In un’epoca caratterizzata da una metamorfosi sociale e tecnologica senza precedenti, la figura del farmacista sta vivendo una profonda evoluzione. Da “dispensatore di medicinali”, questo professionista si è trasformato in un pilastro fondamentale del sistema sanitario, agendo come garante della salute pubblica in un contesto demografico segnato dall’invecchiamento della popolazione e dalla cronicità.
La società moderna richiede risposte rapide, competenza scientifica e prossimità. In questo scenario, la farmacia non è più solo un punto vendita, ma un hub di servizi sanitari.
Il farmacista territoriale è spesso il primo punto di contatto tra il cittadino e il Servizio Sanitario Nazionale. La sua importanza risiede nella capacità di coniugare l’accoglienza umana con l’accuratezza clinica, offrendo consulenza sull’uso corretto dei farmaci, monitorando l’aderenza terapeutica e promuovendo la prevenzione.
Tuttavia, questa efficacia sul territorio non sarebbe possibile senza il lavoro “dietro le quinte” del farmacista industriale e dei farmacisti ospedalieri.
Infatti, il progresso della farmaceutica moderna si fonda su una collaborazione triunivoca e imprescindibile tra tre anime della stessa professione: quella industriale, quella territoriale e quella ospedaliera.
Il farmacista che opera nell’industria è l’architetto del farmaco. Dalla ricerca e sviluppo alla produzione, dal controllo qualità agli affari regolatori, il suo obiettivo è garantire che ogni molecola sia sicura, efficace e producibile su larga scala. Negli ultimi anni, l’attenzione si è spostata anche verso farmaci biotecnologici e terapie personalizzate, che richiedono competenze tecniche sempre più elevate.
Due figure in comunicazione
Tuttavia, senza il farmacista di comunità e il farmacista ospedaliero, l’innovazione prodotta nelle industrie rischierebbe di rimanere un concetto astratto o, peggio, di essere utilizzata in modo improprio.
Infatti, all’interno delle strutture sanitarie, il farmacista ospedaliero opera nel cuore della gestione clinica, diventando il consulente strategico dell’equipe medica e assicurando che l’uso dei medicinali sia appropriato e sostenibile.
Invece, il farmacista territoriale “traduce” la complessità della ricerca industriale in consigli pratici per il paziente. È lui a gestire la catena del valore finale, assicurando che la conservazione, la gestione e l’assunzione del farmaco rispettino gli standard previsti in fase di produzione. La farmacia di comunità è spesso il primo punto di contatto tra il cittadino e il Servizio Sanitario Nazionale. In una società che invecchia, il farmacista territoriale diventa un educatore sanitario fondamentale.
Perché la società possa beneficiare appieno dei progressi scientifici, la comunicazione tra questi mondi deve essere costante.
Infatti, il farmacista territoriale e il farmacista ospedaliero possono riportare all’industria dati preziosi sulla farmacovigilanza e sulle reali necessità dei pazienti (ad esempio, difficoltà nell’assunzione di determinate forme farmaceutiche).
Invece l’industria fornisce al territorio le conoscenze tecniche necessarie per gestire farmaci sempre più complessi, come quelli che richiedono una catena del freddo rigorosa o istruzioni specifiche per la somministrazione.
Questa sinergia crea un circolo virtuoso che mette al centro il paziente, garantendo non solo la cura, ma il benessere complessivo della persona.
Il farmacista, in ogni sua declinazione, rappresenta il custode della sicurezza del farmaco. In una società che corre verso la digitalizzazione e l’automazione, l’elemento umano e la competenza trasversale di questo professionista restano insostituibili.
Un imperativo ideologico
Al fine di garantire questa continua sinergia a mio parere alla base di tutto c’è la formazione continua del farmacista in tutte le sue sfaccettature. La formazione non è e non deve essere percepita come un obbligo burocratico legato all’acquisizione dei crediti ECM (Educazione Continua in Medicina), ma rappresenta, piuttosto, un imperativo deontologico e una strategia di aggiornamento continuo in questo mondo dinamico. Infatti, la velocità con cui la scienza progredisce è vertiginosa, soprattutto in ambito sanitario e un farmacista che non si aggiorna rischia l’obsolescenza delle proprie competenze nel giro di pochi anni.
Inoltre, il cittadino-paziente è cambiato. È più informato (spesso in modo disordinato tramite il web), più esigente e alla ricerca di risposte immediate e qualificate. Di fronte a un paziente che chiede chiarimenti su un’interazione farmacologica complessa o sull’uso di un dispositivo per la telemedicina, il farmacista deve offrire una risposta basata sulle ultime evidenze scientifiche. La competenza è la base della fiducia, e la fiducia è il capitale più prezioso di cui dispone la farmacia.
Sinergia e competenza
Non dimentichiamo, infine, la nascita della “Farmacia dei Servizi”, infatti elettrocardiogrammi, spirometrie, screening di prima istanza e vaccinazioni richiedono competenze tecniche e manuali che esulano dalla formazione accademica e che necessitano di un aggiornamento costante e pratico.
Tutti questi aspetti, dalla sinergia tra le diverse sfaccettature del farmacista alla formazione continua, sono il caposaldo di Agifar (Associazione dei giovani farmacisti), un network tra le diverse realtà dove i giovani professionisti possono confrontarsi tra di loro in questo mondo in continua evoluzione e dove le scuole di farmacia clinica sono un punto saldo per la formazione continua.
In conclusione, in una società in continua evoluzione, il farmacista è l’unico professionista in grado di governare la complessità del farmaco e la formazione continua è l’arma per stare al passo con i tempi.


