Un’eredità importante, quella che si trova a sostenere Maurizio Pace, dal 22 ottobre 2025 eletto come nuovo presidente dell’Enpaf dopo i 32 anni di reggenza del predecessore Emilio Croce. Non arriva tuttavia impreparato: nel suo background ci sono, infatti, oltre vent’anni di esperienza tra la presidenza dell’Ordine di Agrigento, il successivo incarico di segretario della Fofi e l’attività nel Cda della Fondazione dell’Enpaf.

Non sono pochi i fronti su cui il presidente si troverà a essere impegnato e in cui si è già messo all’opera, tra innovazione digitale, carenza di personale e ricambio generazionale, oltre ai temi legati al futuro della “Farmacia dei servizi” e all’equilibrio previdenziale dell’ente. Con tutto questo all’orizzonte, abbiamo voluto tracciare le aspettative del neo-presidente per un mandato che lo vedrà in carica fino al 2029.

Presidente, quali sono le esperienze professionali e le motivazioni che l’hanno portata a candidarsi?

«Il mio percorso professionale nasce dal lavoro quotidiano in farmacia, a contatto diretto con le persone, con i loro bisogni di salute e con le trasformazioni della nostra professione. L’esperienza maturata in Enpaf mi ha dato una visione concreta delle dinamiche previdenziali, delle opportunità e delle criticità del sistema e delle responsabilità che comporta guidare un ente come il nostro. La mia candidatura alla presidenza nasce quindi dalla volontà di mettere questa esperienza al servizio di un progetto serio, equilibrato e orientato al futuro».

Quali sono invece le principali novità progettuali che vuole mettere in atto?

«Credo in un approccio concreto, fondato sull’ascolto, sull’analisi dei dati e sulla capacità di intervenire con decisione quando le circostanze lo richiedono. Attraverso le prime consultazioni con gli Osservatori per Giovani, Specializzandi e Pensionati, stiamo lavorando su adeguamenti del regolamento previdenziale pensati per bilanciare le diverse esigenze degli iscritti».

I tre nuovi osservatori sono stati istituiti il 16 dicembre 2025 su sua volontà. Perché sono stati creati?

«Si tratta di Commissioni permanenti di supporto al Consiglio di amministrazione, composte da colleghi che rappresentano in modo qualificato tre ambiti strategici per l’Ente. Oggi le condizioni di un giovane che si affaccia alla professione, di uno specializzando o di un pensionato sono molto diverse tra loro, per cui il sistema previdenziale deve tenerne conto in modo puntuale».

Pochi mesi fa è stato presentato il vostro bilancio, alla presenza anche dell’onorevole Gemmato, sottosegretario alla Salute. I conti sono in positivo, anche grazie al prezioso lavoro del suo predecessore. Come commenta in questo senso gli ottimi risultati degli ultimi anni dell’Enpaf?

«Il budget 2026 conferma la solidità dell’Enpaf e la sua capacità di affrontare le sfide future con responsabilità e visione strategica. Le risorse crescono per pensioni, welfare integrato e misure di assistenza, con interventi concreti a sostegno della genitorialità e del benessere dei colleghi. Grazie a un utile previsto di oltre 132 milioni di euro e a un saldo previdenziale robusto, l’ente può programmare oggi scelte equilibrate per garantire prestazioni sostenibili nel domani».

Il Cda il 28 gennaio ha approvato un ulteriore finanziamento di 500 mila per il contributo a sostegno alla genitorialità, che prevede l’erogazione di un contributo economico in favore dei farmacisti iscritti in caso di nascita, adozione o affidamento preadottivo di un minore. Quali sono state le ragioni che vi hanno portato a questa decisione?

«Il rifinanziamento nasce dal fatto che la misura ha funzionato. In poco più di un anno sono state liquidate oltre cinquecento prestazioni, segno che il bisogno è reale. Abbiamo quindi deciso non solo di confermare lo stanziamento, ma di ampliarne la portata, rendendo l’accesso più semplice e inclusivo».

Un punto fermo della sua campagna è stata la promessa di un riesame della doppia contribuzione per i dipendenti, che pagano sia il contributo Inps che quello per Enpaf, un tema molto dibattuto soprattutto tra i non titolari che domandano ragione di questo pagamento. Come pensa di intervenire in questo senso?

«Il tema della doppia contribuzione è delicato e comprendo le perplessità di molti colleghi dipendenti. È però importante ricordare che l’iscrizione all’Enpaf non è una scelta dell’ente, ma un obbligo previsto dalla normativa per tutti i farmacisti iscritti all’Albo. Proprio per tenere conto della specificità dei lavoratori dipendenti, già dal 2004 è stato introdotto il contributo di solidarietà, che rappresenta una quota molto ridotta rispetto al contributo ordinario. Spesso però si dimentica un aspetto fondamentale: anche chi versa il solo contributo di solidarietà accede a tutto il sistema di welfare dell’Ente. Parliamo di coperture sanitarie integrative, “long term care”, sostegni alla genitorialità, contributi per asili nido e scuole dell’infanzia, misure assistenziali».

Concretamente come pensa di agire sulla doppia contribuzione?

«Stiamo ascoltando le diverse sensibilità presenti nella categoria. Come ente previdenziale riteniamo tuttavia più utile lavorare su strumenti che rafforzino le tutele future degli iscritti. Per questo motivo, stiamo lavorando a una proposta regolamentare che consentirà a chi ha versato nel tempo il contributo di solidarietà di trasformarlo, su base volontaria, in contribuzione previdenziale utile ai fini pensionistici. In sostanza, sarà possibile reintegrare quanto versato scegliendo il contributo in misura intera oppure un’aliquota ridotta di contribuzione, in modo flessibile e sostenibile rispetto alla propria situazione professionale. Si tratta di un intervento importante perché il contributo di solidarietà, per sua natura, non genera diritti pensionistici. Offrire uno strumento di ricostruzione della posizione previdenziale significa quindi dare ai colleghi un’opportunità concreta: rafforzare la propria tutela futura senza rinunciare alla gradualità».

Quindi una contribuzione ridotta può produrre effetti significativi nel lungo periodo?

«Sì, certamente. Ad esempio, con una riduzione dell’85% – quindi versando solo il 15% del contributo base – si matura una quota pensionistica proporzionata. Oggi questo corrisponde ad un trattamento pensionistico rivalutabile nel tempo e reversibile su un arco lavorativo di 35-40 anni superiore ai 2.000 euro. Un rendimento che, a parità di versamenti, non è replicabile da strumenti di previdenza complementare, anche perché la contribuzione obbligatoria gode di piena deducibilità fiscale, senza i limiti previsti per i fondi integrativi. Come ogni modifica regolamentare, il percorso prevede passaggi istituzionali precisi: esame in Consiglio di Amministrazione, successiva deliberazione del Consiglio Nazionale e infine l’approvazione dei Ministeri vigilanti. Ritengo comunque che nei prossimi anni sarà centrale investire sulla cultura previdenziale».

Come?

«Molti giovani professionisti non hanno piena consapevolezza di quanto sia importante costruire per tempo il proprio futuro pensionistico, soprattutto in un contesto in cui le prestazioni pubbliche con il sistema contributivo garantiscono al massimo il 60% dell’ultima retribuzione. Il confronto su questi temi resta aperto, ma deve essere affrontato con equilibrio, tenendo insieme sostenibilità, diritti e consapevolezza».

Alcuni colleghi lamentano una quota pensionistica troppo ridotta a differenza di altre categorie professionali. Come risponde a questa critica?

«L’Enpaf adotta un sistema a prestazione definita: a un determinato versamento contributivo corrisponde un preciso coefficiente pensionistico. Il contributo obbligatorio di base è storicamente contenuto rispetto ad altre Casse professionali e, di conseguenza, anche la prestazione è proporzionata a quanto versato nel tempo. È un equilibrio tecnico che garantisce sostenibilità e certezza delle regole. Il tema dell’adeguatezza delle pensioni, però, non può essere eluso. Per questo abbiamo istituito l’Osservatorio Pensionati per analizzare esigenze e possibili correttivi nel rispetto degli equilibri attuariali. Stiamo lavorando a un percorso di revisione delle regole che tenga conto dell’equità tra generazioni, e valorizzi maggiormente le forme di contribuzione volontaria. Queste ultime, come accennavo, consentono di costruire trattamenti pensionistici significativamente più elevati, anche grazie a meccanismi premiali collegati all’entità del versamento».

identikit
Maurizio Pace viene eletto nel 1993 Presidente dell’Ordine dei Farmacisti della provincia di Agrigento; nel febbraio 2006 è eletto segretario della F.O.F.I. (Federazione Ordini Farmacisti Italiani); il 10 settembre 2025 viene rieletto nel C.d.A. della Fondazione ENPAF (di cui fa parte dal 1997); Il 22 ottobre successivo si insedia il nuovo C.d.A. e durante lo svolgimento dello stesso è eletto presidente.

 

Articolo tratto dall’edizione cartacea di Tema Farmacia News n.8, settembre 2026, p.14

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