Sfidare i numeri del tumore della prostata e di altre neoplasie o patologie benigne, in crescita nel maschio nel corso degli anni, riportando l’attenzione sul valore della prevenzione. Si rinnova con questi obiettivi anche per il 2026, Movember, il mese dedicato alla salute al maschile promosso dal 2003 da Movember Foundation. Quest’anno il claim è: “Make a Growmitment”.

Motto che invita l’uomo non solo a farsi crescere i baffi (grow) ma a impegnarsi (mitment) concretamente per cambiare la salute maschile e la storia delle principali patologie che lo riguardano. In primis, il tumore alla prostata: fondamentale il ruolo anche della farmacia nell’informazione e sensibilizzazione nel sottoporsi a un semplice prelievo di sangue per il dosaggio del PSA, primo segnalatore del buon funzionamento dell’organo prostatico.

I numeri

Oltre 87 mila tumori della sfera urologica, diagnosticati ogni anno in Italia, comprendenti prostata, vescica e rene (in entrambi i sessi), testicolo e pene, questi ultimi dall’incidenza sensibilmente inferiore. Sulla totalità, 47 mila sono nuovi casi di tumore della prostata, la neoplasia più frequente nel maschio che nel corso degli anni ha cambiato la sua storia clinica.

Una sopravvivenza netta a 5 anni di circa il 91%, grazie all’anticipazione diagnostica e a opzioni di cura (chirurgiche, radioterapiche, farmacologiche) più raffinate. Strumenti e opportunità che hanno portato 480 mila uomini a convivere con un tumore della prostata, mantenendo una vita di buona qualità dopo il percorso di diagnosi e cura.

A fare la differenza è la corretta prevenzione. «L’età alla diagnosi si sta abbassando – dichiara Rolando Maria D’Angelillo, presidente SIUrO (Società Italiana di Uro-Oncologia) – con casi rilevati anche intorno ai 50 anni, età in cui più comunemente insorge la IPB (ipertrofia prostatica benigna), con forme di malattia più aggressive. Le ragioni di questa “cambio di passo anagrafico” dell’insorgenza di malattia è multifattoriale: possono incidere stili di vita, fattori ambientali e soprattutto la familiarità. Oggi sappiamo che la predisposizione allo sviluppo di tumore prostatico non dipende solo da una pregressa diagnosi di malattia in consanguinei maschi, il padre o il fratello ad esempio, ma anche dallo stretto link con geni specifici per tumore di seno e ovaio nella donna, quali il BRCA1 e BRCA2. Pertanto, la valutazione sul rischio di esposizione per lo sviluppo di tumore della prostata oggi deve indagare anche la familiarità verso tumori specifici femminili della sfera riproduttive e sessuale. Questa nuova evidenza epidemiologica, con rilevazioni di tumori prostatici in età più giovane e nuovi fattori di rischio, “raccomanda” la necessità di fare diagnosi precoce».

La prevenzione

Il dosaggio del PSA (Antigene Prostatico Specifico) è il punto di partenza ma, da solo, non è sufficiente, essendo un marcatore specifico per l’organo e non per il tumore della postata; viene infatti prodotto anche in situazioni di benignità.

«In caso di storia familiare per tumore alla prostata, del seno o dell’ovaio – chiarisce D’Angelillo – è raccomandato eseguire una prima misurazione del PSA intorno ai 40-45 anni. Differentemente, senza casi di tumori citati nei consanguinei più stretti, si può iniziare a 50 anni. Il PSA va poi rivalutato con un urologo, insieme ad altri elementi come le dimensioni della prostata, per “inquadrare” il rischio individuale di sviluppo potenziale di malattia. Il valore e l’interpretazione del PSA, laddove vi sia indicazione a procedere con approfondimenti diagnostici, apre a due possibili scenari: una sorveglianza con controlli più dilatati nel tempo, in caso di PSA basso, di sostanziale benignità, o un approfondimento diagnostico strumentale con una risonanza magnetica anche senza mezzo di contrasto, che fornisce preziose indicazioni sulla salute della prostata, in caso di sospetto di malattia per familiarità o per valore del PSA alterato. Quindi il corretto percorso di prevenzione/diagnosi precoce, prevede in successione: dosaggio del PSA, visita urologica obbligatoria, eventuale approfondimento con risonanza il cui esito sarà derimente per definire il successivo l’approccio bioptico e terapeutico».

Eppure, i maschi sono reticenti nel fare prevenzione: per timore di una diagnosi, tendono a nascondere specifici problemi, tanto più se alla prostata, identificato come un organo importante della sfera sessuale e urinaria. «Se intercettata e diagnosticata all’esordio – rassicura D’Angelillo – la malattia non incide sulla perdita di queste due funzionalità. Inoltre, in fase precoce, è possibile intervenire con trattamenti proporzionati e conservativi, tra cui la chirurgia robotica, tecniche di radioterapia sofisticate, terapie mininvasive che offrono una elevata probabilità di guarigione e minori effetti collaterali. Lavorando con le Associazioni pazienti è emerso il ruolo importante che le donne, possono avere nel persuadere il partner a sottoporsi a controlli e visite periodiche verso cui vanno rivolte azioni di sensibilizzazione dedicate, oltre che alla popolazione maschile».

Le terapie

Lo scenario di cura oggi si è molto ampliato. «Per la malattia localizzata – informa il presidente SIUrO – abbiamo tre possibili approcci: nella malattia a rischio basso/molto basso si procede con sorveglianza attiva, cioè controlli per monitorare l’evoluzione della malattia e eventualmente intervenire laddove necessario; terapie focali, trattando solo il nodulo evidente, e se questa opzione non fosse percorribile, con azioni più incisive. Come la chirurgica robotica, le tecniche di radioterapia stereotassica (ablativa) che in poche sedute senza chirurgia, asporta la malattia con lo stesso outcome oncologico, fino al supporto farmacologico integrato in caso di malattia avanzata. Ad esempio terapie ormonali, radio-ligandi, cioè nuovi farmaci che si legano su recettori specifici delle cellule neoplastiche. Dal punto di vista diagnostico si sta esplorando la biopsia liquida, che probabilmente diventerà il “gold standard” del prossimo futuro nei tumori solidi per l’intercettazione e la predittività di tumore e/o recidive. Rispetto ad altri tumori come mammella, polmone e vescica dove i dati sono sempre più promettenti, nel tumore della prostata siamo più indietro».

Il supporto del farmacista

È una figura cruciale che può contribuire a sensibilizzare la popolazione a fare prevenzione. «In funzione del rapporto di fiducia e fidelizzazione con i propri pazienti/cittadini, spesso più confidenti che con il Medico di Medicina Generale – conclude D’Angelillo – il farmacista territoriale può agire su più fronti: fare informazione e counseling, ovvero promuovere il “valore” di un semplice prelievo di sangue per il dosaggio del PSA a 50 anni, come occasione da non perdere per cautelarsi dal rischio di una diagnosi di malattia potenziale più avanzata con le implicazioni che questo può comportare».

Grazie alla sua capillarità sul territorio, all’accessibilità e al rapporto quotidiano di fiducia con i cittadini, la farmacia territoriale rappresenta un presidio sanitario privilegiato per promuovere una nuova cultura della prevenzione, sensibilizzando la popolazione maschile sull’importanza di corretti stili di vita, di controlli periodici appropriati e di una maggiore attenzione ai fattori di rischio.

«Particolare attenzione merita il tumore della prostata, una delle patologie oncologiche più diffuse nella popolazione maschile. Il farmacista – dichiara Francesco Rastrelli, presidente dell’Ordine dei Farmacisti della provincia di Brescia e componente del Comitato Centrale FOFI (Federazione Ordine Farmacisti Italiani) – può contribuire a superare reticenze, timori e barriere culturali che ancora oggi ostacolano un approccio consapevole alla salute dell’uomo, favorendo il dialogo e orientando il cittadino verso il medico di medicina generale e lo specialista urologo, per una valutazione personalizzata dell’opportunità di eventuali accertamenti diagnostici».

Ma la prevenzione non si esaurisce nella diagnosi precoce, un altro aspetto fondamentale riguarda la continuità delle cure e l’aderenza terapeutica, soprattutto nei pazienti affetti da patologie croniche o oncologiche. Il farmacista, attraverso il monitoraggio delle terapie, l’informazione e il supporto al paziente, può contribuire concretamente a ridurre il rischio di interruzioni dei trattamenti, migliorando la qualità dell’assistenza e favorendo una maggiore consapevolezza del proprio percorso di cura. «È proprio in questa prospettiva che assume un significato sempre più importante l’evoluzione della Farmacia dei Servizi. Una farmacia che non si limita alla dispensazione del medicinale – conclude Rastrelli – ma che diventa parte integrante della rete sanitaria territoriale, collaborando con medici di medicina generale, specialisti e strutture sanitarie, anche attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie e degli strumenti di telemedicina. Dobbiamo passare da una sanità che interviene prevalentemente quando la malattia si manifesta a una sanità capace di promuovere la salute, intercettare precocemente i bisogni e accompagnare il cittadino lungo tutto il percorso assistenziale. La farmacia, per la sua vicinanza alle persone, può contribuire in maniera determinante a questo cambiamento culturale. Ogni incontro con il farmacista può diventare un’occasione per informare, sensibilizzare e promuovere comportamenti responsabili. Il nostro obiettivo, come professionisti della salute, deve essere quello di rendere la prevenzione un’abitudine quotidiana e non un appuntamento occasionale. Perché investire nella prevenzione significa non soltanto ridurre il peso delle malattie, ma soprattutto migliorare la qualità e l’aspettativa di vita delle persone».


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