Il diabete, in particolare il diabete mellito di tipo 2, è passato nel giro di pochi decenni dall’essere una patologia quasi di nicchia al trasformarsi in una vera e propria emergenza sanitaria, con una progressione “pandemica”. Di fronte a questo cambiamento di scenario, la professoressa Raffaella Buzzetti, professore ordinario di Endocrinologia presso il Dipartimento di Medicina sperimentale, responsabile dell’Unità operativa complessa di Diabetologia presso l’AOU Policlinico Umberto I di Roma e presidente della Società Italiana di Diabetologia – SID, non ha dubbi: questa trasformazione è imputabile a un radicale mutamento degli stili di vita che ha caratterizzato non solo i paesi occidentali ma anche quelli in via di sviluppo.

«Si tratta di un cambiamento iniziato più di 30 anni fa, prima in maniera più lenta e negli ultimi anni in modo via via più accelerato» ha spiegato Buzzetti. Il fattore scatenante è stato l’impatto della modernità sul nostro fenotipo, non abituato a ritmi così sedentari e a una dieta tanto ricca di calorie vuote. «Il cambiamento degli stili di vita, la riduzione dell’attività fisica, l’utilizzo incrementale di auto e mezzi per spostarsi e poi il cambiamento della dieta, con un consumo sempre più esasperato di zuccheri semplici e grassi saturi e un’alimentazione “mordi e fuggi”, sono stati i fattori predominanti».

La preferenza sempre più marcata di prodotti preconfezionati e zuccherati ha avuto un effetto diretto: l’obesità. «Tutta questa disponibilità di cibo ha influito in maniera significativa sul nostro fenotipo, determinando prima una pandemia di obesità – che è uno dei principali fattori di rischio per il diabete tipo 2 – e quindi quella di diabete di tipo 2».

DMT1 e DMT2 a confronto

Nonostante entrambe le forme siano caratterizzate da valori di glucosio nel sangue superiori alla normalità, la presidente SID ha marcato una netta distinzione tra i due tipi più prevalenti: il diabete mellito di Tipo 2 (DMT2), che rappresenta circa il 90% dei casi, e il diabete mellito di Tipo 1 (DMT1), che si attesta attorno al 7-8%.

«Sono due tipi di diabete che sebbene caratterizzati entrambi da valori di glicemia oltre i limiti, riconoscono una patogenesi diversa. Il diabete di Tipo 1 è una malattia autoimmune a insorgenza giovanile. Cellule dell’organismo, come i linfociti – i “soldatini” posti a difesa del sistema immunitario contro batteri, virus e infezioni fungine -, a un certo punto riconoscono come estranee le cellule beta del pancreas che producono l’insulina e le distruggono. Nel DMT1 viene quindi meno la produzione endogena di insulina, rendendo indispensabile l’immissione dell’ormone dall’esterno» ha spiegato la professoressa. «Il diabete di Tipo 2 è caratterizzato da un’insulina che “funziona poco”, un fenomeno noto come insulino-resistenza, spesso dovuta a un’infiammazione di basso grado collegata all’obesità e all’eccedenza ponderale. Inizialmente, il pancreas compensa producendo sempre più insulina, ma con il tempo subentra l’esaurimento della produzione. Il fattore scatenante in questa forma è nella maggior parte dei casi identificato nell’obesità e nell’eccesso ponderale».

In termini di ereditarietà, entrambe sono malattie poligeniche, il che significa che molteplici variazioni genetiche predispongono alla malattia, ma saranno poi i fattori ambientali a determinarne (o meno) l’insorgenza. Nel DMT1, tuttavia, i fattori ambientali scatenanti restano ancora sconosciuti.

Farmaci e tecnologia

Nonostante le sfide epidemiologiche, gli ultimi anni hanno segnato un importante punto di svolta grazie all’innovazione, che ha ottimizzato la gestione di entrambe le forme di diabete.

Nel diabete di Tipo1, la gestione è stata rivoluzionata dai device: «Sistemi di monitoraggio continuo del glucosio piuttosto che pompe e sensori hanno ottimizzato la gestione della patologia».

L’impiego di tecnologie avanzate, come i sistemi ibridi a loop chiuso, ha migliorato sensibilmente gli outcomeclinici e la qualità di vita dei pazienti. Nel diabete Tipo2 la grande svolta è arrivata con i nuovi farmaci, «in particolare gli agonisti del GLP-1 e gli inibitori SGLT-2». Questi farmaci hanno ridefinito la strategia terapeutica non solo per il controllo glicemico, ma soprattutto per la protezione d’organo. Il loro impatto si estende alla prevenzione delle complicanze cardiovascolari e renali, offrendo una speranza concreta per ridurre i ricoveri e i costi associati.

Prevenzione e integrazione

Il futuro risiede nella prevenzione e nell’integrazione territoriale. La professoressa Buzzetti in tal senso è categorica: «Il futuro è nella prevenzione, nello screening precoce, nel sollecitare la popolazione generale a controllarsi con semplici esami di laboratorio – emoglobina glicata, glicemia, colesterolo, livelli di pressione arteriosa, variabili queste ultime importantissime per la prevenzione cardiovascolare». La presidente SID chiede quindi a gran voce una forte collaborazione anche istituzionale per promuovere una sana alimentazione e corretti stili di vita fin dalle scuole. In questo contesto di sanità territoriale che il DM77 e gli investimenti PNRR mirano a rendere più capillare, l’integrazione di tutti gli attori è fondamentale. «Ci deve essere assolutamente una grande inclusività anche se ad oggi il DM77 è ancora un contenitore vuoto per molti aspetti».

I costi della patologia

L’analisi dei costi del diabete conferma l’assoluta necessità di investire maggiormente sulla prevenzione e sul monitoraggio precoce. «Se portiamo a 100 i costi del diabete, il 90% sono quelli attribuibili ai ricoveri ospedalieri per le complicanze, mentre quelli di farmaci e dispositivi medici si attestano a circa il 10% della spesa complessiva» ha ricordato Buzzetti. Le voci di costo più pesanti sono quindi rappresentate dai ricoveri ospedalieri per complicanze cardiovascolari (infarto e ictus), nefropatia (il diabete è la prima causa di dialisi) e piede diabetico.

Questo scenario porta direttamente al tema del ritardo diagnostico, in particolare nel DMT2: «In Italia ci sono circa 4 milioni di pazienti con diabete ma ce ne sono un ulteriore milione, milione e mezzo che non sa di averlo. Accorgersi di avere il diabete con 2-3 anni di ritardo, periodo in cui le glicemie sono state sopra il range massimo, determina che il danno a livello dell’endotelio delle arterie sia ormai presente in modo importante e irreversibile. Prevenzione e diagnosi precoce sono quindi asset irrinunciabili su cui puntare».

Centralità del diabetologo

Per una attenta gestione della patologia la professoressa Buzzetti ha ribadito la centralità del diabetologo che, insieme al Medico di Medicina Generale, è il primo professionista che vede il paziente con diabete ed è in grado di implementare precocemente le terapie salvavita, prima che sopraggiungano le complicanze. «La rete diabetologica italiana è un’eccellenza: basti pensare che i valori medi di glicata nel nostro Paese sono di circa almeno 1 percentuale inferiori a quelli del Regno Unito».

Il diabetologo, insieme al team multidisciplinare rappresentato da infermiere dedicato, dietista e psicologo, è dunque la figura cardine di un team multidisciplinare che include anche altre figure quali cardiologo, nefrologo. «Noi siamo per l’inclusione totale di tutti gli attori in gioco» ha sottolineato la presidente SID. In questo contesto, la farmacia dei servizi, in particolare nelle aree meno servite del Paese, spesso sguarnite di ulteriori servizi sanitari, potrà rappresentare un presidio di supporto portante per la prevenzione ma anche per il monitoraggio e l’aderenza terapeutica, anche se occorrerà vedere l’effettiva implementazione di questi servizi ancora in fase embrionale.

In conclusione, il diabetologo resta «centrale» nel team di cura specialistico, ma fondamentale è la collaborazione con gli altri attori in gioco. Farmacia compresa, e in prima linea.

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