In farmacia le prescrizioni per la scabbia sono molto frequenti: al banco è facile rendersi conto di come i trattamenti proposti, spesso non siano immediatamente efficaci, ma vengano riproposti più volte sul medesimo paziente perchè l’infezione non trova soluzione.

Secondo i dati disponibili, negli ultimi 10-20 anni la frequenza di questa patologia, sotto forma di epidemia, sembra essere in aumento non solo in quei Paesi dove la scabbia è maggiormente diffusa, ma anche in numerosi stati storicamente caratterizzati da una bassa incidenza di malattia come Turchia, Spagna, Irlanda e anche Italia.

La scabbia è un’infestazione cutanea causata da un acaro microscopico, il Sarcoptes Scabiei che si può trasmettere attraverso un contatto pelle-pelle prolungato: per questo tende a diffondersi tra chi convive nello stesso ambiente ovvero in famiglia, tra partner, in comunità chiuse come case di riposo o scuole.

Un recente lavoro di ricerca

Il più ampio studio prospettico sulla scabbia e il suo trattamento mai condotto in Europa  ha analizzato i dati relativi a 1751 pazienti seguiti in 28 centri dermatologici italiani tra il 2024 e il 2025, evidenziando quanto il trattamento d’elezione utilizzato per questa infezione non sia effettivamente così efficace.

Dallo studio è emerso che l’utilizzo della permetrina, trattamento di prima scelta secondo le attuali linee guida, genera un tasso di guarigione di poco superiore al 40%, contro l’80% circa ottenuto da benzoato di benzile e ivermectina orale.

«Classicamente, il trattamento per la scabbia viene effettuato con permetrina per uso topico secondo lo schema 1-7-1 ovvero un’applicazione, sette giorni di sospensione e poi una nuova riapplicazione dopo 7 giorni. In realtà, l’applicazione andrebbe fatta per più giorni consecutivi prima dell’intervallo di sospensione. Spesso questa cura non funziona o comunque non sortisce gli effetti sperati» precisano il dottor Tommaso Ioris e il dottor Riccardo Balestri, rispettivamente primo autore e coordinatore dello studio in questione.

Il trattamento fallisce anche perché non c’è un’adeguata compliance da parte dei pazienti, come tengono a sottolineare i due esperti: «L’applicazione della permetrina dovrebbe essere effettuata su tutto il corpo, insistendo sulle pieghe cutanee, sotto le unghie e negli spazi interdigitali senza dimenticare il capo nei bambini sotto i tre anni. L’applicazione andrebbe fatta di sera, in modo da permettere che il prodotto non venga rimosso in alcun modo per le successive 12 ore, su cute non accaldata, quindi non dopo un bagno caldo. Un’ulteriore accortezza riguarda il lavaggio delle mani, che andrebbe evitato dopo l’applicazione per non eliminare il farmaco proprio dalle sedi più frequentemente coinvolte dall’infestazione».

L’alternativa topica alla permetrina è rappresentata dal benzoato di benzile alla concentrazione del 6,25%-10%-12,5%-25% in funzione dell’età del paziente, da applicare una volta al giorno per 2-3 giorni consecutivi, con riapplicazione a 7 giorni. «Pur trattandosi di una terapia topica, e quindi soggetta agli stessi problemi di aderenza terapeutica, il benzoato di benzile mostra tassi di successo superiori rispetto alla permetrina. D’altra parte però, ad oggi, la permetrina è di facile reperibilità, mentre il benzoato di benzile non è disponibile su larga scala commerciale, ma solo come galenico» rimarcano Balestri e Ioris.

È disponibile, infine, l’ivermectina per os, anch’essa raccomandata come trattamento di prima linea. Si assume una prima dose in base al peso corporeo del paziente, da stimare sempre in eccesso, da ripetere dopo una settimana e raccomandando la somministrazione sempre a stomaco vuoto. A stomaco pieno, infatti, il farmaco viene assimilato più del dovuto esponendo il paziente a un maggior numero di effetti collaterali.

Le norme igieniche da seguire

Qualunque sia il trattamento prescelto è bene ricordare che contemporaneamente andrebbero seguite norme igieniche ben precise.

  • Lavare in lavatrice ad alta temperatura (almeno 60°C) la biancheria personale, i vestiti, le coperte, le lenzuola usati nei 7 successivi all’inizio della terapia. I vestiti che non possono essere lavati ad alte temperature devono essere riposti in un sacco di plastica chiuso per almeno 5 giorni (l’acaro non sopravvive più di 3-4 giorni senza il contatto con la cute) e poi lavati alla temperatura indicata per lo specifico capo d’abbigliamento/tessuto.
  • Pulire e disinfettare tutti gli ambienti e le superfici in modo accurato con acqua e comuni detergenti. Dopo la pulizia assicurarsi di sciacquare abbondantemente per rimuovere i residui di acari.
  • Aspirare in modo accurato i residui di acari da divani, materassi, poltrone e da tutte le altre superfici. Poi, coprire divani e poltrone con dei teli lavabili ad alta temperatura da sostituire quotidianamente per i primi due giorni di terapia. Aspirare e pulire i tappeti che devono essere arrotolati e riposti fino alla fine del trattamento (almeno per 7 giorni)

Poichè l’acaro della scabbia si trasmette soprattutto negli ambienti di comunità, quando ci sono più casi conclamati può succedere che vengano emessi degli avvisi di pericolo di infezione.

In questi casi la profilassi andrebbe fatta con permetrina, ivermectina o benzoato. «Naturalmente, in questi casi sarebbe bene fidarsi del buon senso: può essere inutile la profilassi in una classe di scuola superiore dove l’interazione fra studenti in classe è minima, molto utile in un asilo dove i bambini condividono i giochi, gli spazi e gli ambienti» concludono i due esperti.

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