La storia del diabete di tipo 1 sta per cambiare. Il professor Lorenzo Piemonti, Direttore dell’Istituto di Ricerca sul Diabete del San Raffaele di Milano e già Coordinatore scientifico della SID, in un lungo editoriale su Lancet ha spiegato cosa c’è “dietro l’angolo” per i pazienti con questa patologia.
Per oltre un secolo, l’insulina ha rappresentato lo spartiacque tra la vita e la morte per i pazienti con diabete di tipo 1, trasformando una patologia acuta in una condizione cronica gestibile. Tuttavia, questa cronicità rimane vincolata a un impegno totalizzante: una “delega totale” del controllo della malattia al paziente, che deve decidere ogni minuto dosaggi e tempistiche, con il rischio costante di errori fatali.
Come sottolineato dal professor Piemonti, tale responsabilità è un unicum in medicina e comporta un carico psicologico che la tecnologia ha mitigato ma non risolto.
La svolta immunologica e rigenerativa
Siamo alla vigilia di un “salto quantico”. La ricerca non punta più solo a sostituire l’insulina mancante, ma a cambiare la storia naturale della malattia agendo su due fronti:
- Fase immunologica: intervenire prima dell’iperglicemia per rallentare o bloccare l’evoluzione della malattia prima che diventi insulino-dipendente. Attualmente è già disponibile il teplizumab, ma nuovi strumenti sono in arrivo;
- Medicina rigenerativa: sostituzione delle cellule produttrici di insulina attraverso derivati da cellule staminali, attualmente in sperimentazione clinica avanzata.
Il valore della libertà: una sfida per il sistema sanitario
Il nodo critico oggi è il riconoscimento dell’insulino-indipendenza come outcome terapeutico rilevante. I sistemi di rimborso tendono ancora a valutare l’efficacia basandosi quasi esclusivamente sull’emoglobina glicata. Tuttavia, la “libertà ritrovata” — intesa come assenza di calcoli continui e paura delle ipoglicemie — ha un valore enorme in termini di qualità della vita che deve trovare spazio nei nuovi modelli di Health Technology Assessment – HTA.
Il farmacista: sentinella della salute e partner della prevenzione
In questo scenario di trasformazione, la figura del farmacista territoriale emerge come il primo e più immediato interlocutore per il paziente. Il suo ruolo, infatti, ha già superato la pur fondamentale dispensazione del farmaco o del device tecnologico: attraverso le campagne di screening e intercettazione precoce, la farmacia è oggi il luogo dove è possibile individuare i segnali premonitori della patologia, indirizzando tempestivamente il cittadino verso lo specialista.
Ma non solo: il farmacista è un alleato strategico nel suggerire quegli stili di vita fondamentali per prevenire l’insorgenza di complicanze e ottimizzare la gestione metabolica. Supportare il paziente nel passaggio verso le nuove terapie immunologiche e rigenerative significa, per il farmacista, riempire di valore professionale quel legame di fiducia che permette non solo di “aggiungere anni alla vita”, ma, come auspicato dalla Presidente SID Raffaella Buzzetti, di «restituire alle persone la pienezza della propria esistenza».


