Quasi 5,8 milioni di persone, pari al 9,9% della popolazione, nel 2024 hanno rinunciato ad almeno una visita o un esame. Il dato, richiamato dalla Fondazione GIMBE nel suo 9° Rapporto sul Servizio Sanitario Nazionale – presentato nella Sala della Regina di Montecitorio a Roma il 7 ottobre scorso – fotografa una delle principali contraddizioni della sanità italiana: mentre aumentano formalmente le Regioni che risultano adempienti rispetto ai Livelli Essenziali di Assistenza, cresce anche la difficoltà dei cittadini ad accedere alle prestazioni.
Nel 2024 le Regioni adempienti secondo il Nuovo Sistema di Garanzia – NSG, sono infatti salite da 13 a 18, ma la quota di popolazione che ha rinunciato alle cure è passata dal 7,6% al 9,9%. Una “pagella” positiva, quindi, non coincide necessariamente con un SSN in grado di garantire le prestazioni in tempi adeguati e senza barriere economiche o territoriali.
La questione delle risorse
Il nodo alla base di tutto è un problema di finanziamento. Secondo GIMBE, tra il 2023 e il 2026 si sono accumulati 18,8 miliardi di euro di “tagli invisibili”, ovvero risorse che sarebbero state disponibili se il rapporto tra Fondo Sanitario Nazionale e PIL fosse rimasto quello del 2022. Nel 2026 il finanziamento sanitario, tuttavia, considerato al netto dell’inflazione, è tornato sostanzialmente ai livelli reali del 2010.
E le prospettive non sono migliori: per il triennio 2027-2029 GIMBE stima un divario cumulativo di 32,3 miliardi tra finanziamento e previsioni di spesa sanitaria. Senza nuove risorse, una parte crescente dei costi andrà inevitabilmente a trasferirsi sulle Regioni e, in ultima istanza, sui cittadini.
In questo scenario la spesa out-of-pocket, che nel 2025 ha toccato i 42,4 miliardi di euro – ha sottolineato il Presidente GIMBE Nino Cartabellotta – non è più un indicatore delle inadempienze del sistema pubblico. Il rischio è quello di un sistema sempre più a due velocità, nel quale chi può pagare accede più rapidamente alle cure, mentre chi non può deve attendere o rinunciare.
Il divario Nord-Sud e la mobilità sanitaria
La difficoltà di accesso non è però distribuita uniformemente. Le differenze regionali restano profonde e interessano prevenzione, assistenza distrettuale e ospedaliera. Nel 2024 Calabria e Sicilia risultavano, rispettivamente, inadempienti nell’area distrettuale e in quella della prevenzione.
Un indicatore particolarmente significativo è la mobilità sanitaria: nel 2023 ha raggiunto 5,15 miliardi di euro, il valore più elevato dal 2010. Dietro questo dato ci sono anche cittadini costretti a spostarsi dalla propria Regione per trovare risposte assistenziali considerate più adeguate o tempestive.
Ancora, in tal senso è particolarmente impattante il dato sul divario nell’aspettativa di vita: i tre anni che separano la PA di Trento e la Campania non rappresentano infatti un caso isolato: tutte le regioni del meridione – dove fino a 50 anni fa “si viveva meglio” hanno un valore inferiore alla media nazionale, attribuibile a maggiori difficoltà nell’accesso alle cure e politiche di prevenzione insufficienti.
LEA: aggiornare significa anche scegliere
Dal 30 ottobre 2026 entreranno in vigore i nuovi LEA, dopo quasi dieci anni di attesa. Ma, come sottolinea GIMBE, inserire prestazioni nei Livelli Essenziali di Assistenza non significa automaticamente renderle accessibili: occorre che le Regioni dispongano di personale, organizzazione e risorse per garantirle in modo uniforme e tempestivo.
In una fase di risorse limitate, diventa quindi cruciale selezionare prestazioni ad alto impatto capaci di produrre reali benefici e superare prestazioni obsolete o di scarso valore.
Non si tratta di rinunciare a garantire le cure, ma di stabilire con criteri trasparenti quali interventi debbano avere priorità. Altrimenti il rischio è che a decidere siano, di fatto, le liste d’attesa, la disponibilità territoriale o la capacità economica del singolo cittadino.
Serve una strategia di lungo periodo
Per il rilancio del SSN, «malato ma ancora curabile» secondo Cartabellotta, il Rapporto propone 16 linee di intervento: dal finanziamento alla riduzione dei divari territoriali, dall’aggiornamento dei LEA a interventi sul personale, dal potenziamento del territorio alla prevenzione e alla digitalizzazione. «Risorse e riforme devono procedere di pari passo» ha chiarito il presidente GIMBE.
La questione centrale, però, è la prospettiva temporale. Per recuperare capacità di risposta non bastano interventi annuali: serve una programmazione almeno decennale, che definisca bisogni, priorità e risorse. «Altrimenti il SSN continuerà a ricevere ciò che resta delle risorse disponibili, anziché ciò che serve per garantire il diritto alla salute». E la distanza tra il diritto formalmente riconosciuto e la possibilità concreta di curarsi rischierà di ampliarsi ulteriormente.


