Farmacisti: niente più esame di Stato

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Il nuovo disegno di legge, che a ottobre ha ricevuto l’ok dal Consiglio dei ministri e che dovrà essere approvato dal Parlamento, prevede che l’abilitazione alla professione coincida con la prova di laurea. Un provvedimento che ha parzialmente accolto quanto richiesto dai neolaureati nelle proteste di piazza della scorsa estate

Il primo impulso alla riforma l’ha dato, giocoforza, il Covid-19. E così il ministro dell’Università e della ricerca Gaetano Manfredi ha proposto il disegno di legge, approvato a ottobre dal Consiglio dei ministri e ora in attesa di ricevere il via libera dal Parlamento, per l’abolizione dell’esame di Stato nel caso dei farmacisti, ma anche di odontoiatri, veterinari, psicologi, consentendo così ai candidati di ottenere subito l’abilitazione. A ben guardare, non si tratterebbe tuttavia di abrogarlo, dato che tale esame è previsto dalla Costituzione, all’articolo 33, quinto comma, e pertanto non è eliminabile, ma di farlo coincidere con la prova di laurea. Ciò implica che quest’ultima verifica debba essere più articolata e che la commissione venga integrata da professionisti selezionati dagli ordini. «Semplificare le modalità di accesso all’esercizio delle professioni regolamentate significa diminuire gli oneri amministrativi e burocratici e agevolare una più diretta collocazione dei giovani nel mercato del lavoro, ai fini del rilancio e della modernizzazione del Paese» ha dichiarato Manfredi. Il progetto normativo, che ha accolto, almeno in parte, le richieste dei neolaureati, che negli ultimi mesi avevano protestato più volte, domandando la revisione della procedura di abilitazione, ha di fatto esteso ad altre professioni sanitarie quanto già stabilito per medici e infermieri all’articolo 102 del decreto 18 del 17 marzo 2020, il cosiddetto Cura Italia, convertito nella legge 27 del 24 aprile 2020, che aveva concesso loro di bypassare l’esame di Stato, data la necessità di avere più camici bianchi in corsia durante il picco emergenziale.

Il percorso del disegno di legge

L’approvazione del disegno di legge è di fatto l’ultima tappa di una vicenda dipanatasi lungo tutto il 2020. «L’esame di Stato per i laureati in farmacia venne introdotto nel 1956, con la legge 1378 dell’8 dicembre, a cui è seguito il relativo regolamento d’attuazione, approvato con decreto ministeriale del 9 settembre 1957» ha reso noto Ettore Novellino, professore ordinario di Chimica farmaceutica all’Università Federico II di Napoli e past president della Conferenza dei direttori dei dipartimenti di farmacia. «Secondo la normativa, gli esami si svolgevano ogni anno in due sessioni, a giugno e a novembre, ed erano articolati in una prova scritta, tre pratiche e una orale. Da allora non c’è mai stato alcun aggiornamento». Almeno fino a oggi. Tutto inizia il 25 marzo scorso, quando il Consiglio nazionale degli studenti universitari (Cnsu) redige un documento nel quale chiede al ministero dell’Università di legiferare in merito agli esami di abilitazione alla professione, andando nella direzione di una semplificazione. Di lì a poco, l’8 aprile, viene approvato il decreto 22, il cosiddetto decreto Scuola, poi convertito nella legge 41 del 6 giugno, in cui si fa riferimento all’esame di Stato. Nello specifico, l’articolo 6 anticipa che, vista la pandemia in corso, il ministero potrà individuare modalità di svolgimento alternative a quelle fino ad allora vigenti. Verso la metà del medesimo mese il deputato del Movimento 5 Stelle Alessandro Melicchio propone al ministero stesso di rendere abilitante la laurea in Farmacia. Due le motivazioni alla base della richiesta: da un lato, la necessità di fronteggiare l’emergenza sanitaria («Occorre rendere disponibili più farmacisti, dato che la farmacia è il primo presidio a cui il cittadino si rivolge nel momento in cui avverte un problema di salute»), dall’altro la struttura stessa del piano di studi, che renderebbe superfluo l’esame di abilitazione («Lo studente svolge un tirocinio di sei mesi, per un totale di 800 ore, tra il quarto e il quinto anno di corso, in una farmacia di comunità o in una farmacia ospedaliera. Quindi giunge al termine del percorso accademico in possesso delle nozioni teoriche, ma anche di un percorso professionalizzante. Un esame estemporaneo qualche mese dopo la laurea non prova alcuna ulteriore competenza rispetto a quelle già acquisite e accertate durante il corso di studi»). Il 24 aprile viene approvato il decreto 38, con cui il ministro Manfredi differisce i termini della prima sessione di esami, spostandoli dal 16 giugno al 16 luglio. Il 29 aprile viene poi approvato il decreto 57, convertito nella legge 12 del 5 marzo. In quest’ultimo il ministro stabilisce che la prova, per la prima sessione del 2020, debba svolgersi in un’unica prova orale a distanza, che dovrà includere tutte le materie previste dal tradizionale esame di Stato. Prima di prendere tale decisione, Manfredi aveva comunque consultato gli Ordini professionali, che avevano accordato il proprio consenso, come riportato nella sezione iniziale dello stesso decreto. Il 21, 22, 23 maggio viene nuovamente convocato il Consiglio nazionale degli studenti, che redige un documento nel quale chiede al ministero di analizzare la situazione e di valutare la possibilità di revisionare la procedura di abilitazione. Nel frattempo, le università pubblicano i bandi nei quali viene reso noto che, nel caso le connessioni internet si interrompessero durante il colloquio d’esame, le commissioni valuteranno un’eventuale bocciatura, specificando che in tale caso la tassa di iscrizione (fino a 400 euro) non verrebbe rimborsata.

La rivolta dei neolaureati

Di fronte a questo avviso, i neolaureati, esasperati, hanno minacciato di intraprendere azioni legali nei confronti sia delle singole università sia dei commissari d’esame. «Non è possibile che veniamo esaminati in un modo simile» hanno tuonato, «non c’è alcuna tutela nei nostri confronti. Ci sentiamo presi in giro dalla politica e non considerati da chi dovrebbe rappresentarci». Così ai primi di giugno i laureati in farmacia, insieme con i laureati in psicologia e biologia, sono scesi in piazza per manifestare pubblicamente il proprio dissenso. Lo hanno fatto in varie città, da Milano a Padova, da Torino a Bologna, fino a Roma, in silenzio, con striscioni e cartelloni, con mascherine e distanziamento. Hanno chiesto, in sostanza, che l’esame di Stato venisse tramutato nel riconoscimento del tirocinio professionalizzante svolto durante il corso di studi. «Durante questo periodo di emergenza tutti noi ci siamo dati da fare, ciascuno per la parte di propria competenza» ha evidenziato Davide Pirrone, portavoce del Movimento abilitazione professionale. «Ora ci sentiamo inascoltati, abbandonati in una sorta di limbo».

Le linee guida proposte da Fofi

Nello stesso mese la Federazione ordini farmacisti italiani (Fofi) e la Conferenza dei direttori di dipartimento delle università hanno definito le linee di indirizzo da proporre alle commissioni esaminatrici per favorire un approccio omogeneo all’esame a livello nazionale, fornendo nel contempo indicazioni operative ai candidati.

In una circolare, la Fofi, dopo avere messo in guardia dal rischio di una sottovalutazione della prova, ha ribadito che «l’esame di Stato resta il momento destinato a verificare l’idoneità del candidato a svolgere una professione la cui importanza è stata ribadita proprio durante la pandemia». Le linee guida hanno dunque suggerito, una volta verificata telematicamente l’identità del candidato, di procedere all’esame concentrandosi su dosaggio e riconoscimento dei principi attivi; chimica farmaceutica e tossicologia; spedizione di una ricetta medica (tipologie di prescrizioni, metodi di tariffazione, operazioni tecnologiche di base, forme farmaceutiche); farmacologia; tecnica e legislazione farmaceutiche, con particolare riferimento all’ambito professionale.

Per l’anno in corso la prova è stata quindi svolta, come indicato dalla recente normativa, tramite un colloquio online, il 16 luglio (prima sessione) e il 16 novembre (seconda sessione).

Nel frattempo è arrivato il nuovo disegno di legge ministeriale, così commentato da Andrea Mandelli, presidente della Fofi: «La proposta di rendere abilitante la laurea, sulla scia dell’emergenza sanitaria, è comprensibile. La Federazione aveva sottolineato da tempo il fatto che l’esame di abilitazione non rispondesse più al suo scopo, cioè verificare che il professionista possieda le competenze e le capacità necessarie a rispondere alle esigenze della collettività, considerando anche il nuovo ruolo del farmacista in seguito all’introduzione della farmacia dei servizi».

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