Attraverso l’impiego del rigoroso sistema di codifica internazionale Vet-ICD-O-canine-1, i ricercatori dell’Università di Pisa hanno incrociato i dati provenienti dagli archivi di Pisa e del Lazio per mappare con precisione l’incidenza tumorale in relazione a età, razza e morfologia.

L’indagine ha rivelato dati cruciali per la pratica clinica, evidenziando come l’età media alla diagnosi per i cani si attesti tra i 9 e i 10 anni, con variazioni significative indotte da fattori biologici e strutturali. In particolare, la corporatura grande, le specifiche conformazioni craniche (brachicefale e dolicocefale) e l’appartenenza al sesso femminile sembrano agire come fattori predisponenti che anticipano l’insorgenza di forme maligne. Nel panorama felino, dove l’età media per le neoplasie maligne è di circa 11 anni, lo studio ha osservato una precocità diagnostica superiore nei soggetti maschi e in quelli non appartenenti a razze pure.

Dall’analisi emerge chiaramente che il rischio di malignità non solo aumenta con l’invecchiamento, ma risulta statisticamente più elevato nei gatti e in determinate razze canine, tra cui spiccano il Dogo Argentino, il Rottweiler e il Boxer. Al contrario, una minore suscettibilità è stata riscontrata nei gatti di razza pura e in cani come il West Highland White Terrier, il Cocker Spaniel e il Barboncino. Un contributo fondamentale di questa ricerca risiede inoltre nell’individuazione di nuove potenziali vulnerabilità oncologiche in razze molto diffuse, quali il Cane Corso italiano, il Pastore Maremmano, il Jack Russell Terrier e il Doberman Pinscher, aprendo la strada a una prevenzione più mirata.

Per condividere un aggiornamento di stato sulla pratica clinica, abbiamo intervistato Paola Valenti MSc, DACVIM (Oncology), Dipl. ECVIM- CA (Oncology) della Clinica Veterinaria Malpensa di Anicura con sede a Samarate (VA).

Paola Valenti MSc, DACVIM (Oncology), Dipl. ECVIM- CA (Oncology) della Clinica Veterinaria Malpensa di Anicura di Samarate

Dottoressa Valenti, sulla base della sua pratica clinica, quali sono i tumori più comuni nei cani e nei gatti? Può citarne almeno tre in ordine di prevalenza con accenni riguardanti l’eziopatogenesi? 

«Nella pratica clinica veterinaria, i tumori più comuni del cane sono i tumori mammari, il linfoma e il mastocitoma. I tumori mammari sono molto frequenti nelle femmine non sterilizzate e la loro eziopatogenesi è legata all’influenza ormonale, in particolare estrogeni e progesterone; infatti, la sterilizzazione entro i due anni di età può ridurre notevolmente il rischio di insorgenza di queste neoplasie. Il linfoma è un tumore ematopoietico che origina dalle cellule linfoidi, con predisposizione genetica in alcune razze e possibile coinvolgimento di fattori immunitari. Nel cane si presenta più tipicamente in forma di linfoma multicentrico, con coinvolgimento dei linfonodi esplorabili. Il mastocitoma è uno dei tumori più frequenti della cute del cane, è descritta una predisposizione di razza (es. Boxer, Carlini, Golden Retriever) e si può presentare come nodulo solitario o con più lesioni distribuite sulla superficie corporea. Nel gatto, i tumori più frequenti sono il linfoma e il carcinoma squamoso orale. Il linfoma può coinvolgere diversi distretti corporei ma più frequentemente si riscontra a livello di intestino, cavità nasali, rene e mediastino. La positività ai virus FIV e FeLV può rappresentare un fattore di rischio. Il carcinoma squamoso è il tumore orale più frequente nella specie felina e si caratterizza per elevata aggressività locale». 

Quanto è diffusa e praticata la chemioterapia?

«La chemioterapia tradizionale in oncologia veterinaria è una pratica ormai molto diffusa, soprattutto nei centri specialistici e nelle strutture che dispongono di personale formato e protocolli dedicati. Viene utilizzata principalmente per tumori sistemici come il linfoma, ma anche come terapia adiuvante dopo chirurgia in neoplasie solide ad alto rischio di metastasi, ad esempio mastocitomi, osteosarcomi e carcinomi mammari. I protocolli utilizzati sono spesso comparabili a quelli utilizzati in medicina umana, utilizzando dosaggi compatibili per la specie in esame e privilegiando il benessere del paziente rispetto all’aggressività terapeutica. In sintesi, è una modalità consolidata e praticata, che può contribuire ad allungare l’aspettativa di vita dei pazienti oncologici veterinari, allo stesso tempo garantendo qualità di vita».

Quali sono a oggi le possibilità di trattamento emergenti e/o all’avanguardia più promettenti per il futuro?

«Tra le opzioni di trattamento emergenti e più promettenti in oncologia veterinaria troviamo innanzitutto l’immunoterapia, che si basa sulla stimolazione del sistema immunitario per riconoscere e distruggere le cellule tumorali. Sono in fase di sviluppo diversi vaccini e anticorpi monoclonali, soprattutto per tumori come il melanoma, il linfoma e l’osteosarcoma. Un’altra area di grande interesse è la terapia mirata a base di inibitori recettoriali (es. inibitori tirosin- chinasici), che utilizza farmaci in grado di colpire specifiche mutazioni o recettori presenti sulle cellule neoplastiche, riducendo gli effetti collaterali rispetto alla chemioterapia tradizionale. Anche in medicina veterinaria si sta sviluppando, seppur ancora in fase più embrionale rispetto alla medicina umana, la medicina personalizzata: attraverso analisi genetiche e molecolari del tumore è possibile scegliere il trattamento più efficace per ogni singolo paziente. Vanno infine ricordate le nuove frontiere in campo radioterapico, che vedono sempre di più l’utilizzo della radioterapia stereotattica o dell’IMRT (intensity-modulated radiation therapy) e l’utilizzo di metodiche di chirurgia mininvasiva».

Con quali modalità si può sostenere il paziente per ridurre gli effetti collaterali durante i trattamenti?

«Per ridurre gli effetti collaterali più significativi durante i trattamenti oncologici è fondamentale adottare un approccio di tipo multimodale. Si parte dalla gestione farmacologica dei sintomi come nausea, vomito e diarrea, utilizzando antiemetici, analgesici e sinbiotici. È altrettanto importante monitorare costantemente i parametri ematologici per prevenire complicanze come la mielosoppressione. Anche la nutrizione gioca un ruolo chiave: garantire un apporto calorico adeguato e, in caso di inappetenza, ricorrere a diete altamente digeribili o a supporti nutrizionali specifici aumenta la qualità di vita dei pazienti che ricevono chemioterapia. Inoltre, il benessere psicofisico del paziente deve essere preservato attraverso un ambiente tranquillo, riduzione dello stress e, quando possibile, terapie complementari come fisioterapia o agopuntura. Infine, il dialogo costante con il proprietario è essenziale per riconoscere precocemente i segni di tossicità e adattare il protocollo terapeutico in modo da mantenere la qualità di vita dell’animale al centro del percorso di cura».

In medicina umana l’approccio è sempre più integrato e olistico. Cosa sta avvenendo in medicina veterinaria?

«Sì, anche in medicina veterinaria si sta affermando un approccio sempre più integrato e olistico, soprattutto nell’ambito oncologico. Oggi non ci si limita alla terapia del tumore, ma si considera il paziente nel suo insieme, includendo il benessere fisico, nutrizionale e psicologico. Accanto ai trattamenti tradizionali come chirurgia e chemioterapia, si affiancano protocolli di supporto che comprendono gestione del dolore, nutrizione clinica, fisioterapia e, in alcuni casi, terapie complementari come agopuntura o tecniche di riduzione dello stress. Inoltre, la collaborazione tra diverse figure professionali – oncologi, anestesisti, nutrizionisti e comportamentalisti – è sempre più frequente, con l’obiettivo di garantire non solo la sopravvivenza, ma anche la qualità di vita dell’animale. Questo approccio multidisciplinare rappresenta una tendenza in crescita e riflette la volontà di avvicinarsi agli standard della medicina umana, adattandoli alle esigenze specifiche dei pazienti veterinari».

Dalla letteratura scientifica
Uno studio multicentrico dell’Università di Pisa descrive lo sviluppo di un ACR basato sulla patologia analizzando retrospettivamente oltre 20 mila casi confermati istologicamente di neoplasia canina e 5 mila di neoplasia felina nel periodo 2008-2023. Un lavoro di alto profilo scientifico che fornisce al medico veterinario e al farmacista specializzato dati e informazioni utili per percorsi diagnostici calibrati sulle specifiche necessità di razza e fascia d’età del paziente oncologico.

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