricarli) rappresentano un primo riferimento in tal senso. Il position paper chiede che il termine “probiotico” sia utilizzato solo per descrivere microrganismi che rispondano a combinazioni di precisi requisiti. L’industria chiede anche di poter utilizzare una denominazione generica e tradizionale, riconosciuta a livello globale, che esprima la natura di questi alimenti. L’approccio armonizzato dovrebbe essere al centro dello sviluppo di una normativa dedicata da parte della Commissione UE. Dovrebbe, inoltre, essere possibile utilizzare liberamente il termine “probiotico” qualora non legato ad alcun claim salutistico. Le associazioni di settore chiedono anche che venga enfatizzato che non ci sono problemi di sicurezza circa l’inclusione di probiotici consolidati nei cibi e negli integratori alimentari. L’Annex del Regolamento sui claim, infatti, stabilisce che le etichette alimentari possano indicare le sostanze che mediano “un effetto nutrizionale o fisiologico benefico, come stabilito dall’evidenza scientifica generalmente accettata”. Una disposizione, sottolineano EHPM, EDA e IPA, che si applica anche ai probiotici.

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