“Vorrei qualcosa per detossificare il fegato, sa mi sento un po’ appesantito”. Oppure ancora: “Non ha una tisana a base di cardo mariano? Forse ho un pò esagerato con l’alimentazione ultimamente e vorrei purificare il fegato”.
Al banco, ascoltare richieste di questo tipo non è affatto insolito: sono tanti i clienti che cercano soluzioni veloci per la salute del loro fegato. Si rendono conto, infatti, che con lo stile di vita tendono a mettere a rischio la propria corretta funzionalità epatica, fondamentale per lo svolgersi dei processi digestivi, per il metabolismo di grassi e zuccheri, per l’eliminazione di alcol, farmaci e scorie.
La salute del fegato, in effetti, risulta compromessa più spesso di quanto si immagini. Secondo le stime disponibili, il 25% della popolazione italiana è affetto da una condizione nota come fegato grasso o più precisamente steatosi epatica non alcolica. Nel fegato di queste persone, in pratica, è riscontrabile un contenuto di grasso superiore al 5% (la normalità). «Il fegato grasso legato ai disturbi metabolici è oggi una delle malattie croniche epatiche più diffuse – chiarisce Livia Pisciotta, ordinaria di Scienze dell’Alimentazione dell’Università di Genova e Direttrice della Scuola di Specializzazione che aggiunge -. Colpisce il 25% della popolazione italiana e rappresenta ormai un importante problema di salute pubblica che interessa sempre più persone. Ciò è dovuto soprattutto alla costante crescita tra la popolazione del grave eccesso di peso, della sindrome metabolica e dell’iperglicemia. Si calcola, per esempio, che la prevalenza della steatosi epatica sale fino al 70-80% tra i pazienti obesi o fra quelli colpiti da diabete mellito di tipo 2».
Oggi sappiamo che non riguarda solo il fegato ma si tratta di una manifestazione di un’alterazione metabolica che coinvolge tutto l’organismo, oggi definita MASLD (malattia epatica steatosica associata a disfunzione metabolica). «Insulino-resistenza, sovrappeso e accumulo di grasso favoriscono il deposito di lipidi anche a livello epatico. La modifica dello stile di vita resta il cardine terapeutico; tuttavia, l’aderenza a lungo termine è spesso difficile. Esiste un bisogno medico in larga parte insoddisfatto e intervenire solo su alimentazione o sedentarietà può non bastare. Troppi pazienti non raggiungono o non mantengono un calo di peso clinicamente significativo per impattare positivamente sulla patologia epatica. Di recente sono stati approvati farmaci mirati, come resmetirom, che agiscono a livello epatico riducendo la steatosi, spegnendo l’infiammazione e migliorando il danno epatico: sono indicati solo per i pazienti con forme più avanzate della malattia, come la fibrosi epatica da moderata a severa. Si sono dimostrati utili anche tirzepatide e semaglutide, farmaci per la cura dell’obesità che hanno indicazioni precise e richiedono prescrizione e controllo medico».
E il ruolo del farmacista? Il professionista, continua, «dovrebbe spiegare e insistere con le persone con sindrome metabolica e sovrappeso/obesità con malattia del fegato grasso di origine metabolica che la perdita di peso è la base della terapia e che alcuni nutraceutici bioattivi possono essere di aiuto nella gestione della condizione, basandosi su risultati di studi scientifici sui prodotti che abbiano una durata di almeno tre mesi e una numerosità di almeno 30 casi. Fondamentale per la regressione della condizione anche l’astensione da bevande alcoliche e bevande zuccherate soprattutto con fruttosio. A dieta libera, se non corretta, gli integratori perdono generalmente efficacia».
A tal proposito durante l’ultimo congresso nazionale di Bologna della SINut (Società Italiana di Nutraceutica) è stato presentato uno studio condotto dal team della prof.ssa Pisciotta in collaborazione con la Clinica Gastroenterologica dell’Università di Genova diretta dal prof. Edoardo Giannini (DiMI, IRCCS-AOM Policlinico San Martino). Nel trial clinico randomizzato, in doppio cieco, 112 persone sono state trattate con dieta Mediterranea ipocalorica e supplementazione con un integratore a base di alghe brune (Gdue). Dopo 6 mesi di trattamento queste persone hanno evidenziato una riduzione del peso e della massa grassa, un aumento del colesterolo buono HDL e, soprattutto, una diminuzione dei livelli di grasso nel fegato.
«Il trattamento di prima linea per il fegato grasso resta la dieta ipocalorica, come quella mediterranea, associata ad una costante attività fisica. Un calo ponderale del 5% circa si associa già a una riduzione del grasso epatico, mentre una diminuzione del 7-10% o superiore può portare benefici metabolici e istologici più ampi. I nutraceutici, se supportati da adeguate evidenze scientifiche, possono rappresentare un valido strumento di supporto, da affiancare e non da sostituire alla dieta e allo stile di vita, nel contrasto alla malattia epatica – conclude poi Pisciotta -. I risultati del trial clinico effettuato con il nutraceutico a base di alghe brune, presentati al meeting di Bologna, sono incoraggianti ma ancora preliminari. Ora sono necessari ulteriori studi, su popolazioni più ampie e con un follow-up più lungo, per confermare questi benefici e meglio definirne il ruolo nella pratica clinica».


