Nel percorso di gestione delle intolleranze alimentari, il farmacista è una figura centrale. Spesso, infatti, rappresenta il primo professionista sanitario a cui il paziente si rivolge in caso di sintomi post alimentazione: prima ancora del proprio medico o di uno specialista.
Il banco della farmacia diventa così il punto di partenza di un percorso in cui i bisogni del paziente si incrociano con l’ascolto, la competenza e la capacità di interpretare i sintomi tipici di un professionista qualificato e formato.
Il valore del farmacista non risiede però nella formulazione della diagnosi, bensì nel triage scientifico: nella capacità, cioè, di riconoscere la sintomatologia e guidare il paziente verso il percorso più appropriato e adeguato alla propria condizione.
Attraverso il dialogo e la raccolta di informazioni essenziali può contribuire a distinguere situazioni che richiedono un approfondimento medico da altre che invece necessitano di un monitoraggio graduale. Allo stesso tempo, può prevenire errori frequenti, come il ricorso a test non validati o a diete di esclusione senza una chiara indicazione clinica.
Le domande al banco
Il colloquio iniziale è il primo passo di questo percorso e rappresenta lo strumento più efficace con cui il farmacista può indirizzare correttamente il percorso del paziente.
È fondamentale iniziare ponendo alcune domande al paziente sulla condizione che lamenta:
- Che tipo di sintomi presenta e da quanto tempo perdurano?
- Con quale frequenza e intensità si manifestano?
- Ha già escluso alcuni alimenti dalla dieta?
- Ha già assunto farmaci o integratori?
- I sintomi sono soltanto gastrointestinali o coinvolgono anche la cute?
- In famiglia sono presenti casi di celiachia, malattie infiammatorie intestinali o allergie?
Decisivo ai fini dell’anamnesi ma spesso sottovalutata è la terapia farmacologica in corso. Farmaci come gli inibitori di pompa protonica, la metformina e gli agonisti del recettore del GLP-1, infatti, sono in grado di causare sintomi gastrointestinali molte volte erroneamente attribuiti a un’intolleranza alimentare e dunque mal gestiti.
Un ruolo educativo
Molti pazienti adottano comportamenti che possono ostacolare una corretta diagnosi o, nel lungo periodo, compromettere il proprio stato di salute. In questo quadro, il farmacista può avere anche un importante ruolo educativo.
Un esempio frequente è l’eliminazione del glutine prima di effettuare gli esami necessari per la diagnosi di celiachia. Una scelta che può compromettere l’affidabilità dei test diagnostici e rendere più difficile il riconoscimento della condizione.
Il farmacista può contribuire dunque a diffondere informazioni corrette sui percorsi diagnostici disponibili, così come sull’esistenza di test validati e affidabili per il riconoscimento di queste condizioni.
Inoltre, può aiutare a chiarire i limiti che ancora oggi caratterizzano la diagnosi di condizioni come la sensibilità al glutine non celiaca o la cosiddetta intolleranza all’istamina, guidando il paziente verso strategie concrete fondate sulle evidenze scientifiche ed evitando percorsi diagnostici poco affidabili o restrizioni alimentari non necessarie.
L’orientamento
Il corretto orientamento del paziente è uno dei momenti più delicati di questo percorso. Il riconoscimento dei sintomi e l’indirizzamento adeguato possono favorire la diagnosi, un iter sbagliato rischia invece di ritardarla. Qui, il ruolo orientativo del farmacista è determinante.
Il “patient journey” corretto è un percorso progressivo e personalizzato che, tendenzialmente, si struttura lungo delle tappe che dal farmacista, appunto, portano al medico di medicina generale ed eventualmente a uno specialista.
Nella pratica reale, tuttavia, tale percorso è spesso invertito: il paziente si rivolge direttamente al nutrizionista, si affida solo al consiglio ricevuto al banco oppure sceglie autonomamente una dieta di esclusione senza arrivare a una diagnosi precisa.
La sequenza corretta segue tre tappe. Quando il paziente al banco presenta segnali d’allarme o fattori di rischio significativi, il farmacista è responsabile dell’invio al medico di medicina generale. Tra le cosiddette red flags si ricordano:
- calo ponderale involontario
- sangue nelle feci
- diarrea persistente
- febbre
- anemia
- vomito
- familiarità per celiachia
- malattie infiammatorie cronico-intestinale
- dolore severo
In presenza di questi sintomi, sarà il MMG a sottoporre il paziente a un primo screening con esami appropriati come i test per la celiachia, la ricerca del sangue occulto nelle feci o il dosaggio della calprotectina fecale. E spetterà sempre al suo giudizio orientare il paziente verso un eventuale successivo livello di approfondimento specialistico.
In caso di una sintomatologia gastrointestinale, il riferimento sarà il gastroenterologo. Se invece sono presenti manifestazioni di tipo dermatologico – orticaria, flushing – o sintomi respiratori (broncospasmo) comparsi dopo l’ingestione di alimenti, diventa necessario il coinvolgimento dell’allergologo o, nei casi più acuti, un accesso al pronto soccorso. In queste circostanze, infatti, potrebbe essere in corso una reazione allergica e non un’intolleranza.
Nel caso in cui il paziente riferisse sintomi aspecifici – gonfiore addominale, diarrea o alvo alterno, dolore post-prandiale e cefalea – l’iter può essere costruito più gradualmente.
Il ruolo dell’integrazione
In questo percorso possono trovare spazio anche strategie di integrazione alimentare: sempre e comunque dopo un corretto inquadramento clinico.
In presenza di sintomi lievi e ben caratterizzati, il farmacista può valutare specifici supplementi enzimatici alimentari al fine di contribuire a migliorare condizioni compatibili con forme di intolleranza, come avviene per il lattosio.
Tuttavia, l’intervento supplementativo dovrebbe sempre inserirsi all’interno di una strategia complessiva e non sostituire la diagnosi. Particolarmente rilevante, in questo senso, è il principio del “giusto enzima al giusto paziente”.
Feedback e follow-up
Il percorso terapeutico del paziente, tuttavia, non si conclude con il primo consiglio ricevuto al banco o con la diagnosi del medico. È importante che il farmacista verifichi nel tempo l’evoluzione dei sintomi e l’efficacia delle strategie adottate, mantenendo uno sguardo sulle principali tappe del patient journey nella gestione dell’intolleranza alimentare.
Il farmacista ha dunque una responsabilità anche nel follow-up. Far tornare il paziente per un feedback significa verificare se i sintomi sono realmente compatibili con una forma di intolleranza, se siano necessari ulteriori approfondimenti o se, al contrario, siano emersi elementi che richiedono una diversa interpretazione clinica.
Nel contesto odierno, caratterizzato da un crescente ricorso alle autodiagnosi e a test non scientificamente validati, il farmacista rappresenta di fatto un punto di riferimento fondamentale per il paziente.
Saper interpretare i segnali d’allarme, orientare verso il corretto percorso diagnostico e supportare con competenza e affidabilità la gestione dell’eventuale intolleranza alimentare significa contribuire a una presa in carico più appropriata, evitando restrizioni inutili e favorendo scelte realmente basate sulle evidenze. E in questo, il farmacista è un alleato decisivo.


