La supplementazione enzimatica rappresenta un supporto utile nella gestione di alcune intolleranze alimentari, soprattutto quando esiste una diagnosi chiara e confermata che ne identifichi con precisione il bersaglio terapeutico.
Nonostante si tratti di un approccio che non cura la causa dell’intolleranza e non consente al paziente di assumere liberamente un determinato alimento senza conseguenze, il ruolo dell’integrazione enzimatica è piuttosto quello di contribuire a ridurre il carico sintomatologico associato all’assunzione di specifici alimenti. L’obiettivo, dunque, è quello di contribuire a migliorare la qualità di vita del paziente.
Il consiglio integrativo in farmacia può quindi risultare realmente efficace, a patto però che derivi da un corretto inquadramento diagnostico. È a partire dalla diagnosi che il farmacista può intervenire in maniera appropriata, contribuendo alla gestione della condizione e accompagnando il paziente lungo il percorso di tutela della propria salute.
Il caso dell’intolleranza al lattosio
Come abbiamo visto nei capitoli precedenti di questa rubrica, il meccanismo principale alla base della comparsa dei sintomi dell’intolleranza al lattosio è la riduzione dell’attività della lattasi, l’enzima che scinde il lattosio in glucosio e galattosio.
Quando il lattosio non viene adeguatamente digerito raggiunge il colon, dove richiama acqua per effetto osmotico e subisce un processo di fermentazione da parte del microbiota. Da questo processo deriva la produzione di idrogeno, metano e anidride carbonica, responsabili della comparsa di sintomi come meteorismo, dolore addominale, flatulenza e diarrea.
In presenza di una diagnosi confermata, l’integrazione con lattasi può favorire la digestione del lattosio e aumentare la soglia individuale di tolleranza, riducendo la quantità di substrato che raggiunge il colon e, di conseguenza, i fenomeni fermentativi associati.
Il ricorso alla supplementazione enzimatica può tornare utile ed efficace anche nel periodo compreso tra il primo contatto con il professionista sanitario e l’avvio dell’iter diagnostico. Proporre la lattasi in modo guidato a un paziente che riferisce sintomi chiaramente associati al consumo di latticini può rappresentare una strategia temporanea, purché sia chiaro che l’obiettivo finale resta l’accertamento diagnostico.
Anche una dieta di esclusione selettiva e limitata nel tempo, focalizzata su un singolo alimento per sette-dieci giorni, può rappresentare uno strumento empirico a bassa invasività. Rispetto a regimi eliminatori prolungati, non diventa un’abitudine difficile da modificare e aiuta a ridurre il rischio di restrizioni dietetiche non necessarie.
Limiti e rischi
L’integrazione con lattasi in assenza di una diagnosi richiede comunque cautela. In una condizione che oggi è già assai sovrastimata nella popolazione, un miglioramento reale o percepito può portare il paziente ad auto-confermare una diagnosi effettivamente mai formulata, rischiando così di ritardare ulteriormente gli accertamenti necessari.
Per questo, qualsiasi forma di supplementazione enzimatica dovrebbe essere limitata nel tempo, adeguatamente spiegata al paziente e inserita all’interno di un percorso che preveda il proseguimento dell’iter diagnostico.
Il caso del glutine
Considerazioni simili possono essere fatte per la condizione di sensibilità al glutine. La supplementazione con glutenasi o peptidasi specifiche consente di degradare più facilmente alcuni peptidi del glutine, favorendone la digestione e riducendo il rischio immunologico responsabile della celiachia.
Nel paziente con diagnosi confermata di celiachia, tuttavia, questi prodotti non rappresentano un trattamento curativo e non possono sostituire in alcun modo la dieta priva di glutine, che resta invece l’unico trattamento riconosciuto per la malattia.
Il loro possibile impiego trova maggiore interesse nel contesto della gluten sensitivity o in soggetti che, dopo lunghi periodi di esclusione, si trovano in una fase di graduale reintroduzione del glutine.
Anche in questo caso, l’eventuale supplementazione empirica dovrebbe essere limitata nel tempo, chiaramente comunicata al paziente e subordinata al completamento del percorso diagnostico. Non deve diventare un’alternativa alla diagnosi né compromettere l’affidabilità degli accertamenti successivi.
Il consiglio al banco
In questo scenario, il ruolo del farmacista è sempre più rilevante, rappresentando molto spesso la prima figura sanitaria di riferimento.
Quando un paziente si presenta in farmacia con sintomi persistenti da settimane, la priorità resta sempre il corretto inquadramento diagnostico. Sulla base di una diagnosi precisa e confermata, ogni professionista del banco dovrà seguire il principio del “giusto enzima al giusto paziente”.
La supplementazione enzimatica è, infatti, uno strumento utile soltanto se inserita all’interno di un percorso strutturato, basato sulle evidenze e sulle reali esigenze di ogni singolo paziente.
Solo così il farmacista può contribuire in maniera significativa alla gestione di un’intolleranza alimentare, supportando il paziente senza sostituirsi al processo diagnostico.


