Nella squadra tra le più vincitrici al mondo, che ha rivoluzionato il calcio italiano portando la filosofia olandese del gioco a zona a vette di perfezione, grazie al pressing scientifico applicato dal Vate di Fusignano (Arrigo Sacchi), a difendere la porta di quel Milan cosmico, orchestrale, c’era Giovanni Galli.
Un pisano il cui unico cruccio è non aver vestito la maglia del Pisa, squadra che ama fin da bambino. Una carriera sportiva piena di trionfi, costruita grazie al talento ma anche alla meticolosità, all’applicazione giorno per giorno ponendosi obiettivi sempre nuovi in un mondo che cominciava, grazie anche alle innovazioni di Silvio Berlusconi, a portare nello staff i primi nutrizionisti, il mental coach.
Qual è il suo rapporto con le farmacie? Crede possano diventare un punto di riferimento anche per la cultura dello sport sano?
«Sono dei punti di riferimento importanti per tutti, dove le persone instaurano un rapporto di fiducia e anche di amicizia con il farmacista. E mi sento di aggiungere che per gli anziani sono diventate uno dei pochi punti di accoglienza, sostegno, attenzione. La difficoltà oggi per arrivare al medico di famiglia ti porta a dire: “Vado dal farmacista e sento cosa mi dice”. Logicamente c’è grande professionalità perché non si può scherzare con la salute: sono professionisti seri ai quali va il mio grazie perché anch’io ho la farmacista di riferimento a Firenze. E quando c’è un problema chiedo a lei prima di mettermi al telefono ore per cercare il mio dottore».
Oggi la farmacia offre diversi servizi, come misurare il colesterolo, la glicemia, la pressione. Come andrebbero implementati?
«La Regione Toscana ha fatto un ampliamento, con la disponibilità delle farmacie a diventare anche un centro diagnostico negli orari di chiusura. Lavorano magari fino all’una, sono chiuse fino alle quattro e in quel periodo però possono fare degli esami specifici. Naturalmente devono avere degli spazi, collegati ma separati. Credo si stia andando verso un aiuto ulteriore alle Case di comunità, che a mio giudizio saranno difficili da riempire: resto comunque convinto che la gente andrà sempre più in farmacia».
Facciamo un viaggio indietro nel tempo. Come veniva curata l’alimentazione durante la sua carriera da portiere? E quanto contava nelle prestazioni sportive? Oggi le squadre hanno un team di nutrizionisti…
«All’inizio non c’era proprio questa cultura: si mangiava anche la carne a mezzogiorno prima di andare a giocare la partita».
Lo faceva notare anche Marcello Lippi quando ha allenato la nazionale cinese: i giocatori erano abituati a mangiare una bistecca prima di entrare in campo.
«Succedeva anche a noi. Maradona prima di una partita mangiava un filetto di carne di due etti tagliato al coltello con un uovo crudo sopra. Poi quando sono arrivato al Milan le cose sono un po’ cambiate: c’era uno staff molto selezionato, lo psicologo, il nutrizionista e lì abbiamo iniziato a cambiare alcune abitudini, soprattutto legate al pranzo prima della partita. Hanno iniziato a prepararci delle torte salate, prevedere l’alimentazione del doppio allenamento, visto che rimanevamo a Milanello dalla mattina alla sera. Io durante la settimana, grazie a madre natura e al mio metabolismo, non avevo vincoli, avevo sempre un fisico che mi ha permesso di non rinunciare a niente. Certo, se avessi avuto voglia di una salsiccia l’avrei mangiata: ma una, non tre, era tutto limitato alla quantità. Da lì ho comunque iniziato a essere regolamentato per la dieta. La prima esperienza sotto l’aspetto dell’alimentazione fu però con Armando Onesti, alla Fiorentina: lui si occupava più della preparazione fisica ma era un tuttologo. A tavola non dovevamo rimanere più di 20 minuti, anche quando eravamo in ritiro. Tanto che un compagno di squadra a volte si alzava con piatto e bicchiere perché non faceva in tempo a finire di mangiare».
E Giovanni Galli come cura l’alimentazione oggi?
«Sono fortunato perché ancora oggi ho lo stesso fisico di quando giocavo: forse peso un chilo in più. Devo proprio dire grazie a madre natura perché non sto facendo attività fisica ormai da diversi anni e questo non va bene. Dopo che ho chiuso con la politica sono andato solo tre volte in palestra. Anche mia moglie si è meravigliata».
Dal punto di vista della concentrazione, come si trovava l’equilibrio mentale per affrontare una partita?
«All’arrivo al Milan, Berlusconi aveva messo a disposizione della squadra uno staff che si preoccupasse, ognuno nel suo settore, della cura del giocatore. C’era anche un mental coach, all’epoca una cosa all’avanguardia, che ci faceva fare delle sessioni. Per esempio al mattino prima della partita, per scaricare tutti i pensieri negativi e poter essere a carico pieno per l’evento sportivo. Io però non ho mai avuto problemi di insonnia prima di un incontro, non ho mai sofferto di ansia o stress da prestazione. Mentalmente per me l’allenamento era lo strumento per migliorarmi sempre in qualcosa».

E in cosa consisteva?
«Tutte le settimane mi ponevo un nuovo obiettivo e dovevo lavorare su un particolare per cercare di migliorarmi: ero meticoloso sulla tecnica. Per esempio, avere la stessa sensibilità con tutte e due le mani. Un conto è fare una deviazione della palla con la tua mano naturale, un altro è farla con l’altra. Io ero maniacale: cercavo di prendere la bottiglia, il bicchiere, gli oggetti con la mano sinistra, che non era la mia naturale, per cercare di darle naturalezza perché in tante occasioni serviva la destrezza, la sensibilità anche dell’altra mano. Ogni allenamento doveva essere sinonimo di miglioramento in qualcosa, un tuffo a destra piuttosto che a sinistra, un movimento goffo. La respinta di pugno, per esempio, si fa sempre con il braccio naturale, ma ci sono delle occasioni in cui devi entrare in una mischia e il braccio sinistro è quello ideale per arrivare sulla palla, mentre con il destro sei più corto di 10-15 cm».
Con Sacchi il portiere doveva saper calciare e impostare, anche perché la difesa giocava in linea, quindi serviva ancora maggiore concentrazione.
«Da bambino giocavo a centrocampo, poi mi misero in porta perché ero alto e mancava il portiere: non sono più uscito. Giorni fa si stava chiacchierando con mia moglie e con degli amici sul calcio di oggi e di allora e lei mi ha ricordato che a Firenze, quando giocavo nella Fiorentina, dalla tribuna mi gridavano sempre. Io, infatti, stavo sempre fuori dal limite dell’area di rigore e all’epoca un portiere doveva giocare sotto la traversa. Avevo già questa predisposizione, poi anche una discreta tecnica con tutti e due i piedi».
Da ex sportivo di altissimo livello, qual è il rapporto con gli integratori? «Sinceramente ho sempre preso poco o niente: non c’era neanche questa cultura. Mi ricordo che nell’82, ai campionati del mondo in Spagna che abbiamo vinto, si usava la carnitina, poi è stata la volta della creatina. Io però non la prendevo perché come terzo portiere non scendevo in campo. In realtà non ho mai avuto la necessità di dover ricorrere all’integratore: mai avuto infortuni, avevo una predisposizione naturale».
Oggi l’high protein è un trend, non solo nel mondo dello sport ma anche nella dieta degli italiani.
«Oggi la scienza ha portato alla ricerca del fisico quasi perfetto. Si sta cercando anche di tutto per recuperare più velocemente: quella del recupero è una delle fasi più importanti, visto gli impegni sempre più ravvicinati. Per esempio, oggi negli spogliatori di calcio, alla fine della partita, c’è subito una pizza o un piatto di pasta che i giocatori consumano finito il match perché subito dopo lo sforzo occorre ricaricare i carboidrati. E questo porta a un recupero più veloce. Noi giocavamo alle due e mezzo e mangiavamo alle dieci e mezzo-undici. Ricordo che quando arrivavo verso le sei del pomeriggio, a casa avevo dei cali ipoglicemici spaventosi, iniziavo a sudare, a tremare. Sentivo la necessità di mangiare qualcosa, ma non lo facevo perché dopo avrei cenato. Non c’era sufficiente cultura. Quella che era la mia meticolosità nel fare gli allenamenti oggi è declinata in tutto, dal sonno, all’alimentazione, al recupero».
Ci faccia qualche esempio.
«Chi si immaginava di fare la crioterapia? Quando eravamo in ritiro, con Ranieri, magari in montagna, a Molveno, Folgaria, finita la seduta mattutina sulla forza, corsa e sui muscoli delle gambe, c’era un torrente. E lì ci facevano immergere fino a dove uno aveva poteva. Questo era il massimo».
Al di là della palestra, dei macchinari sempre più sofisticati, magari controllati dall’AI, l’integrazione alimentare viene oggi utilizzata anche per il miglioramento delle performance?
«Penso proprio di sì, basti guardare le strutture muscolari e fisiche dei giocatori: le gambe, quando si tolgono la maglietta. Vedi proprio disegnata la muscolatura, c’è una certa attenzione. Oggi trovare un calciatore sovrappeso è impossibile. Ricordo che in squadra avevo un compagno, Eraldo Pecci, che aveva la tendenza a ingrassare. A tavola noi eravamo un po’ cattivelli, e allora gli si diceva: “Eraldo mi passi per piacere una fetta di pane”? E lui, siccome era controllato dal mister, la prendeva e diceva ad alta voce: “Fetta di pane per Giovanni Galli!” E la faceva passare in alto per farla vedere all’allenatore. Oggi Eraldo Pecci, anche se la sua struttura corporea era quella, sicuramente avrebbe una linea più disegnata».


