Liebl (Ordine Bolzano): «Un territorio florido, ma con qualche incognita»

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Lavorare nella provincia più ricca d’Italia significa anche, per i farmacisti, essere liberi da ogni preoccupazione, almeno di natura economica e gestionale, presidente Liebl?
Per le farmacie la provincia autonoma di Bolzano non è, a tutti gli effetti, la classica isola felice. Quel che si può dire è che avvertiamo meno che altrove problematiche come quelle dei fallimenti a catena, ma analogamente ad altri soffriamo l’evidente flessione dei margini. Il complessivo buono stato di salute delle croci verdi si deve non tanto all’autonomia amministrativa quanto piuttosto alla piccola dimensione del territorio, a mio avviso. Oltre che all’attenzione che i titolari hanno riservato da sempre proprio agli aspetti gestionali. Tornando all’indebitamento, è stato senz’altro importante che i prezzi di vendita delle sedi farmaceutiche si siano mantenuti ragionevoli, contrariamente a quanto è accaduto in altre aree del Paese. Infine, l’obbligatorietà del bilinguismo pone di per sé un limite alla titolarità.

Maxim Liebl

In alcuni suoi interventi, ha puntato l’indice contro la sovrabbondanza dei laureati in Farmacia rispetto all’effettivo fabbisogno. Un problema che interessa anche Bolzano?
Al contrario: ancora una volta l’obbligo di legge di conoscere e parlare il tedesco come l’italiano è un limite per il ricambio generazionale dei farmacisti e l’ingresso di nuovi proprietari. Il travaso di competenze dalle regioni limitrofe non è parso sino a qui una strada praticabile e, di fatto, il rischio è di dover fronteggiare la mancanza di professionalità. Con 500 farmacisti attivi nell’intera zona, il mercato del lavoro è ristretto, nel settore. Ci si muove cioè su un filo sottile fra una domanda di farmacisti in crescita e l’eventualità che poi se ne assumano troppi, e che una crisi possa generare un’ondata di disoccupazione. Si tratta a dire il vero di una problematica ormai cronica, che forse tocca da più vicino le località montane.

Qual è il suo giudizio circa le relazioni con il Servizio sanitario nazionale?
Analogamente a quel che succede un po’ ovunque in Italia, i fatturati dovuti al Ssn sono in calo e le autorità provinciali stanno sempre più spingendo su un modello di distribuzione diretta che oltrepassi la distribuzione per conto. Questo è fonte di tensioni, specie alla luce della tendenza all’allineamento dei prezzi di alcune fasce a quelli del resto del Paese. Si deve però ricordare che qui, una fra le province più ricche d’Italia, gli affitti sono più elevati e così i costi del personale, a fronte di una spesa farmaceutica territoriale bassissima. Come si è già avuto modo di osservare, a patire le conseguenze più gravi sono soprattutto le rurali.

Puntare su un ampliamento dell’offerta di servizi è una strategia possibile?
Certo, anche qui il concetto del servizio a valore si sta facendo strada, specie nelle città, fra telemedicina e analisi in loco. Il paradosso è però che un welfare perfettamente funzionante fa sì che nelle aree rurali si faticherebbe a trovare clienti interessati a questo e ad altri tipi di servizi. Insomma, stiamo troppo bene: le prestazioni, a cominciare da quelle infermieristiche, sono disponibili gratuitamente e rapidamente ovunque; e così i distretti sanitari. Talvolta, perciò, l’impressione è che la necessità di innovare sia più sentita altrove che non qui.

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