Ad alta diffusione, ma potenzialmente associato a buoni tassi di diagnosi precoce, grazie all’aderenza a campagne di screening sensibilmente migliorata dall’impegno attivo delle farmacie territoriali. Nuovi strumenti terapeutici già disponibili e altri attesi in diagnostica. È lo scenario attuale dei tumori del colon-retto, rilevati in stadi di malattia spesso iniziale, più trattabile, con qualità di vita migliore per il paziente.

Servono tuttavia più sensibilizzazione e informazione capillare a livello collettivo: obiettivo cui punta, anche quest’anno, il mese di marzo, dedicato alla sensibilizzazione al tumore del colon retto. Il farmacista, per esempio, può educare e informare il paziente all’importanza di corretti stili di vita: al ruolo svolto, in questi tumori ma non solo, dall’alimentazione e dai fattori dietetici. 

Porte aperte allo screening

La ricerca del sangue occulto nelle feci resta lo strumento per eccellenza per la diagnosi precoce del tumore del colon-retto, reperibile facilmente in farmacia, e che negli anni ha favorito la riduzione della mortalità.

«Lo screening del tumore del colon-retto in farmacia – dichiara Paolo Levantino, farmacista clinico, segretario Nazionale Fenagifar (Federazione Nazionale Associazione Giovani Farmacisti), Past President Agifar Palermo – ha contribuito a migliorare la copertura rendendo la prevenzione più accessibile e sistematica nella popolazione target, grazie alla possibilità di ritirare e riconsegnare il test direttamente in farmacia, unita al rapporto di fiducia con il farmacista, una opportunità sfruttata e apprezzata, anche dai cittadini meno inclini a rispondere agli inviti tradizionali, e per ricevere indicazioni sull’esecuzione del test e avere chiarimenti su specifici dubbi».

Le origini della neoplasia

Gli oltre 50 mila nuovi casi di tumori del colon retto diagnosticati in Italia ogni anno, posizionano queste neoplasie come tra le più diffuse al mondo, la seconda nella donna dopo il tumore della mammella e nell’uomo dopo il tumore del polmone.

«Sia il tumore del colon che del retto – spiega Valerio Panizzo, chirurgo generale dell’UO si Chirurgia Generale all’’IRCCS Ospedale Galeazzi Sant’Ambrogio di Milano – originano dalla mucosa del grosso intestino e nella gran parte dei casi sono l’evoluzione di polipi adenomatosi, cioè di lesioni benigne che nel tempo subiscono una trasformazione in carcinomi maligni, richiedendo l’asportazione chirurgica. La prevenzione, e in particolare l’attenzione ai cambiamenti delle abitudini dell’alvo, ad esempio da maggiore evacuazione con 2-3 scariche quotidiane verso una condizione di stitichezza, o viceversa, così come la comparsa di dolori e gonfiore addominale o di coliche sono tutti segnali che non vanno sottovalutati. Aspetti, quelli legati all’alvo, che il farmacista può facilmente indagare con il paziente al banco anche nel corso del ritiro/consegna del kit di screening».

La prevenzione, e in particolare l’attenzione ai cambiamenti delle abitudini dell’alvo, che il farmacista può facilmente indagare con il paziente al banco anche nel corso del ritiro/consegna del kit di screening
La prevenzione, e in particolare l’attenzione ai cambiamenti delle abitudini dell’alvo, che il farmacista può facilmente indagare con il paziente al banco anche nel corso del ritiro/consegna del kit di screening

Inoltre il farmacista può educare e informare il paziente all’importanza di corretti stili di vita: al ruolo svolto, in questi tumori ma non solo, dall’alimentazione e dai fattori dietetici. «È noto infatti che i tumori del colon-retto sono in aumento nei Paesi occidentali favoriti dal maggior consumo di cibi più industrializzati, di una dieta ricca di grassi non naturali e povera di fibre che a sua volta si associa ad un maggiore rischio di obesità. Anche quest’ultimo, un fattore trigger per queste neoplasie tanto che si rilevano in larga misura in pazienti in eccesso ponderale. Infine, anche sedentarietà, l’uso/abuso di alcolici, fumo e famigliarità predispongono al potenziale sviluppo, comunque a una più alta probabilità, per un tumore del colon-retto nell’arco della vita».

Famigliarità e genetica

Il farmacista, con poche domande può anche indagare e verificare se il proprio paziente che manifesta un disagio/disturbi intestinali presenta in famiglia casi di polipi, anche benigni, a cui potrebbe essere consigliato un diverso percorso diagnostico per indagare la presenza di poliposi adenomatosa famigliare (FAP), caratterizzata dallo sviluppo di centinaia di polipi all’interno del lume del colon e del retto.

La colonscopia è tra gli esami preventivi a cui sottoporsi così da battere sul tempo l’evoluzione di un polipo benigno verso la malignità, qualora venga trascurato
La colonscopia è tra gli esami preventivi a cui sottoporsi così da battere sul tempo l’evoluzione di un polipo benigno verso la malignità, qualora venga trascurato

Polipi che possono degenerare in un tumore, come in qualunque altro paziente, ma dove la numerosità di lesioni in questi pazienti fa la differenza, richiedendo una osservanza molto più attiva nel tempo. «Mentre a livello genetico, la sindrome di Lynch, una mutazione poco nota, può favorire l’insorgenza di tumori del colon e del retto, e/o di altri tipi di neoplasie. Pertanto a parenti di I grado (figli, nipoti) di pazienti che hanno avuto un tumore colo-rettale – prosegue Panizzo – è consigliato eseguire in maniera anticipata lo screening, intorno ai 45 anni rispetto ai 50 anni normalmente raccomandati o comunque 5 anni prima della data di insorgenza della persona che in famiglia ha manifestato la malattia, insieme alla colonscopia, così da battere sul tempo l’evoluzione di un polipo benigno verso la malignità, qualora venga trascurato. Le persone/pazienti a più alto rischio verranno dunque avviate a un iter diagnostico-terapeutico di sorveglianza più attiva».

Sono poi in valutazione nuove indicazioni per l’esecuzione dello screening. Ad esempio in Regione Lombardia (ogni regione ha proprie norme) la ricerca del sangue occulto fecale viene condotta ad anni alterni (uno sì e uno no) su un solo campione: la proposta per il futuro è di mantenere annualmente la ricerca di sangue occulto fecale, ma in maniera più “estesa”. Dati di letteratura degli ultimi 5-6 anni mostrano che la ricerca su 3 test consecutivi, rispetto al campione singolo, è molto più attendibile. «Quindi il farmacista può consigliare, in particolare a pazienti con famigliarità o disturbi addominali, oltre allo screening regionale, l’esecuzione del test esteso a più campioni».

L’approccio terapeutico

La gestione del tumore del colon-retto non può essere esclusiva di un unico specialista, ma deve prevedere il coinvolgimento di un team multidisciplinare: il chirurgo generale, il radiologo, eventualmente il radioterapista, l’oncologo e l’anatomopatologo.

«Questa sinergia di squadra consente di definire se è meglio avviare il paziente direttamente alla chirurgia – prosegue Panizzo – che in caso di tumore stabile e in stadio precoce resta la soluzione più curativa o se, invece, sia più opportuno procedere a cicli di terapie pre-operatorie, quali chemio e radioterapia (RT), per favorire il down-staging della malattia, quindi la possibilità di intervenire chirurgicamente in maniera più precisa e radicale. Aspetti che sono molto importanti soprattutto nel tumore rettale rispetto a quello colico, in quanto se il tumore è nel retto, cioè nella parte finale del colon e va a coinvolgere o si trova molto più vicino all’ano, potrebbe arrivare a interessare gli sfinteri, i muscoli che servono a mantenere la continenza, compromettendone la funzionalità».

La sinergia tra diverse figura sanitarie consente di definire se è meglio avviare il paziente direttamente alla chirurgia o ad altri trattamenti, come radio e chemioterapia
La sinergia tra diverse figura sanitarie consente di definire se è meglio avviare il paziente direttamente alla chirurgia o ad altri trattamenti, come radio e chemioterapia

Laddove il tumore non sia aggredibile chirurgicamente, o sia tale da richiedere una deviazione (stomia) definitiva, chemio e RT possono aiutare a ridurre la massa, quindi a poter procedere con un intervento radicale, senza compromissione della funzione e canalizzazione per via naturale. «L’anatomo patologo e l’oncologo – conclude Valerio Panizzo – sono essenziali in quanto il primo sul campione bioptico può rilevare la presenza di marker bioptici che esprimono alcuni particolari recettori, nello specifico la positività al marker PDL1 potenziali bersagli di terapie innovative, come farmaci biologici e/o l’instabilità dei microsatelliti. Questi due specifici parametri, se presenti in un contesto di tumore del colon-retto rendono il paziente candidabile a nuove terapie. Quindi l’orientamento terapeutico nel tumore del colon-retto è sempre più verso un trattamento sartoriale, modulato e ritagliato sul paziente, sulla caratterizzazione molecolare del tumore, sulla sua localizzazione, sull’espressione genica: informazioni determinanti per l’avvio di una terapia pre- o postchirurgica. Queste innovazioni hanno portato il tumore colorettale, pur restando molto diffuso, a risposte significative in termine di guarigione, tempo libero da malattia a 5 anni nell’85% dei casi e buone opportunità di trattamento».

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