Centrali anche nella gestione dei disturbi minori, come dolore, sintomi da raffreddamento. I farmacisti si profilano come professionisti leader in una azione di counseling, mirato e funzionale, anche in un contesto di autocura del paziente-cliente, accompagnando la persona al ritorno al benessere.

È quanto emerge da un’ampia indagine condotta dalla Federazione Internazionale Farmaceutica (FIP), alla base del Rapporto “Pharmacists supporting self-care and universal health coverage: A snapshot of current practice and needs”. Il documento esplora le attuali pratiche farmaceutiche, la fiducia dei farmacisti, le loro esigenze di supporto, gli ostacoli a un’efficace erogazione dell’autocura e le opportunità per rafforzare l’autocura questa pratica guidata dai farmacisti in diversi sistemi sanitari. I risultati emersi offrono importati indicazioni per orientare le future politiche, lo sviluppo della forza lavoro, la formazione e le linee guida professionali.

Il ruolo del farmacista

L’autocura è una componente essenziale dell’assistenza sanitaria primaria e della copertura sanitaria universale (UHC). “Accessibile”, di facile messa in atto, tuttavia non sempre condotta in maniera adeguata e consapevole. In questo contesto, i farmacisti hanno la formazione, l’empatia e le necessarie soft skills per supportare e indirizzare la persona a un’autocura responsabile dei piccoli disturbi più comuni, attraverso vari strumenti.

Educazione del paziente, alfabetizzazione sanitaria, identificazione dei sintomi, risolvibili con un approccio farmacologico, di automedicazione, o di precoci segnali di allarme, quindi l’invio tempestivo del paziente ad altri operatori sanitari. Rafforzare l’autocura supportata dai farmacisti può migliorare l’accesso alle cure, ottimizzare le risorse del sistema sanitario e consentire alle persone di prendere decisioni informate sulla propria salute.

L’indagine

L’indagine ha coinvolto 779 partecipanti provenienti da 45 paesi, la maggior parte del Sud-Est asiatico (79,3%), in particolare farmacisti in India e Indonesia, operanti prevalentemente in farmacie di comunità (72,4%) come farmacisti di ruolo (44,8%) o titolari/gestori di farmacie (32,0%), con alle spalle una media di 10 anni di esperienza professionale. Emerge, come prima informazione, che il supporto all’autocura è parte integrante della pratica quotidiana del farmacista: il 71,6% lo fornisce quotidianamente o alcune volte a settimana occupando una quota significativa, sebbene non predominante, del tempo di lavoro per la maggior parte dei farmacisti.

Nell’ambito della consulenza, in alcuni casi limitata dalla presenza di un solo e due professionisti, operanti all’interno del presidio, il medico di medicina generale resta il referente più comune per l’invio di pazienti quando l’autocura da sola non è sufficiente (56,1%).

Criticità vs aiuto concreto

A fronte della professionalità offerta al cittadino-paziente, quasi la metà degli intervistati (43,5%) non riceve alcuna remunerazione per le consulenze di autocura e la formazione strutturata per il personale di supporto rimane discontinua.

Ad esempio, il 49% degli intervistati dichiara la propria disponibilità a fronte del 33% che non si dimostra propenso. Fondamentale è il supporto dei farmacisti nel processo decisionale clinico, utili a garantire sicurezza e adeguatezza della cura al paziente, grazie alla raccolta di specifiche informazioni: l’interrogazione diretta per valutare controindicazioni e interazioni (63,4%), l’esperienza personale, le liste di controllo dei sintomi e le linee guida di trattamento sono gli strumenti e le strategie di supporto decisionale più utilizzati.

Risultano di minor impiego le tecniche di alfabetizzazione sanitaria basate sull’evidenza, come il “teach-back“, in cui il medico o l’operatore chiede al paziente di ripetere con parole proprie le istruzioni ricevute, a cui ricorre solo un quarto degli intervistati. Ci sono poi altri parametri guida importanti in ambito di autocura valutati dal farmacista, tra questi la persistenza dei sintomi oltre il previsto, motivo principale di invio a uno specialista (63,9%), seguito dai sintomi di allarme e dalla complessità del paziente (ad esempio, bambini piccoli, anziani e comorbilità).

Fiducia e conoscenze

Sono area in parte critiche in cui emergono alcuni gap. Ad esempio, la fiducia è elevata per le attività di routine, come la selezione dei prodotti (81,1%) e la consulenza sull’uso sicuro dei farmaci (68,9%), ma cala drasticamente per i giudizi clinici complessi, come la gestione di sintomi non chiari (48,3%) e la consulenza a pazienti ad alto rischio (57,9%). Fiducia che varia sensibilmente anche a seconda dell’area tematica, con i valori più alti raggiunti per il sollievo dal dolore/febbre (82,4%) e i più bassi per le vaccinazioni (43,4%) e la salute del fegato (43,9%). I farmacisti rilevano inoltre la necessità di più informazione in arre specifiche come bambini e i neonati (56,7%), pazienti cronici o ad alto rischio (53,4%) ma anche indicazioni per criteri per la selezione di prodotti da banco sicuri (47,1%).

Ostacoli e fattori abilitanti

Oltre il 90% degli intervistati cita la mancanza di tempo e la pressione del carico di lavoro come un ostacolo principale, seguiti da opportunità di formazione limitate e scarso accesso alle informazioni cliniche sui pazienti. Si aggiunge il rimborso per i servizi di autocura, evidenziato come il meccanismo abilitante meno disponibile (34,3%), mentre tra le opportunità principali che potrebbero favorire il cambiamento del sistema sono state identificate maggiori opportunità di formazione (60,3%), migliore accesso a linee guida o protocolli clinici (51,5%).

Non ultimo, emergono anche alcune criticità che influenzano l’informazione o la disinformazione: sono strumenti di frequente utilizzo durante le consultazioni di autocura le indicazioni riportate sui prodotti e i foglietti illustrativi, i protocolli locali e l’esperienza personale. Tutti ritenuti affidabili e sicuri dal 70% degli intervistati, a fronte di quasi un quarto che si senta solo parzialmente rassicurato. Inoltre la maggior parte dei farmacisti (84,9%) dichiara di imbattersi in informazioni errate sui pazienti almeno mensilmente, nella metà dei casi affrontate e gestite settimanalmente o quotidianamente.

Maggiori richieste e bisogni di disturbi minori.

Sollievo dal dolore/febbre (84%), raffreddore, influenza o disturbi respiratori (80%) sono i bisogni di salute su cui i pazienti chiedono più frequentemente consiglio e che riflettono anche il livello di fiducia in termini di frequentazione del presidio. Per il farmacista, tuttavia, si profilano diverse sfide che coinvolgono il paziente:

  • il costo dei prodotti (60%)
  • le aspettative irrealistiche dei pazienti sui trattamenti da banco (57,5%)
  • la scarsa alfabetizzazione sanitaria (55,2%)

Allora, quali potrebbero essere gli strumenti e le risorse più adeguati per “formare l’apprendimento” ad uso prevalente del farmacista, quindi rafforzare le consulenze sull’autocura? Un’idea: 

  • Documenti di guida clinica di rapida consultazione (56,9%)
  • Opuscoli informativi per i pazienti (55,3%)
  • Workshop in presenza (51,9%)
  • Opportunità di apprendimento online autonomo (49,2%)
  • Apertura al digitale: il 77,2% degli intervistati si dichiara disponibile a utilizzare strumenti tecnologici affidabili anche nelle consulenze sull’autocura.

In conclusione

I farmacisti chiedono maggiore formazione, una retribuzione equa e un maggiore riconoscimento formale del loro ruolo nell’autogestione della salute. Rafforzare il contributo dei farmacisti all’autocura significa poter sostenere efficacemente e proattivamente le cure primarie e la copertura sanitaria universale. Chiare le “linee guida”, secondo FIP, da seguire per raggiungere questo obiettivo: più investimenti nella formazione, migliore integrazione del farmacista con gli altri professionisti sanitari, maggiore disponibilità e implementazione di strumenti digitali di supporto alle decisioni cliniche e modelli di finanziamento che riconoscano il valore delle consulenze erogate in farmacia.

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