Curare il Covid a casa: il protocollo dell’Istituto Mario Negri

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Il protocollo propone di intervenire nelle prime fasi dell’infezione così da poter trattare i pazienti Covid-19 a livello domiciliare scongiurandone il ricovero

L’emergenza sanitaria da Covid-19 ha determinato una grave criticità nella sanità. Nonostante nel corso dei mesi sia stato possibile ottimizzare i percorsi terapeutico-assistenziali e riorganizzare le strutture per meglio rispondere allo ‘tsunami’ sanitario provocato dal virus SARS-CoV-2, il sovraccarico delle strutture ospedaliere rimane un problema presente e incombente. Nuove indicazioni per curare Covid-19 a casa, con indiscussi benefici per il paziente e vantaggi per il sistema in termini di minore affollamento e risparmio di risorse, arrivano dall’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS di Milano.

Il protocollo suggerisce di avviare la terapia all’arrivo dei primi sintomi, senza attendere l’esito del tampone. Nei primi 2-3 giorni, infatti, il Covid è in incubazione e il paziente asintomatico. Nei 4-7 giorni successivi la carica virale aumenta, dando avvio alle prime manifestazioni: tosse, febbre, stanchezza, dolori muscolari, mal di gola, nausea e vomito. Intervenire in questo momento, con farmaci antinfiammatori, iniziando la cura a casa e affrontando il virus così come si farebbe con una qualsiasi altra infezione respiratoria, potrebbe accelerare il recupero e ridurre l’ospedalizzazione.

L’utilizzo dei farmaci antinfiammatori

La recente pubblicazione su MedRxiv ha dato ufficialità all’intuizione di Fredy Suter, primario, per oltre un decennio, delle Malattie infettive dell’Ospedale di Bergamo, e al suo primo paper presentato con Giuseppe Remuzzi, Direttore dell’Istituto Mario Negri, dal titolo “A recurrent question from a primary care physician: How should I treat my COVID-19 patients at home?”.

Secondo quanto elaborato da Suter e Remuzzi, se la febbre non è l’unico sintomo presente, i farmaci antinfiammatori non steroidei (Fans), così come anche l’acido acetilsalicilico (aspirina), sono da preferirsi al paracetamolo che, oltre ad avere una bassa attività antinfiammatoria, diminuisce le scorte di glutatione, sostanza che agisce come antiossidante. Questa carenza di glutatione rischierebbe di innescare un ulteriore peggioramento. Il beneficio offerto dagli antinfiammatori può, al contrario, tradursi in una minore progressione della malattia.

Lo studio effettuato

Il protocollo terapeutico è stato sperimentato su un gruppo di 90 pazienti, trattati a casa dai propri medici di famiglia, tra ottobre 2020 e gennaio 2021. Gli esiti riscontrati sono stati quindi messi a confronto con quelli di altri pazienti che presentavano le medesime caratteristiche (sesso, età, anamnesi), ma avevano ricevuto trattamenti terapeutici differenti.
Il dato più significativo emerso è che su 90 pazienti curati con gli antinfiammatori ai primi sintomi di Covid, ancora prima del tampone, solo due sono stati ricoverati, ovvero il 2,2% a fronte dei 13 del gruppo di controllo, pari al 14,4%. Il protocollo ha evidenziato quindi una ricaduta significativa sul numero di giorni di ospedalizzazione, riducendoli del 90%, con conseguenti effetti benefici in termini di costi per il sistema sanitario.
Inoltre, è stato stimato che il tempo medio occorrente per la remissione dei principali sintomi legati al Covid con l’assistenza domiciliare sia stato di 18 giorni, a fronte dei 14 necessari ai pazienti del gruppo di controllo. Questo mostra chiaramente che il trattamento domiciliare non è più rapido ma che l’intervento precoce è in grado di impattare sulla gravità delle manifestazioni cliniche, riducendo la necessità di ricorrere all’ospedale.

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