Le parassitosi intestinali

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Si chiamano elmintiasi, ma sono più frequente conosciute come “infestazioni da vermi” o “parassitosi intestinali”. Sono cioè quel complesso di malattie dovute all’insediamento di alcune specie di protozoi (vermi) nell’intestino umano, e, malgrado la disponibilità di farmaci efficaci per curarle, ancora oggi meritano particolare attenzione possono colpire anche i bambini d’età inferiore a 1 anno, indipendentemente dalle condizioni socio-economiche in cui vivono. Il contagio, infatti, avviene spesso in luoghi pubblici o attraverso giocattoli e oggetti vari “contaminati”, per via oro-fecale: l’individuo, portandosi le dita in bocca, ingerisce le uova rimaste adese alle sue mani. Giunte nell’intestino le uova si schiudono, dando origine ai parassiti che daranno così inizio a un nuovo ciclo riproduttivo e alla produzione di nuove uova, che saranno eliminate attraverso il retto.elmentiasi

D’altra parte non c’è nido o asilo in cui almeno una volta all’anno non registri qualche caso di infestazione, dalla quale può esser talvolta colpito oltre il 50% dei bambini che lo frequentano. Un ulteriore aspetto, infine, riguarda l’approccio della cura, che deve essere estesa a tutti i componenti della famiglia, anche se in stato di apparente buona salute.

Ossiuriasi

Il suo nome scientifico è enterobiasi, in quanto provocata da Enterobius vermicularis, un verme visibile anche a occhio nudo (il maschio è lungo 3-5 millimetri, la femmina 10-12) dotato di un’elevata capacità di moltiplicazione e disseminazione nell’ambiente: sono centinaia di milioni i casi segnalati ogni anno nel mondo. Sono due gli aspetti principali di questa elmintiasi, ai quali sono anche correlati i disturbi accusati da chi ne è colpito:

– l’effetto irritativo sull’intestino, dovuto alla produzione di sostanze tossiche da parte del parassita, che utilizza le sostanze nutritive contenute negli alimenti a danno dell’individuo che lo ospita. Questo si traduce in un minor assorbimento di tali sostanze e quindi, nel caso di un bambino, in un arresto vistoso della crescita;

–  il prurito in sede perianale, che nei più piccoli si manifesta con un episodi di pianto notturno e con uno stato di agitazione senza cause apparenti. Tale sensazione di fastidio, che nelle bambine può interessare anche i genitali esterni,  è dovuta al fatto che proprio di notte le femmine del parassita, prima di morire, percorrono tutto l’intestino per deporre le uova – ciascuna ne produce circa 12.000 – a livello anale. Le uova, grazie alla capacità di sopravvivere per 2 settimane a temperatura ambiente, vengono facilmente trasportate dalle dita del bambino, a seguito del grattamento, o dalla biancheria, disperdendosi così nell’ambiente.

La diagnosi è semplice, in quanto si basa sull’osservazione al microscopio degli ossiuri e delle uova. A questo scopo, oltre al classico esame delle feci, può essere utile un prelievo effettuato al mattino con un nastro di cellofan adesivo appoggiato alla zona perianale e poi incollato su un vetrino da microscopio. Una volta identificato un caso devono essere presi seri provvedimenti sia per la cura – che dev’essere estesa anche ai familiari dell’interessato – sia per la prevenzione. A questo riguardo sono importanti lavaggi frequenti della zona perianale, la pulizia delle unghie e delle mani prima dei pasti e il cambio frequente della biancheria, che deve essere sciacquata in acqua bollente.

Teniasi

Vi sono diverse specie di tenie, dette anche “vermi solitari” perchè di solito nell’intestino umano è presente un solo adulto. Il loro ciclo biologico è più complesso di quello degli ossiuri in quanto subiscono diverse trasformazioni, dallo stadio di larva alla forma adulta, ma esse riescono a sopravvivere grazie a continui “passaggi” tra alcuni animali, e in particolare il maiale, e l’uomo, che si può infestare consumando carne cruda non controllata, anche se conservata in frigorifero.

Nel mondo sono oltre 4 milioni gli individui colpiti, soprattutto nel settore dell’allevamento dei suini e in particolare della macellazione clandestina. L’immagine popolare del “verme solitario” richiama la manifestazione più importante di questa elmintiasi, il grave dimagrimento, dovuto sia al consumo di sostanze utili da parte del parassita, sia all’insieme di disturbi generali, come nausea, vomito, dolori addominali irregolari e incostanti, che portano spesso a un calo dell’appetito. Il riconoscimento dell’infestazione si basa sulla ricerca del parassita e delle uova nelle feci con lo stesso metodo utilizzato in caso di sospetta ossiuriasi.

Anchilostomiasi

Questa parola indica l’infestazione da parte di due parassiti, Ancylostoma duodenale e il più diffuso Necator americanus, di diversa provenienza geografica ma accomunati da un comportamento simile nei confronti dell’uomo.

È una delle elmintiasi più contagiose in quanto un individuo infestato può eliminare dai 2 ai 5 milioni di uova al giorno, ma per fortuna il miglioramento delle condizioni ambientali ha contribuito a ridurre notevolmente il numero di casi, che in Italia sono per lo più limitati a zone agricole (in particolare di Veneto, Calabria, Sicilia e Campania). Un importante fattore di diffusione è la defecazione all’aperto: le uova si schiudono nei terreni umidi e le larve che da esse fuoriescono raggiungono la superficie del suolo, cosicchè vengono facilmente trasportate dalla pioggia, dai mezzi agricoli e dalle scarpe. La via di penetrazione degli anchilostomi non è la bocca ma la pelle.

Una volta raggiunto l’intestino tenue i parassiti, che sopravvivono per parecchi mesi, aderiscono alla sua mucosa e si nutrono, oltre che di vitamine e sostanze introdotte con gli alimenti, di sangue: 100 esemplari ne succhiano ben 2 millilitri al giorno, provocando così uno stato di anemia. La diagnosi è molto semplice e si basa sulla ricerca al microscopio del parassita o delle sue uova. Una cura tempestiva e ben impostata permette di risolvere in breve tempo questa elmintiasi.

Imenolepiasi

Malgrado il nome forse poco conosciuto, questa elmintiasi, più frequente nelle zone tropicali, colpisce oltre 100 milioni di persone nel mondo, e viene segnalato sporadicamente qualche caso anche in Italia settentrionale. Le uova di  Himenolepis nana, così si chiama questo protozoo, sono già mature e, una volta ingerite, si schiudono dopo 4 giorni liberando i parassiti, che si insediano nell’ultimo tratto dell’intestino tenue e, trascorse due settimane, incominciano a liberare nuove uova.

Nel frattempo l’individuo presenta scariche di diarrea con abbondante emissione di muco, dolori addominali, perdita di peso, arresto della crescita talvolta accompagnati da vomito e  calo dell’appetito. A differenza dalle altre parassitosi, l’imenolepiasi stimola il sistema difensivo e tende a risolversi nell’arco di qualche mese. È  tuttavia importante seguirla e combatterla subito per tre importanti ragioni: innanzitutto per i suoi effetti dannosi sull’organismo, in secondo luogo perché in qualche caso potrebbe essere necessario ripetere la cura dopo 10-21 giorni e infine per bloccare in maniera efficace la diffusione delle uova nell’ambiente, attraverso feci fresche.

Le cure

La cura delle parassitosi intestinale si avvale di farmaci specifici, detti “antielmintici”, che devono essere prescritti dal medico, quali ivermectina, pirantel pamoato, mebendazolo, praziquantel e albendazolo. In genere per l’ossiuriasi si somministrano una sola volta, lontano dai pasti, con un’eventuale ripetizione della dose a distanza di 15 giorni.

In caso di teniasi,  imenolepiasi o altre infestazioni è invece preferibile una cura per 7 giorni, per esempio con niclosamide in associazione a un lassativo, per favorire l’eliminazione del parassita.

Da non trascurare è comunque la necessità di somministrare il farmaco a tutti i componenti della famiglia, anche se non avvertono alcun disturbo, e di avvertire immediatamente le comunità frequentate da loro (scuola, ufficio, palestra), in modo da limitare il più precocemente possibile la diffusione della parassitosi.

 

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