C’è un silenzio particolare che precede il rumore delle scarpe che stridono sul parquet o il frusciare di una retina che schiaffeggia l’aria. È l’assenza di rumore della disciplina. Per un cestista come Niccolò De Vico, atleta professionista della Fortitudo Pallacanestro Bologna 103, la partita non inizia con la palla a due a centrocampo ma giorni, mesi e anni prima. Cresciuto a pane, amore ed energia, il suo destino principia nel momento esatto in cui decide che il suo corpo non è più solo carne ed emozioni, ma un’opera d’arte da rifinire con cura.

Passare dalla fame istintiva del settore giovanile, sia di club che nazionali, alla lucida consapevolezza della Serie A non è stato solo un salto di categoria, ma è una metamorfosi anche dell’anima. Con consapevolezza, l’alimentazione smette di essere solo un piacere quotidiano per diventare un’architettura silenziosa, e l’integrazione diventa quella fibra invisibile che tiene uniti i muscoli alla volontà quando la stanchezza urla di fermarsi.

Niccolò non ci racconta di schemi o di statistiche, ma esplora quel territorio di confine dove la biologia incontra la volontà. Un dialogo che scava nel rapporto profondo tra mente e corpo, tra la rinuncia e il traguardo, per scoprire cosa significhi davvero nutrire un sogno.

Niccolò De Vico, ala piccola della Fortitudo Pallacanestro Bologna 103

Niccolò, chiudi gli occhi e torna a quel ragazzo che correva nei campi delle giovanili. In quel periodo il cibo era forse solo “carburante” o un premio dopo una vittoria. In quale istante preciso hai capito che per diventare un gigante tra i grandi dovevi iniziare a nutrire il tuo destino?
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Per fortuna fin da piccolo ho avuto una sana e giusta educazione alimentare, poi crescendo e confrontandomi con i professionisti e i giocatori più grandi di me, imparavo dagli esempi. Vedevo il giocatore serio e professionale con una grande rigidità alimentare e poi vedevo il superficiale, quello che eccedeva nell’assunzione di cibi e bevande alcoliche a pranzo e cena. I primi arrivavano a 40 anni dominando ancora nei massimi campionati, gli altri a 32 massimo 36 anni finivano la carriera. C’erano sempre le eccezioni, ma è lì che ho capito l’importanza di nutrire il mio destino nel modo più sano possibile».

La Serie A non è solo un campionato, è un ecosistema che non perdona l’approssimazione. Qual è stata la rinuncia che ti è pesata di più, quella che ti ha fatto capire che il talento, da solo, è fragile se non è sostenuto da una disciplina ferrea?
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Chiaramente vengono fatte tante rinunce, specialmente quando si è in compagnia, ma raramente ne ho sentito il peso. So che quando si rinuncia a qualcosa, è per arrivare a obbiettivi che poi ti gratificano e ti fanno stare bene, dentro e fuori. Non sono un robot, penso che per il benessere dell’anima sia anche giusto concedersi ogni tanto, qualche piccolo sgarro. Lo definisco un premio».

Spesso scegliere con cosa nutrirsi è il primo atto di rispetto verso sé stessi. Come si trasforma, nella tua testa, il momento del pasto?
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Il pasto per me è un momento fondamentale, mi piace attivare tutti i sensi. Ho bisogno di vedere cosa mangio, lo annuso e lo gusto. Mi piace prendermi il giusto tempo a tavola e mi piace cucinare».

Parliamo di integrazione. In un mondo di eccessi e scorciatoie, per te l’integratore è un “aiuto invisibile” o un aiuto solo nel momento del bisogno? Cosa prova un atleta quando sente che, anche grazie alla cura millimetrica, risponde con una potenza che prima non conosceva?
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L’integrazione è sicuramente un elemento importante, specialmente per uno sportivo. Più sale il livello e più è fondamentale curare ogni minimo dettaglio. Personalmente non ci ho mai fatto una malattia e fortunatamente ho avuto spesso la possibilità di lavorare con ottimi professionisti che mi hanno suggerito e accompagnato in questo percorso. Senza una guida chiara e preparata, può essere persino pericoloso. Bisogna dare la giusta importanza alle cose e avere l’umiltà di farsi seguire da qualcuno».

Molti vedono solo i 40 minuti sul parquet, le luci e gli applausi. Ci racconti quei momenti che precedono la partita?
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Sono quasi 15 anni che il giorno della partita faccio sempre le stesse identiche cose. È chiaro, cambiano gli orari, ma non la preparazione psicofisica e l’alimentazione perché è fondamentale per me essere sempre lo stesso. Pasta, pollo, insalata e un frutto, power nap e si vola.

Dietro al successo di Niccolò De Vico c’è un segreto non così tanto segreto: la passione per il cibo. Quello buono, sano e cucinato

C’è un sapore, un piatto dell’infanzia o un rituale propiziatorio che oggi rappresenta il simbolo silenzioso del tuo successo?
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Ogni volta che mi viene fatta questa domanda, vengo preso in giro, ma de gustibus. Sono cresciuto e ci morirò a vasche di insalata. Di tutti i tipi, la romana è quella che preferisco. Ne mangerei davvero a quintali, poi quando la condisce mia mamma, impazzisco proprio».

Quando la pressione dell’ultimo quarto fende l’aria, il pubblico urla e il cuore batte a mille, come mantieni la lucidità nei tuoi pensieri e il controllo sul corpo?
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Sono i momenti più belli ed eccitanti, ti prepari tutta la settimana per poter giocare al massimo quei minuti. Cerco sempre di prendere molta energia dal pubblico, dall’ambiente intorno a me e provo a trasformare quella pressione in carica positiva».

C’è stato un momento di buio – un infortunio o una sconfitta bruciante – nella tua carriera e qual è stata la tua ancora di salvezza per non far crollare la mente?
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Purtroppo, specialmente in questi ultimi anni ci sono stati più momenti bui e difficili a causa di infortuni o dinamiche complesse da gestire e non sempre sotto il mio controllo. Anche il periodo post-Covid per noi è stato devastante, giocare con gli spalti sempre vuoti non è stato per nulla facile e stimolante. Da ogni momento buio però, ne sono sempre uscito con la testa più alta e le spalle più larghe. Senza la mia famiglia, gli amici, i compagni di squadra e tutti i professionisti che mi hanno accompagnato, sarebbe stato impossibile».

Come ti prendi cura della tua salute mentale?
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Finalmente è un argomento e una problematica seria che sta venendo a galla. È come se fosse un grave infortunio che, come tutto il resto, va monitorato gestito e curato in tempo con le giuste modalità. Penso di essere stato sempre tosto mentalmente, ma le difficoltà e i pericoli sono spesso dietro l’angolo. Anni fa ho iniziato a collaborare con un mental coach, li vedevo come degli psicologi dello sport, iniziai titubante, ma mi sono ricreduto in pochissimo tempo. Abbiamo fatto un bellissimo percorso insieme, mi ha aiutato tanto e come figura la consiglio a qualsiasi sportivo, a qualsiasi livello, anche ai più giovani».

La fiducia reciproca poi deve essere la prima cosa.
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Dico sempre che facciamo il lavoro più bello del mondo, che la pressione vera non è tirare un tiro libero all’ultimo secondo, ma salvare la vita a qualche poveretto in sala operatoria, ma allo stesso tempo non siamo supereroi invincibili come ci vedono tanti tifosi, abbiamo anche noi le nostre fragilità in un mondo che mostra quasi sempre solo le cose belle».

Per Niccolò De Vico, la salute mentale è come un grave infortunio che deve essere monitorato gestito e curato in tempo con le giuste modalità

Infine, Niccolò: quando ti guardi allo specchio prima di infilare la canotta, quanto pensi che in quel riflesso sia merito del tuo spirito e quanto della cura meticolosa della tua biologia? Qual è il confine da valicare in cui l’uomo diventa un atleta?

«Il mio medico di fiducia mi ha insegnato che essere in equilibrio è fondamentale. Per ogni cosa ci deve essere equilibrio. Potrei essere una macchina perfetta, ma senza spirito non riuscirei a fare nulla, come potrei avere il carattere più duro e vincente della storia, ma senza la serietà nella cura e nella preparazione del mio corpo non sarebbe sufficiente. Farei il classico esempio del pilota e della macchina. Puoi guidare la macchina migliore, ma se non spingi, rimani indietro e viceversa. L’equilibrio è vita».

Quali sono i tuoi progetti futuri?

«Nel post carriera vorrei riuscire ad essere padrone del mio tempo, sembra una banalità, ma non lo è e rivedo in quello la felicità. Ho preso il diploma da sommelier e amo viaggiare. Un bel sogno sarebbe aprire il mio posto speciale, un locale, magari su una spiaggia dall’altra parte del mondo e vivere di turismo, poi tornare in Italia e gestire “il Mulino del Nonno”. È una struttura ricettiva che ho in montagna e anche lì, ospitare i turisti, organizzare le escursioni e le degustazioni, vivendo a contatto con la natura e con persone da tutto il mondo. Poi chissà magari rimarrò nel mondo del basket».

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