Sempre più pazienti oggi si presentano al banco della farmacia convinti di soffrire di un’intolleranza alimentare.
Un quadro apparentemente chiaro che però nella pratica quotidiana assume i contorni di una situazione più complessa. Sintomi aspecifici difficilmente riconducibili a una condizione clinica univoca, una diagnosi stabilita in autonomia in assenza di valutazione clinica appropriata e diete restrittive autoimposte poco sane ed equilibrate rendono difficile distinguere una vera intolleranza da allergie, malassorbimenti o altri disturbi gastrointestinali.
Questi equivoci nascono anche da una reale sottostima delle implicazioni sanitarie e, purtroppo, da una scarsa conoscenza del tema, solida e resistente nonostante un’educazione sanitaria sempre più diffusa. Qui si inserisce il ruolo della farmacia, primo punto di contatto tra una condizione che può avere un impatto importante sulla qualità di vita e un paziente sempre più bisognoso di informazioni corrette.
Spesso prima ancora del consulto specialistico, il farmacista può svolgere un ruolo centrale nel riconoscimento precoce dei sintomi, nell’inquadramento diagnostico e nella definizione di un percorso gestionale integrato basato sulle evidenze e sostenibile verso il gastroenterologo, allergologo, nutrizionista e pediatra.
Secondo Alessandro Colletti, farmacologo che svolge attività di ricerca presso il Dipartimento di Scienze del Farmaco dell’Università di Torino: «Il compito del farmacista non è quello di sostituirsi al medico e quindi alla diagnosi ma fare un triage scientifico per distinguere una sintomatologia che potenzialmente risulta essere compatibile con l’intolleranza piuttosto che dei segnali d’allarme che richiedono l’invio al MMG o allo specialista». Cerchiamo, con il suo aiuto, di focalizzare la nostra attenzione su alcuni punti chiave per il farmacista.
Di che cosa parliamo quando parliamo di intolleranze
Accanto al triage scientifico, fondamentale e imprescindibile è anche il ruolo di riferimento educativo di ogni professionista al banco.
Il termine “intolleranza”, infatti, oggi funziona sempre come un contenitore di condizioni fisiopatologicamente molto differenti e generatore più di confusione semantica fin dal primo contatto con il paziente che chiarezza. La distinzione è netta specialmente tra un’intolleranza alimentare e allergia.
Punti chiave
. Le allergie alimentari sono reazioni avverse agli alimenti di natura immunologica. Coinvolgono il sistema immunitario e possono essere IgE mediate, non IgE mediate oppure miste. Nel caso delle reazioni IgE-mediate, i sintomi possono manifestarsi anche in seguito all’assunzione di quantità molto piccole dell’alimento.
. Le intolleranze invece non dipendono da meccanismi immunomediati, sono spesso dose-dipendenti e la loro sintomatologia può essere influenzata da fattori individuali, come la velocità di svuotamento gastrico, il microbiota intestinale e lo stato infiammatorio della mucosa intestinale.
Si tratta, insomma, di condizioni molto differenti dal punto di vista clinico-diagnostico, e per il meccanismo attraverso cui si generano.

Un identikit preciso
Le condizioni più frequentemente percepite dai pazienti come intolleranze riguardano istamina, lattosio e glutine e una delle criticità maggiori dietro al rischio confusione con le allergie riguarda poi il percorso di diagnosi e i suoi strumenti.
Oggi, infatti, molti pazienti si auto-etichettano come intolleranti, mal interpretando i sintomi sopra descritti e adottando delle restrizioni alimentari autonome che nel tempo possono portare a carenze nutrizionali e, soprattutto, mascherare una patologia sottostante.
Il ricorso all’autodiagnosi e a test privi di adeguata validazione scientifica può contribuire a ritardare un corretto inquadramento e a favorire restrizioni dietetiche non necessarie. Alcuni di questi test sono disponibili anche attraverso canali facilmente accessibili al paziente, rendendo particolarmente importante il ruolo del professionista sanitario.
Punti chiave
. L’appropriatezza di un test diagnostico dipende dal quesito clinico e dal contesto in cui viene utilizzato. Sottoporsi a test senza sintomi o sospetti è metodologicamente sbagliato perché aumenta il rischio di falsi positivi e genera diete inutilmente restrittive allontanando dalla vera diagnosi.
. Il breath test all’idrogeno (H₂), eventualmente associato alla misurazione del metano (CH₄), è uno degli strumenti più affidabili per documentare il malassorbimento del lattosio, il risultato va interpretato va interpretato nel contesto clinico e in relazione alla comparsa dei sintomi.
Per la sensibilità al glutine la strada è differente.

Punti chiave
. La celiachia viene ricercata mentre il paziente assume ancora glutine attraverso esami sierologici di primo livello che analizzano le immunoglobuline (IgA totali e anticorpi anti-transglutaminasi tissutale IgA); in caso di deficit di IgA si ricorre a test IgG-based, in particolare anti-DGP IgG e/o anti-tTG IgG.
. Non esiste oggi un biomarcatore validato per la cosiddetta “gluten sensitivity”, perciò la diagnosi viene effettuata escludendo prima l’eventuale presenza di celiachia o di un’allergia al frumento, e poi attraverso una dieta di eliminazione seguita da reintroduzione controllata.
. È possibile che il responsabile di una reazione avversa non sia il glutine in sé ma fattori come i fruttani, carboidrati scarsamente assorbiti nell’intestino tenue, che possono raggiungere il colon dove vengono fermentati richiamando acqua e producendo gas.
. Possono essere coinvolte anche altre proteine del frumento responsabili della cosiddetta sensibilità al glutine non celiaca, come gli inibitori dell’amilasi-tripsina tripsina oppure condizioni come un’alterata permeabilità intestinale o un alterato microbiota.
Il farmacista come bussola
In questo contesto il farmacista, come primo professionista sanitario a cui il paziente si rivolge per un sospetto di intolleranza alimentare, può svolgere un ruolo più ampio della semplice dispensazione di un prodotto.
Può contribuire a orientare il paziente verso un corretto e appropriato percorso diagnostico e prevenire il ricorso ad autodiagnosi o a test privi di validazione scientifica. Per svolgere efficacemente questa funzione, è indispensabile una formazione continua, che consenta di distinguere, alla luce delle linee guida nazionali ed internazionali e delle evidenze scientifiche disponibili, gli strumenti diagnostici validati da quelli che non hanno alcun fondamento scientifico.

Il valore aggiunto del farmacista risiede soprattutto nella capacità di fornire un consiglio personalizzato: spiegare perché alcuni test non sono affidabili, indirizzare il paziente verso gli accertamenti appropriati e mettere a disposizione materiali informativi, checklist e consigli alimentari di primo livello che favoriscano un approccio corretto e consapevole.
In questo modo, il farmacista contribuisce a ridurre il rischio di restrizioni dietetiche inutili, ritardi diagnostici e trattamenti inappropriati, rafforzando il proprio ruolo di presidio sanitario di prossimità.


