Per lungo tempo, le fibre alimentari sono state collocate in un ruolo marginale, quasi ancillare, limitato al miglioramento del transito intestinale. La visione che fino agli anni Ottanta le ha fatte considerare come un semplice “residuo” vegetale – frazione indigeribile dei vegetali e componente essenzialmente meccanica – privo di apporto calorico, utile per la formazione della massa fecale, si è progressivamente evoluta, lasciando spazio a un nuovo paradigma.
Grazie all’evoluzione dell’evidence-based medicine (EBM) – supportata da decine di studi clinici randomizzati, meta-analisi, revisioni sistematiche e persino umbrella review – è stato possibile ridefinire la fibra come un nutraceutico multi-target, capace di intervenire su pathway metabolici, immunitari, endocrini, cardiovascolari e renali.
Oggi la fibra è riconosciuta come un modulatore fisiologico complesso, dotato di:
- proprietà fermentative con produzione di SCFA (acetato, propionato, butirrato);
- capacità di modificare l’assorbimento dei nutrienti (lipidi, glucidi);
- effetto di modulazione sul microbiota e sull’infiammazione di basso grado;
- impatto misurabile su parametri metabolici, endocrini e cardiovascolari.
In questo senso, la fibra ha compiuto una trasformazione concettuale paragonabile a quella dei probiotici: da componente ignorata o “tollerata” dell’alimentazione a intervento nutraceutico dotato di una sua fisiologia specifica e di indicazioni precise.
Rischio cardiovascolare
Le fibre sono elencate tra gli interventi con effetto significativo su LDL-C (livello di evidenza A–B) nelle linee guida ESC–EAS 2025, raccomandazioni ufficiali europee per la prevenzione e la gestione delle dislipidemie e del rischio cardiovascolare.
Diversi studi clinici hanno dimostrato che i pazienti a rischio di malattie cardiovascolari possono trarre beneficio dall’assunzione di fibre alimentari. Ad esempio, Xu et al. (1) hanno scoperto che il β-glucano dell’avena ha portato a riduzioni significative del colesterolo totale sierico del -8,41% e del colesterolo delle lipoproteine a bassa densità del -13,93% negli individui con ipercolesterolemia.
A ciò, si aggiungono gli effetti documentati sui fattori di rischio intermedi, quali pressione arteriosa e infiammazione. In questo contesto, la fibra non appare più come un elemento dietetico marginale, ma come un vero modulatore del rischio cardiovascolare, capace di incidere in modo sistemico su quei meccanismi fisiopatologici che alimentano l’aterosclerosi e le sue complicanze.
Il contributo delle fibre alla riduzione del rischio cardiovascolare emerge con particolare forza in una umbrella review – richiamata dal professor Arrigo Cicero nel suo intervento in occasione del 15° Congresso Nazionale Sinut, che ha recentemente avuto luogo a Bologna – pubblicata su Clinical Nutrition nel 2025 (2). Si tratta di una delle analisi più ampie disponibili in letteratura che include 33 meta-analisi, 38 outcome e oltre 17 milioni di individui valutati.
Una revisione scientifica capace di fornire un elevato livello dell’evidenza disponibile, dal quale emerge un messaggio preciso: le fibre solubili risultano tra gli interventi nutraceutici più solidi per la prevenzione cardiovascolare primaria e secondaria. Il miglioramento dell’assetto lipidico indotto dalle fibre, in particolare da quelle solubili e viscose, è il risultato di una serie di meccanismi fisiologici complementari che agiscono in modo sinergico (3).
A livello intestinale
La fibra aumenta la viscosità del contenuto luminale e si lega agli acidi biliari, favorendone l’escrezione fecale: questo semplice passaggio costringe il fegato a sintetizzarne di nuovi utilizzando colesterolo endogeno, con una conseguente riduzione del colesterolo circolante, soprattutto della frazione LDL.
Parallelamente, la fermentazione delle fibre nel colon porta alla produzione di acidi grassi a corta catena, come il propionato, che modulano direttamente la sintesi epatica del colesterolo e promuovono una maggiore espressione dei recettori LDL. L’elevata viscosità delle fibre solubili contribuisce inoltre a rallentare l’assorbimento dei lipidi e dei nutrienti, migliorando la gestione postprandiale dei trigliceridi e del colesterolo.
Nel loro insieme, questi meccanismi spiegano perché le fibre viscose – e lo psyllium in particolare – siano riconosciute come uno degli interventi nutraceutici più efficaci e con maggiore solidità di evidenze nella riduzione del colesterolo LDL e nel miglioramento complessivo del profilo lipidico.
Psyllium: un ingrediente nutraceutico multifunzionale
Fibra solubile estratta dal tegumento dei semi di Plantago ovata, caratterizzata da una spiccata capacità gel-forming e da un’elevata viscosità, lo psyllium – grazie alla sua struttura mucillaginosa – è in grado di modulare l’assorbimento dei nutrienti, rallenta lo svuotamento gastrico e favorisce la produzione di acidi grassi a corta catena (SCFA) attraverso la fermentazione intestinale.
Queste proprietà lo rendono una delle fibre nutraceutiche più studiate e con le evidenze più solide in ambito clinico, con effetti documentati sul controllo glicemico, lipidico, pressorio, sulla regolazione del microbiota e sulla salute cardiovascolare.

Fibre e infiammazione
Negli ultimi anni è diventato evidente come l’infiammazione di basso grado rappresenti uno snodo fisiopatologico centrale in gran parte delle condizioni cardiometaboliche. In questo contesto, una meta-analisi pubblicata su “Frontiers in Nutrition” nel 2022 (4) offre un contributo particolarmente interessante: analizzando esclusivamente studi randomizzati, gli autori hanno mostrato che un aumento dell’assunzione di fibre alimentari si associa a una riduzione significativa di marker infiammatori chiave, in particolare del TNF-α, mentre per la PCR emerge una tendenza favorevole meno uniforme ma comunque coerente.
Questo dato, pur non sorprendente, rafforza un concetto ormai consolidato: le fibre non agiscono soltanto sul transito intestinale o sul metabolismo, ma modulano attivamente l’asse intestino-sistema immunitario, verosimilmente attraverso meccanismi legati alla fermentazione colica, alla produzione di SCFA e al miglioramento dell’integrità della barriera mucosa.
La riduzione del TNF-α osservata negli RCT inclusi nella meta-analisi conferma dunque che la fibra può contribuire a mitigare l’infiammazione sistemica cronica, offrendo un ulteriore razionale al suo impiego nutraceutico nei soggetti con rischio cardiometabolico elevato.
La fibra vegetale in nutraceutica
Le fibre vegetali in nutraceutica rappresentano un insieme eterogeneo di polisaccaridi non digeribili e sostanze affini di origine vegetale che attraversano il tratto gastrointestinale senza essere degradate dagli enzimi umani. Le fibre alimentari si dividono in solubili e insolubili: le prime si disperdono in acqua formando gel viscosi – fermentabili dal microbiota – con effetti metabolici e prebiotici più marcati.
Le seconde non si sciolgono in acqua, agiscono soprattutto aumentando la massa fecale e il transito intestinale (az.meccanica). Nella definizione di fibra rientrano i polisaccaridi non amidacei (cellulosa, emicellulosa, pectine), gli oligosaccaridi non digeribili (inulina, FOS, GOS), i β-glucani, le mucillagini, la lignina.
In ambito fitoterapico, la fibra è generalmente estratta da piante dotate di mucillagini o polisaccaridi con capacità gelificanti, usate tradizionalmente come emollienti, lenitive, regolatrici della funzione intestinale. In nutraceutica, il focus si estende a funzioni metaboliche e sistemiche, oltre a quelle enteriche.
Per una maggiore efficacia
Secondo il professor Arrigo Cicero, le fibre “sono nutraceutici efficaci, con un profilo di sicurezza eccellente, indicato anche in trattamenti a lungo termine. Quando l’obiettivo è massimizzare l’effetto ipocolesterolemizzante o metabolico, la fibra – soprattutto quella viscosa – è più efficace se assunta con regolarità costante preferibilmente da sola, per non compromettere la biodisponibilità di nutraceutici e farmaci. Fondamentale fornire un dosaggio adeguato, tanto maggiore quanto minore è l’apporto dietetico spontaneo di fibre, ma è preferibile iniziare da una dose di 3-3,5 gr prima dei due pasti principali, aumentando gradualmente le dosi fino a quella ottimale – anche 6-7 gr due volte al giorno – per evitare fenomeni di gonfiore o fastidio addominale”.
Fibre e prevenzione oncologica
Per quanto il ruolo delle fibre in oncologia non sia ancora ben definito, l’umbrella review del 2025 (2) fornisce input consistenti soprattutto per i tumori che possono colpire pancreas, le ovaie e l’apparato gastrointestinale (cancro gastrico, adenocarcinoma esofageo, cancro del colon, adenoma colorettale).
Pur non rientrando tra gli interventi specifici per la prevenzione oncologica, si rafforza quindi il razionale che supporta l’inclusione di un adeguato apporto di fibre in strategie nutrizionali orientate alla riduzione del rischio oncologico, specie nei pazienti ad alto rischio metabolico.
Bibliografia
1 – Xu DF, Wang SK, Feng MY, Shete V, Chu YF, Kamil A, et al. Serum metabolomics reveals underlying mechanisms of cholesterol-lowering effects of oat consumption: a randomized controlled trial in a mildly hypercholesterolemic population. Mol Nutr Food Res. (2021)65:2001059.
2 – Veronese N, Gianfredi V, Solmi M, Barbagallo M, Dominguez LJ, Mandalà C, Di Palermo C, Carruba L, Solimando L, Stubbs B, Castagna A, Maggi S, Zanetti M, Al-Daghri N, Sabico S, Nucci D, Gosling C, Fontana L. The impact of dietary fiber consumption on human health: An umbrella review of evidence from 17,155,277 individuals. Clin Nutr. 2025 Aug;51:325-333.
3 – Zhang Y, Luo Y, Gao B, Yu L. Psyllium: A Nutraceutical and Functional Ingredient in Foods. Annu Rev Food Sci Technol. 2025 Apr;16(1):355-377. doi: 10.1146/annurev-food-111523- 121916. Epub 2025 Jan 23. PMID: 39847772.
4 – Fu Lingmeng , Zhang Guobing , Qian Shasha , Zhang Qin , Tan Mingming – Associations between dietary fiber intake and cardiovascular risk factors: An umbrella review of meta- analyses of randomized controlled trials – Frontiers in Nutrition, Volume 9 – 2022.


