Il farmacista al banco lo sa bene: per molte persone non c’è niente di più difficile che ingoiare una compressa. Nei casi più estremi si parla di anginofobia quando è manifesta la paura irrazionale e persistente di soffocare o non riuscire a ingoiare o deglutire cibo, liquidi, pillole o persino la saliva.
Il tema è di grande rilevanza: ricercatori tedeschi in un articolo pubblicato sulla rivista Annals of Family Medicine hanno rivelato che un 10% delle persone monitorate rinunciavano ad assumere la terapia prescritta per la difficoltà che avevano nell’ingerire le compresse.
Un concetto però è chiaro: spesso non si devono dividere, triturare, modificare le forme farmaceutiche per non rischiare di diminuirne degli effetti o addirittura renderle tossiche.
Due metodi nuovi
Proprio per venire incontro a queste esigenze, i ricercatori hanno identificato due metodi di ingestione sicuri, uno per le compresse classiche denominato pop bottle method e uno per le capsule chiamato lean forward. Il pop bottle method prevede che la compressa sia posta sulla lingua, le labbra ermeticamente chiuse attorno all’apertura della bottiglia e la pastiglia ingerita con un movimento di aspirazione rapida. Il lean forward, invece, prevede che le capsule vengano ingerite in posizione eretta con la testa piegata in avanti.
In questo modo, infatti, la capsula tende a spostarsi verso l’alto sul palato e a essere spinta naturalmente verso il basso dall’acqua. Dalla ricerca è emerso anche che per una corretta ingestione delle pillole non occorre bere molta acqua, basta un cucchiaio da tavola.

Chi, nonostante questi accorgimenti, non riesce comunque a ingoiare la compressa non deve pensare che ridurla in pezzi più piccoli possa essere la soluzione. Non si devono mai dividere, triturare, modificare le forme farmaceutiche che sulla confezione riportano le diciture:
- COMPRESSE GASTRORESISTENTI
- CAPSULE RIGIDE GASTRORESISTENTI
- COMPRESSE RIVESTITE
- COMPRESSE A RILASCIO PROLUNGATO
- COMPRESSE A RILASCIO MODIFICATO
Farlo, infatti, può indurre una diminuzione degli effetti del farmaco che può quindi perdere di efficacia o addirittura risultare tossico. Spezzare o triturare, ad esempio, un farmaco a rilascio modificato significa alterare il meccanismo di rilascio, provocando il cosiddetto dose dumping: l’intero dosaggio viene assorbito immediatamente, con alto rischio di tossicità ed effetti collaterali gravi.
Nel caso di compresse gastroresistenti, invece, significa che sono rivestite da un film protettivo che impedisce al farmaco di sciogliersi nello stomaco al fine di preservare il principio attivo dall’acidità gastrica che altrimenti lo distruggerebbe. Se la compressa viene spezzata o triturata questo effetto di protezione viene meno.
Capsule (rigide o molli)
Le capsule non dovrebbero essere aperte. Il contenuto (polvere o liquido) potrebbe irritare l’esofago o essere inattivato dai succhi gastrici. È impossibile garantire, d’altra parte, che l’intero contenuto della capsula venga assunto completamente una volta disperso.
A potersi dividere, quindi, sono solo le compresse che presentano la linea di frattura o di incisione e le formulazioni a rilascio immediato non rivestite.

A conferma di quanto spesso, purtroppo, si interviene sui farmaci rompendoli e triturandoli e impedendo così la corretta somministrazione e assorbimento è arrivato uno studio preliminare sulla rivista Aging Clinical and Experimental Research. Si tratta della prima indagine nazionale italiana svolta nelle RSA per valutare l’appropriatezza e i rischi del modello di prescrizione dei farmaci e della loro forma di somministrazione.
Lo studio ha coinvolto 3.400 anziani residenti in 82 strutture di 12 regioni italiane rappresentative di tutto il territorio nazionale ed è stato condotto dalla SIGG (Società Italiana di Geriatria e Gerontologia) in collaborazione con ANASTE Humanitas.
L’aspetto più rilevante emerso dalla ricerca riguarda la manipolazione dei farmaci da assumere per bocca. Spesso i pazienti non riescono a ingoiare le pasticche perché presentano problemi di disfagia, perché in un regime di alimentazione enterale o perché hanno difficoltà a ingoiare per via dei disturbi psico-comportamentali.
Secondo i risultati preliminari dello studio, perciò, 1 compressa su 3 viene tritata o spezzata e circa la metà delle capsule viene aperta e mescolata a cibi e bevande, per facilitare la deglutizione nei pazienti con difficoltà a ingoiare. Nel 13% dei casi, però, le manipolazioni non sono certamente appropriate, rispettivamente nel 5% di tutte le compresse e nell’8% di tutte le capsule somministrate.

Caso per caso, dunque, si dovrebbe sempre valutare la possibilità di somministrare il principio attivo in forme farmaceutiche più favorevoli per il paziente come sciroppi, gocce, bustine granulari, compresse effervescenti o orodispersibili. D’altra parte, le raccomandazioni già esistenti per la gestione della terapia orale, cioè le attuali “Do not crush list” disponibili, non sono univoche né aggiornate e quindi servono nuovi provvedimenti in questo senso.


