La formazione ai tempi del Covid-19

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L’arrivo dell’emergenza Coronavirus ha portato a una nuova educazione collettiva e individuale e a un modo inedito di fare formazione: le riflessioni di Francesco Gamaleri, nell’editoriale pubblicato su Tema Farmacia di aprile 

Sono molte le idee e i pensieri che si susseguono in vista della stesura di un editoriale. L’intuizione originale, consisteva nel prendere spunto dalla “concept idea” della 24a edizione di Cosmofarma 2020 – patrocinata da Federfarma, Fofi, Utifar e Fondazione Cannavò, e ora riprogrammata dal 29 al 31 ottobre – ovvero “La formazione al centro”. Un ragionamento e un “fil rouge” che, per altro, contraddistinguono da sempre la mission comunicativa e formativa del Gruppo Tecniche Nuove, attraverso paradigmi integrati e per certi aspetti  innovativi, come la direzione scientifica interprofessionale di diversi eventi formativi.

Stiamo vivendo una sfida al virus ma anche alle abitudini: sta cambiando il modo di vedere e di pensare, trasformando un’emergenza in una gara di umana verità

In linea di principio, in ogni ambito di lavoro è necessaria un’appropriata formazione; la formazione è normalmente strutturata e funzionale agli obiettivi da perseguire; in altri casi è un continuum divenire, tipicamente in ambito scientifico dove le nuove conoscenze sviluppano e strutturano le nuove competenze. Tipico è il caso dell’assistenza farmaceutica-sanitaria, che vede il farmacista chiamato a soddisfare bisogni di salute che evolvono in funzione delle esigenze reali quotidiane. Il processo formativo individuale risulta anche necessario per accompagnare le tappe dello sviluppo scientifico verso la traduzione nell’attività professionale quotidiana. Si tratta di un obbligo professionale, di un dovere deontologico che non può “calare” dall’alto, ma si deve armonizzare secondo le linee guida delle Rappresentanze della nostra professione, insieme al mondo accademico e seguendo, non a caso, l’indirizzo lungimirante della Federazione degli ordini dei farmacisti, che in tempi non sospetti (dal 2006) ha indirizzato la riconversione culturale e l’integrazione professionale del farmacista nel processo di cura del paziente.

I primi giorni del nuovo anno, sotto la regia della Fofi, era iniziata la preparazione e la programmazione della formazione finalizzata alla realizzazione della “Sperimentazione dei nuovi servizi nella farmacia di Comunità” recepita dalle singole Regioni italiane. Una formazione evolutiva, proiettata al futuro della nostra professione, conseguente a rilevanti passaggi normativi in materia sanitaria, prima nazionali (Conferenza Stato Regioni del 17 ottobre 2019) e di successivo recepimento al livello delle singole Regioni. Invece, dall’Asia irrompe una minaccia inaspettata, che l’Oms denomina con la sigla Covid-19. Dopo le prime settimane di informazioni di carattere prevalentemente epidemiologico, sono seguite informazioni scientifico-sanitarie in una cornice altalenante tra preoccupazione e momentanea minimizzazione, cui è seguita, purtroppo, un’accelerazione degli eventi e di normative restrittive ingravescenti. Continui aggiornamenti della Protezione Civile, allerte sanitarie delle Regioni da nord a sud della penisola, nuove disposizioni e obblighi operativi professionali quotidiani vengono trasmessi a tutti gli operatori sanitari (medici, infermieri e farmacisti) dalle rispettive Federazioni, Società scientifiche di riferimento concordate con il Ministero della Salute e l’Istituto superiore di sanità.

Nel giorno della Festa della donna, apprendiamo i contenuti del Dpcm 8 marzo 2020 (Misure per il contrasto e il contenimento del diffondersi del virus Covid-19 sul territorio nazionale), in un tempo di Quaresima da poco iniziato, che si incrocia purtroppo con la pratica sanitaria della “quarantena” che diventa nuova e necessaria compagna di vita. Una consistente fetta di popolazione e numerosi colleghi erano già operativi in “zone rosse” ben delimitate di Regione Lombardia e Veneto; dopo la pubblicazione del decreto, la popolazione interessata dalle misure sanitarie e di sicurezza si amplifica fino a raggiungere il numero di 16.000.000 di persone (14 province tra Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna) e numerosi farmacisti vanno ad alimentare ulteriormente il gruppo dei primi che quotidianamente, con abnegazione ammirevole, hanno “tenuto le posizioni” al banco, mentre intorno a loro i positivi al test e i pazienti ricoverati aumentano di numero. Pochi giorni dopo, un nuovo Dpcm sancisce che l’intero nostro Paese è “zona protetta”.

Alla formazione e all’aggiornamento correttamente programmato si sostituisce un aggiornamento quotidiano “real time” secondo le nuove disposizioni che si susseguono coinvolgendo ogni ambito lavorativo e di vita. Una nuova formazione, una nuova educazione individuale e collettiva si sta sviluppando in tempo reale; inizialmente, incorniciata dalla sola paura e sgomento, alternato da taluni alla negazione del problema; progressivamente e faticosamente ci si avvia verso una nuova consapevolezza, mentre i bollettini sanitari scandiscono dati impressionanti che raccontano di donne e uomini veri, sofferenti e coraggiosi.

Anche in ambito scientifico e specialistico assistiamo a posizioni contrastanti; qualcuno sostiene che anche la scienza è democratica. I report istituzionali periodici non lo sono. Impariamo a capire che questa è, sì, una sfida contro un virus, ma lo è anche contro le nostre abitudini. Stiamo cambiamo il modo di vedere e di pensare. È una necessità e nello stesso tempo un’occasione per trasformare con lucidità un’emergenza in una gara di umana verità. La paura del contagio rimane inalterata, ma si accompagna di ora in ora alla responsabilità: sono io che posso proteggere chi è vicino a me. Tutto il resto viene dopo.

Ognuno di noi sta sperimentando condizioni non prevedibili sino a poco tempo fa; si adatta a nuove regole, forse si annoia in casa, ma subito dopo la apprezza come luogo sicuro come mai aveva fatto prima, pensando a coloro che vorrebbero essere a casa con i propri cari e invece devono essere al loro posto con o senza la mascherina. Ripenso al collega che mi racconta di essere riuscito a spostare moglie e figlio in una località distante dalla città nella speranza (solo temporanea) che possa rimanere parzialmente indenne dal contagio; salutando la moglie e il figlio quasi dodicenne, mi racconta che il giovanotto, indossando la felpa del papà e facendosi forza, a stento riesce a trattenere le lacrime. Non oso domandargli come si sentisse lungo il viaggio di ritorno in città, da dove poche ore dopo non avrebbe più potuto allontanarsi.

Ad oggi, mentre scrivo, i dispositivi di protezione individuale, ovvero le mascherine, sono contingentate e tuttora difficilmente reperibili anche in alcuni ospedali. Sono state appena consegnate le protezioni di plexiglas da posizionare sul banco della farmacia; come reagiranno emotivamente i pazienti clienti con la nuova barriera? A battenti aperti, rigorosamente a distanza di sicurezza e sempre dietro la barriera di protezione di plexiglass, forse qualcuno sentirà la tentazione di abbassare un istante la mascherina e dispensare un sorriso da entrambi i lati del bancone? Questa nuova esperienza di vita ci segna inequivocabilmente. Si tratta di un’occasione non scelta per seguire la scienza e applicare l’umana solidarietà, recuperando il senso del limite e la vulnerabilità come un valore. Chissà che da questi mutamenti ai tempi del Covid-19 non ne venga fuori un mondo capace di ripensare al futuro per costruire meglio il nostro domani.

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