L’acqua non fa domande. Accoglie. Avvolge. Restituisce silenzio. Per Simone Barlaam è sempre stato così: prima delle medaglie, prima dei podi, prima delle corsie illuminate dai riflettori. In acqua il corpo smette di essere definito da ciò che manca e comincia a raccontare ciò che funziona, ciò che spinge, ciò che trova un proprio ritmo.
Simone convive dalla nascita con una disabilità fisica. Non è un dettaglio da rimuovere, ma nemmeno una lente unica attraverso cui guardarlo. È una condizione che ha contribuito a costruire il suo rapporto con il corpo: un rapporto fatto di attenzione, di ascolto, di rispetto. Nel nuoto questo dialogo diventa inevitabile. L’acqua non permette scorciatoie: se la testa è altrove o il corpo non è pronto, lo rivela subito.
Molto prima di diventare un atleta, però, Simone ha imparato cosa significa prendersi cura. Da bambino passava ore nella farmacia del nonno, a Penne. Un luogo di odori, parole sussurrate, gesti ripetuti con calma. Lì, tra un consiglio dato al banco e una ricetta da preparare, si faceva dare le Zigulì come piccolo premio. Senza saperlo, stava assorbendo una lezione che sarebbe tornata utile anni dopo: la salute è fatta di attenzione quotidiana, di ascolto, di relazione.
Campione paralimpico, volto di uno sport che oggi parla di eccellenza prima ancora che di categorie, Barlaam ha costruito il suo percorso lontano da ogni retorica. Lo sport non come riscatto, ma come spazio di verità. Come luogo in cui il limite non viene negato, ma conosciuto, gestito, trasformato in consapevolezza.
In questa intervista, Simone Barlaam racconta il suo modo di prendersi cura di sé: l’alimentazione, l’integrazione, il recupero, la relazione profonda tra mente e corpo. Un viaggio dentro la salute di un atleta d’élite, che inizia molto prima della prima bracciata, in una piccola farmacia di paese, e continua ancora oggi, vasca dopo vasca.
Come è iniziato tutto?
«Con una parola sola: passione. L’acqua mi è sempre piaciuta, fin da bambino. Per chi convive con una disabilità fisica, l’acqua non è solo uno sport: è tutto. Sulla terraferma mi sentivo goffo, più lento degli altri. Avevo bisogno di una protesi. In acqua no. Lì il corpo smetteva di pesare, smetteva di frenare. Era libertà. Un po’ come volare».
Che cosa rappresentava per te stare in acqua, allora?
«Era connessione. Con me stesso, prima di tutto. In acqua torni a uno stato primordiale, quasi al liquido amniotico, a quando eri nel grembo di tua madre. È un luogo in cui ti ascolti davvero, senza distrazioni, senza paragoni».
A un certo punto il nuoto smette di essere solo un gioco. Quando succede?
«Succede piano, senza rumore. Da bambino nuotavo insieme ai normodotati ed era normale che nessuno immaginasse per me un futuro da atleta professionista. Neppure io. Il mondo paralimpico l’ho scoperto da solo, più tardi».
Che impatto ha avuto quella scoperta?
«Enorme. Ho visto atleti che gridavano il loro “no” in faccia ai loro corpi diversi, imperfetti. Ho visto corpi muscolosi, forti, belli da guardare. Ho visto persone con una vita sociale normale, piena. È stato uno shock positivo. Ho capito che potevo provarci anch’io».
Quando parliamo di salute per uno sportivo d’élite, non si parla solo di assenza di infortuni. Per te cosa significa davvero “stare bene”?
«Significa costruire un rapporto molto profondo con il proprio corpo. È un dialogo continuo, costante, tra corpo e testa. A certi livelli devi imparare ad ascoltarti in modo estremamente preciso: ogni segnale conta. Un piccolo malessere che nella vita di tutti i giorni può passare inosservato, per noi può fare la differenza tra vincere e perdere».
Che tipo di ascolto è richiesto?
«È un ascolto attivo. Lavoriamo con il nostro corpo per portarlo al massimo esattamente quando serve. Non prima, non dopo. Quando riesci a centrare quel momento, la sensazione è bellissima. Corpo e mente si parlano, si rispondono, si sostengono a vicenda. È uno scambio quasi magico».
Ci sono pratiche o rituali che ti aiutano a mantenere questo equilibrio?
«Sì, e sono fondamentali. Grazie al lavoro con la mia psicologa dello sport ho imparato tecniche di rilassamento, meditazione, concentrazione. Perché alla fine la sfida più grande è con la nostra mente».

In che senso?
«La mente cerca continuamente scorciatoie per evitarci la fatica. È il suo compito: proteggerci. Ma noi siamo fatti per muoverci, per camminare, correre, saltare, arrampicarci. Forse non proprio per nuotare… ma a me è sempre piaciuto andare un po’ controcorrente».
Torna spesso questo tema del dialogo con il corpo.
«Perché è tutto lì. Guardate come nuota una persona che sta annegando: si agita, solleva acqua, spreca energie. Guardate un atleta olimpico: sembra non muovere quasi nulla, come se non facesse fatica. La differenza è il controllo. Il corpo non va combattuto, va ascoltato. E quando impari a farlo, l’acqua diventa alleata».
Che ruolo ha l’alimentazione nel tuo quotidiano di atleta? È più una disciplina o una forma di ascolto del corpo?
«Direi ancora una volta ascolto del corpo. Per molto tempo ho seguito una dieta molto ferrea, quasi rigida. Pensavo fosse la strada giusta, invece sono andato sottopeso. Solo allora ho scoperto, grazie all’aiuto di professionisti, che il mio metabolismo basale era molto veloce. Ho dovuto cambiare approccio».
Come gestisci oggi i pasti nella tua routine di allenamento?
«Tendo a cucinare da solo. I miei pasti sono ovviamente ricchi di carboidrati, ma non conta solo cosa mangi: conta anche quando mangi. È molto personale. Io, per esempio, odio allenarmi a stomaco pieno. Se devo entrare in acqua alle 14:30, mangio verso le 10:30. È una questione di sensazioni, di equilibrio».
Nel mondo del nuoto l’uso di integratori è molto diffuso. Qual è il tuo approccio?
«Li considero un aiuto, non una scorciatoia. Servono informazione e consapevolezza. È lo stesso messaggio che arriva dall’Agenzia Mondiale Antidoping: sport pulito, ma soprattutto tutela della salute dell’atleta. Servono quando ci sono carenze reali che non riesci a compensare solo con l’alimentazione».
Nel tuo percorso quanto conta il recupero rispetto all’allenamento?
Conta tantissimo. Anzi, a volte penso che il recupero sia persino più importante dell’allenamento. Spingersi al limite è fondamentale, ma se vai oltre quel limite, se non ascolti i segnali, ti fai male. E allora tutto si ferma».
Come si traduce questo principio nella preparazione di una gara importante?
«In modo molto concreto. Nelle tre settimane che precedono una gara clou si abbassa il carico di lavoro. Prima abitui il corpo a volumi importanti, poi devi lasciargli il tempo di assorbire tutto. Il riposo serve proprio a questo: permettere al corpo di arrivare pronto, non stanco, al momento decisivo».
Riposo significa solo dormire di più?
«No, significa anche essere sereni. Dormire bene, senza svegliarsi in continuazione. Avere orari regolari. La qualità del sonno è fondamentale quanto la quantità. Se la testa è agitata, il corpo non recupera davvero.

Ancora una volta torna il tema dell’ascolto del corpo.
«Per forza. Il corpo parla sempre, il punto è se siamo disposti ad ascoltarlo. Allenarsi è spingere, recuperare è rispettare. La vera crescita nasce dall’equilibrio tra queste due cose.
Che messaggio può dare lo sport, e in particolare lo sport paralimpico, a chi guarda da fuori?
«Lo sport paralimpico nasce da un’intuizione molto concreta. Il professor Ludwig Guttmann lavorava con reduci di guerra che avevano riportato gravi menomazioni e capì che lo sport poteva aiutarli a recuperare più in fretta, non solo fisicamente ma anche mentalmente».
E oggi cosa rappresenta, secondo te?
«Rappresenta qualcosa che vale per tutti. Lo sport ti permette di invecchiare più lentamente. Dietro questa frase c’è molto più di quanto sembri: c’è il movimento, la motivazione, il sentirsi vivi. Ognuno può leggerci quello che vuole, ma il senso è profondo.
In che modo lo sport paralimpico parla anche a chi non lo pratica?
«Insegna a farsi ispirare dai sogni e a non fermarsi davanti alle difficoltà. Non è una storia “altra”, diversa. È una storia che può essere sovrapposta alla vita di chiunque. Tutti abbiamo ostacoli, tutti abbiamo limiti: lo sport paralimpico mostra che non sono la fine del percorso, ma spesso l’inizio».
Se guardi oggi il tuo percorso, qual è la cosa più preziosa che lo sport ti ha regalato?
«Sicuramente il dialogo con me stesso. Anche se, forse, prima o poi sarebbe arrivato comunque. Ma se devo scegliere una cosa, dico le persone. Le persone più belle della mia vita le ho conosciute grazie allo sport».
Che tipo di legami sono?
«Legami profondi, veri. Nati nella fatica, nella condivisione degli obiettivi, nelle vittorie ma anche nei momenti difficili. Lo sport ti mette nelle condizioni di essere autentico, e quando sei autentico incontri persone che lo sono altrettanto».
È questo, alla fine, il valore più grande?
Sì. Le medaglie passano, le prestazioni cambiano. Le persone restano. E sono quelle che rendono tutto il resto davvero significativo».


