La salute mentale è la grande sfida della nostra epoca. È un’emergenza silenziosa, che attraversa soprattutto le nuove generazioni. Ogni giorno, in media, più di millesettecento persone si rivolgono in Italia al Pronto Soccorso (PS) per un disturbo psichiatrico. Occorre garantire l’accesso, la qualità e la continuità dell’assistenza psicologica e psichiatrica, in cui il territorio – medico di medicina generale (MMG), la prima sentinella, specialisti, per orientare diagnosi e cure appropriate, farmacisti, potenziali intercettatori del problema con un ruolo di prevenzione, promozione dell’aderenza terapeutica, lotta allo stigma, supporto quotidiano ai pazienti con disturbi mentali – sia una rete sinergica e proattiva.

Sono gli obiettivi per arginare i disturbi mentali, fenomeno in crescita, promossi anche dalla Giornata Mondiale della Salute Mentale 2026, quest’anno incentrata sul tema “Lived Experiences Heard: Real Voices, Real Change” (Ascoltare le esperienze vissute: voci reali, cambiamento reale). Dare valore e spazio alle persone che affrontano in prima persona il disagio psichico, trasformando le loro testimonianze dirette in strumenti concreti di cambiamento sociale e di lotta allo stigma.

I dati

Il Global Burden of Disease stima, nel mondo, oltre 300 milioni di persone con disturbo depressivo, fra le patologie più rappresentate in ambito di salute mentale, insieme ai disturbi d’ansia, questi ultimi passati da poco più di 300 milioni di casi all’inizio degli anni ’90 agli attuali 450 milioni circa. «Numeri che posizionano gli stati ansiogeni nel loro complesso – dichiara Giorgio Di Lorenzo, Professore Ordinario di Psichiatria presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” – come la patologia psichiatrica più diffusa e di grande impatto sulla persona, i famigliari, il caregiver, il contesto sociale. A fronte della schizofrenia, la patologia psichiatrica per eccellenza, che interessa circa 24 milioni di persone nel mondo. Il dato più allarmante riguarda i giovani di età compresa fra 10 e 24 anni, per i quali si stimano circa 280 milioni di casi di disturbi mentali nel mondo, pari a ¼ dell’intero carico. Un problema concreto anche in Italia: il Rapporto Ministeriale del 2026, basato su dati del 2024, riporta circa 106 casi per 10 mila abitanti tra le ragazze e 82,4 casi tra i ragazzi; numeri che devono orientare le politiche sanitarie e la prevenzione. In generale, nel nostro Paese, secondo il Rapporto, i servizi territoriali assistono circa 845 mila persone adulte, con un tasso standardizzato di 172 casi ogni 10 mila abitanti, pari a 1,7 persone ogni 10, ovvero 2 persone su 10 e 1 su 5: il valore storico più alto mai registrato. Il 66% sono persone con più di 45 anni, con punte massime tra i 45 e i 64 anni, di cui, sulla totalità, il 56% riguarda le donne, con una prevalenza netta del disturbo depressivo. Stime così elevate attestano che giungono all’attenzione dei servizi specialistici persone con problematiche mentali già in fase avanzata e – altro dato rilevante – che riguardano una fetta importante di popolazione in età produttiva, con ricadute sul singolo e sull’intero nucleo famigliare».

Fondamentale è, invece, il riconoscimento precoce di queste problematiche, per seguirne meglio l’evoluzione e intervenire più rapidamente e nel modo più appropriato, grazie alla disponibilità attuale di diverse molecole. Agire tempestivamente significa, inoltre, poter ridurre sensibilmente i costi assistenziali: ogni mese di ritardo diagnostico ha un impatto enorme sul Sistema Sanitario Nazionale. Secondo il Rapporto Ministeriale, inoltre, gli accessi al PS per problemi psichiatrici sono ogni anno circa 636 mila, con una sensibile differenza tra le regioni.

«Numeri elevati che indicano che il filtro a livello di territorio, quindi di intercettazione e prevenzione – prosegue il Professor Di Lorenzo – non sempre funziona in maniera ottimale e ciò per diversi fattori. Il fatto che il cittadino si rivolga in prima istanza al MMG o a specialisti non psichiatrici, a privati, fino a chi non si cura, ha un impatto importante sul riconoscimento precoce del disagio mentale in atto e sulla disponibilità di servizi, quindi sull’accessibilità, e sulla qualità delle informazioni che segnano un importante divario fra regioni, grandi centri e realtà periferiche e rurali. Emerge dunque solo l’apice o parte dell’iceberg; resta un’importante quota di sommerso, in cui sfuggono tutti i dati nazionali che non passano dai normali canali e dai servizi territoriali».


I trattamenti

Negli ultimi anni si sono avute importanti evoluzioni terapeutiche. «Nelle psicosi è finito il monopolio dopaminergico – dichiara Di Lorenzo – grazie all’approvazione, nel 2024, da parte della FDA dell’associazione xanomelina-cloruro di trospio. Ancora non disponibile in Europa, agisce in modo specifico sui recettori muscarinici M1-M4 (xanomelina) e sugli effetti colinergici (trospio) periferici (trospio), con importante efficacia clinica, controllo del peso, del metabolismo e degli effetti collaterali gastrointestinali, più facilmente gestibili. Mentre per la depressione, l’approvazione di AIFA di esketamina in formulazione spray nasale, indicata nella depressione maggiore negli adulti che hanno fallito almeno due precedenti trattamenti antidepressivi e, più di recente, anche in depressioni gravi in urgenza, ha cambiato l’approccio terapeutico nelle depressioni difficili da trattare. L’esketamina, che agisce sulla neuroplasticità tramite un meccanismo glutammatergico e che ha anche un effetto antinfiammatorio, è somministrabile in associazione ad altri farmaci antidepressivi solo in ambito ospedaliero. Richiede una somministrazione bisettimanale in fase di induzione, settimanale in fase di stabilizzazione e, sempre a giudizio del clinico, dal terzo mese, anche quindicinale in fase di consolidamento. Altra novità importante, è la combinazione di bupropione e destrometorfano per il disturbo depressivo maggiore nell’adulto e alcuni altri farmaci approvati dalla FDA, come le formulazioni long-acting che hanno cambiato la modalità di gestione del paziente nello spettro psicotico. Infine, tra gli psichedelici, è rilevante la psilocibina, con uno studio di fase III avviato in Italia che sta mostrando risultati incoraggianti, grazie alla sua azione sulla modifica dei meccanismi sinaptici e che va somministrata sotto stretto controllo medico, in pazienti molto ben selezionati».

Le farmacie territoriali, primo presidio di accesso

Specie nelle aree rurali e nei piccoli centri, dove altri servizi sanitari possono essere più difficili o limitati, costituiscono un punto fermo. «In ambito di salute mentale – sottolinea Giovanni Petrosillo, presidente del Comitato Rurale di Federfarma Bergamo e Presidente di Federfarma Sunifar (Sindacato Unitario dei Farmacisti rurali) – la farmacia può svolgere soprattutto un ruolo di ascolto, intercettazione e orientamento. Il farmacista non si sostituisce a psicologo, psichiatra o MMG, ma può essere spesso il primo professionista sanitario al quale una persona manifesta, magari anche indirettamente, una situazione di disagio e grazie al rapporto di fiducia con il paziente può cogliere cambiamenti, difficoltà o primi segnali di malessere che altrimenti rischierebbero di rimanere nascosti o di essere sottovalutati. La farmacia rappresenta, pertanto, un punto della rete di protezione sanitaria e sociale, in un concetto di prossimità: la vicinanza alle persone anche quando il problema non è immediatamente visibile».

I presidi, inoltre, hanno un ruolo importante di educazione sanitaria specificatamente su ansia, depressione, insonnia, abuso di psicofarmaci, corretta aderenza e gestione delle terapie, come ad esempio l’uso improprio di benzodiazepine e ipnotici, le interazioni farmacologiche e la mitigazione degli effetti collaterali. Per il cittadino le farmacie sono, dunque, un punto di approdo efficace ed efficiente in cui ricevere un’informazione chiara e comprensibile, capace di ridurre paure e comportamenti impropri.

«Alcune persone inizialmente cercano in farmacia – aggiunge Petrosillo – una soluzione “naturale” per il timore di assumere uno psicofarmaco o di essere considerate malate. Compito del farmacista è anche quello di normalizzare la richiesta di aiuto, facendo comprendere che prendersi cura della salute mentale richiede la stessa attenzione e dedicazione di qualsiasi altra problematica, e confortare il paziente circa l’uso dei farmaci. Uno dei problemi delle terapie per ansia e depressione, ad esempio, è il rischio di abbandono precoce o di modifica autonoma del trattamento. Spesso il paziente si attende un beneficio immediato dalla terapia e, se questo non arriva, ritiene non stia funzionando, mentre in molti casi, come per gli antidepressivi, sono necessarie alcune settimane prima di apprezzarne gli effetti; inoltre, alla comparsa di eventi indesiderati decide in autonomia di soprassedere alla cura. Il farmacista può aiutare il paziente a comprendere meglio ciò che sta accadendo e, soprattutto, a confrontarsi con il medico prima di qualsiasi decisione».

Sul tema concorda anche il Professor Di Lorenzo: «Il farmacista può e deve indagare l’interazione farmacologica, ad esempio tra inibitori della serotonina e anticoagulanti, tra FANS e rischio emorragico, tra sindromi serotoninergiche e uso di triptofani, tra l’allungamento del QT e interazioni con il litio, così come l’uso in cronico delle benzodiazepine che correla nell’anziano al rischio di cadute e al peggioramento delle funzioni cognitive. Ma anche l’eccessiva abitudine al fumo di sigaretta o la sua interruzione possono concorrere al disagio mentale, sensibilizzando il paziente a riportare al medico/specialista aspetti sottovalutati, potenzialmente prioritari per una migliore gestione e interpretazione dei sintomi o della malattia in atto».

Monitoraggio e iniziative

Il fenomeno dell’abuso/maluso di psicofarmaci, ad esempio benzodiazepine, esiste ed è più probabile in pazienti, spesso anche anziani, che assumono da molto tempo un ipnotico o un ansiolitico ed il cui utilizzo è diventato quasi automatico: l’osservatorio quotidiano della farmacia può dare un contributo importante di attenzione, di gestione e monitoraggio. A ciò si aggiungono altri comportamenti impropri, come la tendenza a condividere il proprio farmaco con un familiare o un conoscente che presenta sintomi apparentemente simili.

«In queste situazioni il farmacista deve esercitare la propria responsabilità professionale – sottolinea il Presidente Petrosillo – non attraverso un atteggiamento censorio, ma spiegando perché questi medicinali devono essere utilizzati correttamente e perché un uso protratto deve essere periodicamente rivalutato dal medico. Sotto questo profilo, quindi, la farmacia può rappresentare un importante presidio di appropriatezza e sicurezza nell’uso dei farmaci».

Non meno importanti sono altre opportunità che potrebbero essere implementate in farmacia: «Ad esempio – suggerisce Di Lorenzo – dovrebbero essere allestite iniziative mirate, come uno sportello dedicato, soprattutto per contesti a rischio, con un professionista formato, o la messa a punto di protocolli condivisi. Non ultimo, occorre dare un riconoscimento formale al farmacista all’interno della rete: luogo in cui la persona, in anonimato, può dialogare del proprio problema ed essere reindirizzata verso un percorso adeguato che eviti il peggioramento del decorso clinico». In una visione futura la farmacia dovrebbe essere sempre più inserita in una rete territoriale integrata, anche per quanto riguarda la salute mentale.

«Si possono immaginare, per esempio – conclude Petrosillo – la presenza programmata dello psicologo in farmacia, in spazi adeguati e riservati, oppure servizi di telemedicina che consentano, soprattutto nei territori più difficili, un collegamento con specialisti, l’utilizzo di strumenti di screening validati per intercettare precocemente situazioni di ansia, depressione o disagio che meritino un successivo approfondimento. Così come campagne informative e giornate dedicate alla salute mentale possono avere una funzione importante sul piano della prevenzione e per combattere lo stigma che ancora accompagna questi problemi. Fondamentale è la formazione specifica del farmacista, perché intercettare un disagio significa soprattutto riconoscere i segnali e sapere quando e a chi indirizzare la persona. Pertanto, la farmacia dei servizi non deve diventare un nuovo ambulatorio specialistico, ma una porta d’accesso semplice, vicina e facilmente raggiungibile alla rete dei servizi sanitari. E per far sì che il modello funzioni, bisogna costruire collegamenti organizzati tra farmacia, MMG, psicologi e Centri di Salute Mentale, in modo che l’orientamento del cittadino non rimanga generico, estemporaneo e disorganizzato, ma si trasformi in un vero percorso di presa in carico».


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