Antibiotici e vaccini, un’indagine sulla percezione del rischio tra gli studenti dell’Università di Parma

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I vaccini sono sempre al centro del dibattito, ma poca attenzione viene di solito prestata alla percezione di questo tipo d’intervento da parte della popolazione, preferendo piuttosto affidarsi ai consigli degli esperti medico-scientifici. Lo stesso dicasi per il problema della resistenza agli antibiotici, tanto diffuso anche Italia (soprattutto all’interno delle corsie ospedaliere) quanto spesso poco conosciuto in molti suoi risvolti.

I docenti Simone Bertini, Andrea Summer e Carlo Calzetti hanno sottoposto undici domande agli studenti dell’università di Parma per comprendere meglio le conoscenze dei partecipanti allo studio su vaccini e antibiotici

Per meglio valutare il reale livello di conoscenza su queste due problematiche fondamentali per la salute pubblica, l’Università di Parma ha condotto un’indagine tra i suoi studenti, a cui ha aderito poco più del 9% (2.229 persone) dell’intera popolazione accademica.
Il questionario sviluppato dai docenti Simone Bertini, Andrea Summer e Carlo Calzetti includeva undici domande che chiunque potrebbe porsi, come ad esempio se i vaccini possano prevenire il cancro, se somministrare più vaccini nella stessa seduta sia rischioso o quando si debba assumere un antibiotico. Gli studenti potevano rispondere in forma anonima, facendo però riferimento al corso di studio e all’età per meglio inquadrare il livello di conoscenza di questi problemi all’interno dei diversi indirizzi dell’ateneo. Oltre l’81% di chi ha risposto è iscritto a facoltà scientifiche, soprattutto Veterinaria (29,15%), Chimica (14,66%), Scienze degli Alimenti (12,02%) e Medicina (11,61%). Gli aspiranti medici sono quelli che hanno ottenuto la media più alta di risposte esatte (9,12/11), seguiti dagli studenti di Veterinaria (8,65) e da quelli di Chimica (8,42). La “maglia nera” è stata appannaggio degli studenti del dipartimento di Economia (7,50).

Luci e ombre sugli antibiotici

Gli studenti parmensi hanno dimostrato una buona consapevolezza del fenomeno dell’antibiotico-resistenza (93.05% di risposte corrette) e della sua crescita (92.3%). La domanda su “quando si deve assumere un antibiotico” ha fatto segnare il 96,77% di risposte esatte (dietro prescrizione medica), valore che invece non ha superato l’80% nelle domande relative all’uso corretto degli antibiotici (consigliati solo per le infezioni batteriche) e al momento in cui la terapia antibiotica a domicilio va sospesa (secondo quanto indicato dal medico).
Decisamente più bassa è la conoscenza relativa a cosa è bene associare a una terapia antibiotica a domicilio (una buona idratazione; 30.69%); anche la connessione dell’antibiotico-resistenza al mondo animale è risultata essere un fenomeno poco noto e ampiamente sottovalutato, visto che per circa il 20% degli studenti gli animali non contribuirebbero all’antibiotico-resistenza e non sarebbe importante l’uso di antibiotici esclusivi per le specie animali. Dato che si scontra con il 99,37% di risposte esatte sul fatto che la terapia antibiotica nell’animale debba seguire la prescrizione del veterinario.

Questi risultati sono – riteniamo – ulteriormente migliorabili con una sensibilizzazione maggiore nell’opinione pubblica, negli studenti e nei liberi professionisti (uno degli scopi del questionario). Una maggiore informazione porta ad un minore consumo dell’antibiotico, rendendolo utile solo quando necessario e contribuendo alla diminuzione del rischio dell’antibiotico resistenza”, hanno commentato i tre responsabili del progetto. I docenti dell’Ateneo parmense hanno anche sottolineato come, sulla base della buona conoscenza dimostrata dagli studenti su questo argomento, ritengano fondamentale insistere nel proporre un’informazione corretta e aggiornata, “scevra da quei proclami e quei toni che nulla aggiungono alla percezione del rischio, ma che possono contribuire a confondere le acque”.
I docenti hanno anche sottolineato la “leggenda metropolitana” sul fatto che lo stomaco vada protetto dall’azione degli antibiotici, accettata anche da molti medici. “L’antibiotico per via orale spesso dà senso di pesantezza allo stomaco ma non ha nulla a che vedere con le ipersecrezioni acide. L’uso dei gastroprotettori addirittura spesso riduce l’assorbimento dell’antibiotico compromettendone l’efficacia. Anche per le vitamine si può parlare di una consuetudine, ma non di un dato scientifico”, spiegano a commento dei risultati dell’indagine.

Percentuali più basse per i vaccini

Se la conoscenza sugli antibiotici è abbastanza buona, lo stesso non si può ancora dire per quella sui vaccini, dove nel complesso le domande esatte al questionario hanno fatto segnare percentuali minori. Poco più della metà degli studenti (51,86%), in particolare, ha risposto in modo corretto alla domanda relativa all’eventualità di rischi nella somministrazione di più vaccini in una stessa seduta (non comporta rischi ulteriori). Per il 37,42% degli studenti, invece, tale modalità di somministrazione “non assicura l’adeguata risposta ad uno o più dei vaccini somministrati”, e un 10,72% ritiene che “aumenta i rischi di danno d’organo”. Il 43,47% ha poi risposto in modo corretto sul fatto che “solo alcuni” vaccini possono prevenire il cancro, mentre oltre il 52% ha risposto di no e quasi il 4% di si in senso assoluto.
È assodato come la somministrazione di più antigeni in contemporanea rafforzi la risposta immunitaria a ciascun antigenehanno commentato i responsabili dell’indagine -. Tranne casi particolari, ben conosciuti e quindi evitati (esempio vaccini con caratteristiche diverse come quelli anti-pneumococco), la somministrazione contemporanea non comporta alcun problema sulla risposta. Gli eventuali danni d’organo, che rientrano tra gli effetti indesiderati che si conoscono per ogni vaccino, non dipendono dalla contemporaneità della somministrazione”.
I docenti dell’Università di Parma non sono rimasti stupiti delle risposte sulla possibilità di prevenire il cancro coi vaccini, in quanto ritengono che non sia elemento di comune conoscenza il fatto che alcune malattie a eziologia virale possano favorire la comparsa di tumori. “Crediamo che valga la pensa sensibilizzare maggiormente l’opinione pubblica su quanto l’epatite B determini l’epatocarcinoma, ma soprattutto come i papilloma virus causino il carcinoma della cervice uterina e il carcinoma anale”, hanno aggiunto, sottolineando anche come quest’ultimo punto dovrebbe diventare oggetto di una forte campagna informativa, sul modello di quanto già messo in atto Emilia-Romagna.

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