C’è un gesto che chi ha visto giocare Matteo Piano non dimentica: il braccio disteso verso l’alto, la palla portata sempre più su prima della battuta, fino a diventare quasi un’invocazione. I compagni lo prendevano in giro, dicevano che sembrava la Statua della Libertà. Lui rideva e continuava, perché quel gesto era diventato suo, come tutto il resto in una carriera che ha costruito un pezzo alla volta, senza che nessuno gliel’avesse consegnata in eredità.

Piano è nato ad Asti nel 1990, un metro e novantanove centimetri di centrale, di quelli che in palestra occupano lo spazio ma in campo lo condividono, perché la pallavolo, lo dice lui, è uno sport che ha senso solo se costruito insieme. Ha girato l’Italia da Piacenza a Città di Castello, da Modena a Milano, dove dal 2017 ha indossato la fascia di capitano della Powervolley. All’Allianz Cloud lo chiamavano semplicemente “Capitano”, urlandoglielo a squarciagola ogni volta che si avvicinava alla battuta. Con la nazionale ha vinto quasi tutto: un argento europeo nel 2013, due bronzi di World League, un argento mondiale nel 2015, e quell’argento olimpico a Rio de Janeiro nel 2016 che gli è rimasto addosso più di ogni medaglia d’oro mai sognata.

Ha smesso il 2 marzo 2025, giocando l’ultima partita a Milano davanti a una curva piena di amici arrivati da Asti apposta per lui. Non ha smesso perché il corpo non reggeva più: dice che avrebbe potuto giocare ancora, che di grinta ne aveva da vendere. Ha deciso di andarsene da capitano vero, non da uomo che scivola pian piano verso il basso. È una distinzione che per lui conta più di qualunque trofeo: c’è chi si spegne e chi si ferma. Lui si è fermato.

Oggi si racconta con la stessa franchezza con cui serviva: senza giri di parole, senza retorica da spogliatoio. Parla di quello che gli ha lasciato lo sport praticato ai limiti del corpo, della fatica di prendersi cura di sé quando il fisico diventa uno strumento di lavoro, e di quello che sta scoprendo ora che il campo non c’è più: la radio, la televisione, un progetto etico nato con un vecchio compagno di nazionale. E poi c’è quella cosa che ha scritto sul suo sito, quasi in contraddizione con tutto il resto: che ama i viaggi lenti. Lui che è andato a mille all’ora per vent’anni.

Partiamo da lontano. Com’è iniziato tutto, da bambino?

«È stata una fortuna, in un certo senso: in famiglia non c’era nessuno sportivo, quindi mi sono ritrovato da solo a decidere cosa fare di me. E ho scelto io, davvero, non me l’ha messo in testa nessuno. In tv c’erano Mila e Shiro, i cartoni animati della pallavolo, bellissimi. Oggi si direbbe che avevano un ruolo educativo, ma per me erano solo la cosa più bella del mondo. È partito tutto da lì, dal divertimento puro, non da un progetto da grande agonista. Quello è arrivato dopo».

Nella vita di Matteo Piano, la pallavolo è entrata a partire dal divertimento puro, non da un progetto da grande agonista
Nella vita di Matteo Piano, la pallavolo è entrata a partire dal divertimento puro, non da un progetto da grande agonista

Cosa ti ha conquistato di questo sport, in particolare?

«Mi piace da sempre, ma la cosa che trovo più bella è che è uno sport con le famiglie sugli spalti, con un’età media bassa, un modo sano di vivere lo sport. C’è vicinanza vera tra gli atleti e chi guarda: fiumi di ragazzine e ragazzini che seguono le partite da vicino, senza le distanze di altri sport. Non è un dettaglio, è quasi il senso di tutto».

E la squadra? Cosa significa davvero giocare in uno sport così collettivo?

«Lo diceva bene anche Berruto: è un numero enorme di persone concentrato in uno spazio piccolissimo. La pallavolo è costruita proprio così, come sport di squadra nel senso più fisico del termine. Non puoi nasconderti, non puoi giocare da solo. O costruisci con gli altri o non costruisci niente».

Quando hai capito che la pallavolo sarebbe diventata il tuo lavoro, e non solo il tuo gioco?

«È rimasto il mio divertimento, tutti i giorni, tutto il giorno: questo prima di ogni altra cosa. Ma a un certo punto ho capito che poteva diventare anche il mio lavoro. È stato un passaggio naturale, non una scelta drammatica. Ho continuato a fare la stessa cosa che amavo, solo che a un certo punto qualcuno ha iniziato a pagarmi per farla».

Il segreto della "sua" pallavolo? È uno sport con le famiglie sugli spalti, con un'età media bassa, un modo sano di vivere lo sport. C'è vicinanza vera tra gli atleti e chi guarda
Il segreto della “sua” pallavolo? È uno sport con le famiglie sugli spalti, con un’età media bassa, un modo sano di vivere lo sport. C’è vicinanza vera tra gli atleti e chi guarda

Cosa significa vincere per l’Italia, rispetto a vincere e basta?

«Vincere è bello, questo è indubbio. Ma con la maglia dell’Italia è un’altra cosa: senti di essere lì a rappresentare qualcosa che ti supera. Le Olimpiadi le sognerò per sempre. Era l’evento che sognavo da sempre, quello che tutti capiscono, quello che tutti guardano, anche chi di pallavolo non sa niente. Va oltre lo sport, è un linguaggio universale».

A Rio, nel 2016, avete vinto l’argento. Cosa resta di quella medaglia?

«Sognavo l’oro, come tutti, e perdere una finale olimpica fa male davvero, ci metti giorni a smaltirla. Ma quell’argento resta una delle cose più belle che mi siano capitate in vita mia. Le Olimpiadi sono il sogno di una vita intera: arrivarci, giocarti una finale, salire su un podio olimpico, sono cose che pochissimi al mondo possono raccontare. Quando indossi la maglia della nazionale senti il peso di chi l’ha vestita prima di te, l’onore di una storia che da bambino guardavo in tv, sognando quei giocatori come fossero i miei idoli. Quella medaglia è lì a dirmi che ci sono arrivato davvero, che quel sogno l’ho vissuto. Il resto conta fino a un certo punto».

Uno sport praticato ai limiti del corpo lascia il segno. Come si convive con gli infortuni?

«In carriera ne ho avuti diversi, di infortuni, e farsi male non lo impari mai davvero, anche quando ti succede più volte e ci ritorni. La cosa che conta è la prevenzione: arrivare prima del problema, non dopo. Cambiare l’entità dell’infortunio prima che diventi grave. Bisogna dirlo chiaramente: lo sport agonistico non è sano, porti il tuo corpo oltre quello per cui è fatto. Duecentocinquanta salti al giorno, pensaci: sono sforzi enormi, non c’è niente di naturale in quello che chiediamo al nostro fisico».

La cosa che conta nello sport agonistico, racconta Matteo Piano, è la prevenzione: arrivare prima del problema, non dopo
La cosa che conta nello sport agonistico, racconta Matteo Piano, è la prevenzione: arrivare prima del problema, non dopo

E quindi come ci si prende cura, concretamente, di un corpo messo sotto quella pressione?

«Fisioterapisti, osteopati, anche il dentista: prevenire, restare dentro la propria salute il più possibile. Da giocatore dovevo far passare il dolore per andare in campo, quindi giù di antinfiammatori, sempre. Adesso posso permettermi di ascoltare il corpo: se ho male non prendo niente, vado in piscina e scarico lì. È un lavoro quotidiano, silenzioso, che nessuno vede dall’esterno».

Hai smesso a marzo 2025, ancora capitano. Perché in quel momento e non prima o dopo?

«Volevo smettere da forte, non da uomo nella parabola discendente. Ero capitano, pretendevo molto dagli altri e da me stesso: non volevo vedermi scendere piano piano, perdere colpi partita dopo partita. Da capitano rompevo parecchio le palle proprio per questo, perché quando pretendi devi anche dare tantissimo, sempre. Ero arrivato in alto: tornare in basso, gradualmente, non faceva per me».

E adesso, senza il campo, cosa stai scoprendo di te?

«Sto facendo altro: radio, tv, condurre eventi che non sono sport mainstream. E mi accorgo di essere bravo anche in queste cose, cosa che non sapevo. Il talento, in un certo senso, non stava nello sport: stava in me, e lo sport è stato il posto dove ho imparato tantissimo lavorandoci sopra ogni giorno. Ora quel talento lo sto ritrovando altrove, e mi sta sorprendendo».

Chiudiamo con una cosa che hai scritto sul tuo sito, che stona con tutto quello che mi hai raccontato finora: dici di amare i viaggi lenti. Tu che sei sempre andato a mille.

«Io e la lentezza siamo sempre stati molto distanti, è vero. Poi un giorno, prima delle Olimpiadi, ero su un furgone Volkswagen e ho notato la lentezza per la prima volta davvero: ho preso la statale invece dell’autostrada, e basta, è cambiato tutto. La lentezza ti fa osservare le cose, ti fa vedere il cortile di una casa che altrimenti passeresti senza guardare. Sono cresciuto durante e con i social, siamo tutti abituati ad andare veloci. Io vado a mille da sempre, resto dentro questo mood anche adesso. Ma ogni tanto la lentezza non mi fa male. Anzi, forse è l’unica cosa che ancora non ho imparato bene, e per questo mi interessa così tanto».

Articolo tratto dall’edizione cartacea n.8, settembre 2026, p.22

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