E se, accanto a un farmaco tradizionale, fosse prescritta anche una visita al museo? Diversi studi hanno già dimostrato che il coinvolgimento culturale e intellettuale può attivare un meccanismo biologico che rallenta l’invecchiamento perché capace di ridurre lo stress, diminuire l’infiammazione e mitigare il rischio di malattie cardiovascolari. Proprio come se fosse esercizio fisico.
Il tema è stato esposto bene durante il panel “Investing in Cultural Capital: Creating Long-Term Value per One Health” organizzato nell’ambito del Milan Longevity Summit tenutosi dal 20 al 23 maggio all’Allianz MiCo di Milano: eppure, sono già molte le evidenze scientifiche. Una meta-analisi della World Health Organization (WHO) del 2019 ha raccolto oltre 3 mila studi che evidenziano il ruolo fondamentale della cultura e dell’arte nella prevenzione delle malattie, nella promozione della salute e nella gestione e cura delle patologie in tutte le fasi della vita.
A confermare ulteriormente questa tesi si è aggiunta una recente ricerca dell’University College London pubblicata sulla rivista Innovation in Aging. Il team di studiosi ha analizzato i dati raccolti tramite sondaggi e analisi del sangue di 3.556 adulti nel Regno Unito e, utilizzando sette orologi epigenetici, ovvero test che analizzano i cambiamenti del DNA legati all’età, ha rilevato che coloro che si dedicavano più frequentemente ad attività artistiche e culturali sembravano avere un ritmo di invecchiamento più lento. Più precisamente, le persone che svolgevano un’attività artistica almeno una volta alla settimana sembravano invecchiare il 4% più lentamente rispetto a coloro che lo facevano con minor frequenza.
Il social prescribing
È dalle evidenze scientifiche soprariportate che è nato il social prescribing, un “metodo – spiega la WHO – per mettere in contatto i pazienti con una serie di servizi non clinici presenti nella comunità, al fine di migliorare la loro salute e il loro benessere”. In concreto, i medici di base possono consigliare ad alcuni pazienti di svolgere attività non prettamente cliniche, come corsi artistici, visite ai musei, gruppi musicali, teatro, giardinaggio o attività nella natura, per migliorare salute mentale, benessere, e, in generale, la qualità della vita. Nel caso del Regno Unito, alcuni modelli di social prescribing sono finanziati dal servizio sanitario nazionale e rivolti a tutti, anche se, come si è visto, risultano particolarmente utili per le categorie sociali più fragili e soggette all’isolamento.

I risultati sembrano incoraggianti perché, da una relazione della Croce Rossa britannica del 2019 riguardante la solitudine sociale, emerge che il servizio di social prescribing ha apportato miglioramenti significativi sul benessere alle persone di età inferiore ai 60 anni. Allo stesso modo, i ricercatori dell’Università di Manchester, a partire da sondaggi sui pazienti di medicina generale condotti tra il 2018 e il 2023, hanno riscontrato miglioramenti statisticamente significativi del benessere e, quindi, un ritorno sociale sull’investimento da parte del governo.
Cultura, vita sociale ed esposizione al bello
Arte, architettura, ma anche eventi e partecipazione. È ormai noto che avere una vita sociale attiva è un antidoto all’invecchiamento e Luca Tesauro, Chief Executive Officer Giffoni Innovation Hub, in occasione del panel milanese ha evidenziato le connessioni tra cultura, curiosità e condivisione. «Lo stare insieme – ha spiegato – e l’interazione fisica stanno venendo un po’ a mancare, eppure vincere l’isolamento e prendere parte a eventi dal vivo permettono di migliorare significatamente la qualità della vita».
La cultura però passa anche dalla fruizione del “bello”, inteso come estetica architettonica. Come ha sottolineato durante il medesimo evento Nicola Palmarini, direttore dello UK National Innovation Centre for Ageing, «ci sono dimensioni tangibili che riguardano il vivere più a lungo, ma raramente si parla di quelle invisibili, cioè della bellezza che ci circonda. Ristrutturare e migliorare i luoghi di aggregazione può essere un incentivo a prendere parte alla vita sociale, un fattore essenziale per raggiungere la longevità».
Una “dose” di cultura?
Come i farmaci, anche le attività culturali finalizzate al benessere e alla longevità, per essere prescritte, necessitano di una posologia fatta di numeri precisi. Grazie a un gruppo di ricerca dell’Università degli studi di Milano, è ora possibile misurare attraverso test epigenetici l’effetto delle “esposizioni” culturali sull’accelerazione del cambiamento cellulare e dell’invecchiamento biologico.
Sotto la guida della professoressa Valentina Bollati, esperta di epigenetica ambientale e invecchiamento, i ricercatori si stanno concentrando sulla comprensione dei meccanismi che determinano la suscettibilità a fattori ambientali potenzialmente causa di malattie. Correre all’aperto, ballare con gli altri, andare al cinema o ascoltare un concerto possono quindi avere conseguenze misurabili su cui gli operatori sanitari si potranno basare in fase di visita medica e prescrizione.
L’esperimento di Torino
Rimane l’aspetto più pratico. Molte delle attività sociali e culturali hanno un costo che, in Italia, rimarrebbe a carico del paziente, che non sempre sarebbe in grado di sostenere. A Torino, però, è in atto un grande esperimento.
La Fondazione Compagnia di San Paolo, una delle più grandi fondazioni filantropiche italiane, ha investito molto nel rapporto tra cultura e salute attraverso programmi come Well Impact e ha deciso di sostenere economicamente progetti in cui attività culturali prescritte da medici o operatori sanitari vengono offerte gratuitamente, o quasi, ai pazienti. In un Paese in cui la cultura non rientra ancora a pieno titolo nel budget della sanità, iniziative come questa possono dare una grande mano nella promozione della longevità.


