Il 21° Rapporto Sanità del C.R.E.A., presentato a Roma il 21 gennaio scorso presso il CNEL, propone una riflessione profonda che ripercorre la parabola del Servizio Sanitario Nazionale dalla sua istituzione, nel 1978, fino ai giorni nostri. Un periodo in cui si è modificata radicalmente la struttura sociale: invecchiamento della popolazione, denatalità, aumento delle cronicità hanno portato anche a un cambiamento dei bisogni di salute della popolazione, dall’acuzie alla cronicità, all’assistenza alla non autosufficienza.

L’obiettivo del report è rispondere a domande cruciali sulla tenuta del nostro sistema di welfare: la “promessa” di copertura universale è stata mantenuta? Come è evoluta l’equità nell’accesso alle cure e in che modo il sistema sta reagendo ai cambiamenti demografici e tecnologici?

La frattura storica e il mito del Federalismo

L’analisi condotta dai ricercatori di Tor Vergata svela che il progressivo allontanamento dall’universalismo ha radici lontane. Contrariamente a quanto spesso narrato, non è stato il Federalismo degli anni 2000 a generare una “privatizzazione” della tutela sanitaria.

La vera frattura si è consumata negli anni ’90: in quel decennio la spesa pubblica è cresciuta solo del 4,4% medio annuo (+0,8% reale), mentre quella privata correva a una velocità più che doppia (+10,7%).

Il risultato è un sistema scivolato verso una “insostenibile staticità”: se negli anni ‘80 solo il 50,8% delle famiglie sosteneva spese sanitarie di tasca propria, oggi questa quota ha subìto un aumento del 20%.

L’iniquità d’accesso e il peso della spesa privata

Il carico economico sui cittadini è diventato un determinante critico per il diritto alla salute. Nel 2024, ben il 70% della spesa sanitaria privata è stato sostenuto direttamente dai cittadini (out-of-pocket), colpendo duramente le fasce più fragili. Il Rapporto evidenzia difatti come 2,3 milioni di residenti – con una prevalenza del Mezzogiorno e dei cittadini meno istruiti – rinuncino alle prestazioni o subiscano un disagio finanziario catastrofico per curarsi.

Le famiglie meno abbienti destinano alla salute il 6,8% del proprio bilancio, contro il 4,3% delle famiglie più ricche (negli anni ’80 l’investimento in salute drenava meno del 2% del bilancio familiare). Spesso si tratta di “spesa difensiva”: il cittadino paga di tasca propria farmaci e prestazioni nel tentativo di bypassare liste d’attesa insostenibili. Particolarmente critico il dato relativo alle regioni del Sud del Paese, dove l’81,1% delle famiglie paga privatamente i farmaci.

Tetti di spesa e sostenibilità: l’allarme per il 2026

Un capitolo centrale del Rapporto riguarda la spesa farmaceutica e la tenuta dei conti. Le proiezioni del C.R.E.A. indicano una pressione crescente: per il 2026 è atteso uno sforamento del tetto della spesa farmaceutica pari a ben 6,5 miliardi di euro. Questo dato quantifica lo stress cui è sottoposta la filiera e conferma l’urgenza di una revisione dei modelli di finanziamento.

La Farmacia dei Servizi come risposta alla “staticità”

Alla luce di una riforma territoriale che stenta a concretizzarsi, la farmacia dei servizi rappresenta oggi l’unico presidio di prossimità capace di offrire risposte immediate. Laddove il “razionamento implicito” del sistema allontana i pazienti dalle strutture pubbliche, la capillarità delle farmacie offre un filtro indispensabile.

Il farmacista non è più solo il dispensatore di farmaci – per i quali, come visto, la spesa privata è altissima – ma diventa il consulente che garantisce equità d’accesso attraverso screening e monitoraggio, impedendo ai cittadini più vulnerabili di scivolare fuori dal sistema di tutela. Il Rapporto conclude auspicando il passaggio da un mero “Servizio Sanitario” a un “Sistema Salute” integrato che comprenda sia la dimensione sociale sia quella sanitaria, in cui la prossimità rappresenti il perno della riforma.

 

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here