
Esistono vite che sembrano scritte sotto forma di algoritmi perfetti che portano dritte al successo accademico e professionale. E poi esistono vite che, nel mezzo di quella perfezione, decidono di trovare una verità più profonda da outsider.
Vittoria Bussi è l’incontro straordinario tra la precisione di un dottorato in matematica a Oxford e la fatica brutale di un velodromo. Prima donna a infrangere il leggendario muro dei 50 km orari, detentrice di record mondiali conquistati, persi e poi ripresi con una determinazione feroce, Vittoria non è solo un’atleta. È una scrutatrice di nuovi orizzonti. Quando si chiacchiera con lei, i numeri lasciano il posto all’essere umano.
È la storia di un dolore che si fa rinascita e di una consapevolezza coraggiosa che l’ha resa la donna straordinaria, un modello riconosciuto in tutto il mondo.
Il salto nel buio
Vittoria, torna con la mente al 2016: sei a Oxford, hai un dottorato in mano, una carriera brillante e sicura davanti. Poi, d’improvviso, decidi di abbandonare tutto per il ciclismo. È stato un atto di coraggio o di follia?
«In quel periodo ero già avviata verso la carriera accademica. Al tempo stesso, però, avevo già scoperto il ciclismo professionistico. Mi trovavo con i piedi in due mondi diversi, ma nessuno dei due mi faceva stare davvero bene. Da un lato, la matematica non mi soddisfaceva più. Nel 2012 avevo perso mio padre: un dolore enorme, arrivato a un’età in cui è difficile da spiegare e accettare. Non era la matematica in sé a non essere più adatta a me, forse ero io a non essere più adatta a quel tipo di vita. Dall’altro lato c’era il ciclismo. Pedalare mi faceva stare bene perché sfogavo la rabbia nei confronti della vita e di quella perdita. Eppure, non riuscivo a trovarmi nell’ambiente del professionismo. Venivo dalla ricerca universitaria, dove la libertà e la facoltà di pensare sono i valori più alti; nel ciclismo, invece, mi scontravo con un ruolo molto ristretto. L’atleta è spesso visto come qualcuno che deve solo “fare spettacolo”, rinunciando alla propria personalità per adeguarsi al “si è sempre fatto così».
Cos’è cambiato poi?
«Nel 2016 ho toccato il fondo, perché amavo queste due discipline ma non riuscivo a trarre nulla di buono da nessuna delle due. Coraggio o follia? Ti direi consapevolezza. Spesso usiamo parole un po’ teatrali, da “show”, ma la verità è che a volte ci identifichiamo troppo con quello che facciamo. Quando arriva la consapevolezza profonda di ciò che siamo, allora si riescono a fare scelte sane e necessarie».

Il muro del suono e del dolore
Sei stata la prima donna a superare il muro dei 50 km nell’ora. In quel momento eri una pioniera in un territorio ignoto. Cosa si prova quando capisci di essere oltre il limite umano?
«La sensazione delle gambe che bruciano, la mancanza d’aria, la frustrazione perché il tempo sembra non passare mai sono qualcosa con cui devi, faticosamente, fare amicizia e imparare a conviverci. Come ci sono riuscita? Ripetendo il gesto tecnico infinite volte, fino a farlo mio. Si dice che un gesto diventi perfetto solo dopo averlo compiuto almeno diecimila volte; io credo fermamente che la costanza valga molto più del talento. Questi sono i miei cardini quando affronto sfide di così alto spessore sportivo. La fatica è qualcosa che non accetti mai del tutto, ma impari a gestirla attraverso la routine. È la disciplina del quotidiano che ti permette di restare lì, oltre quel limite, anche quando tutto il corpo ti direbbe di fermarti».
Il record dell’ora è una solitudine estrema. Cosa ti dici quando sei nel “tunnel”, in quegli ultimi dieci minuti dove il mondo scompare e resti solo tu e la tua bicicletta?
«Il record è nato da una duplice natura: da un lato è pura matematica, un evento scrivibile in formule; dall’altro, è una disciplina di solitudine estrema. In quel periodo della mia vita, avevo bisogno di mettermi con le spalle al muro per affrontare i miei demoni. Non riuscivo a farlo in uno stato di lucidità: dovevo cercare una fatica talmente estrema da portarmi “altrove” per riuscire a guardarli in faccia. Parlo di quei demoni nati dai sensi di colpa, dalle decisioni pesantissime che ho dovuto prendere sulla salute di mio padre e che ancora oggi mi tormentano. Domande che ti porti dentro per tutta la vita: “Avrò fatto bene?”. Quell’angoscia richiedeva un confronto diretto. Ho imparato che a volte ci si sente più soli in mezzo a una folla che quando si è soli con sé stessi. Il record mi ha aiutata tanto in questo. Sei sola, senza riferimenti, a percorrere oltre 200 giri su una pista sempre uguale. Davanti agli occhi hai solo un fazzoletto di legno e una striscia nera. Ogni 18 secondi ti ritrovi nello stesso punto: devi essere focalizzata, il mondo esterno smette di esistere e resti solo con i tuoi pensieri. Spesso mi chiedono a cosa pensassi mentre pedalavo. La verità è che non pensavo al gesto atletico; per me, il record è sempre stato una terapia».
Il senso di Vittoria per la salute
Come ti prendi cura del tuo benessere e della tua salute, anche mentale?
«Per me è sempre stato complicato far convivere due personalità: la scienziata razionale e l’atleta “di pancia”. Spesso erano in conflitto: una chiedeva più dati e più test, mentre l’altra implorava riposo o flessibilità. Ho sentito tanto il peso di dichiarare al mondo di voler tentare un record da outsider. Volevo dimostrare che esistono strade diverse, non scritte, scardinando il dogma del “si è sempre fatto così”. In un’epoca in cui i social ci spingono verso modelli predefiniti, cercavo una via alternativa per arrivare in alto. Questo ha generato un pressing enorme, alimentato anche dalla mia educazione: sono cresciuta con l’idea che se prendevo 9, la domanda era perché non avessi preso 10. Queste aspettative su me stessa mi hanno spesso logorata. Ne sono uscita un lato con la routine: ripetere il gesto finché non è diventato parte di me, dandomi la certezza di essere la persona giusta, nel posto giusto, per compiere quella missione. È stato anche fondamentale il supporto professionale. Ho affrontato i miei pensieri con l’aiuto di una psicologa, non solo per la performance sportiva ma per il mio benessere come persona. Per quanto riguarda il corpo, ho imparato a trattarlo come una macchina che ha bisogno del carburante giusto. In questo, il mio nutrizionista Marco Perugini è stato una figura incredibile: mi ha insegnato a gestire il cibo affinché il mio organismo potesse funzionare al meglio delle sue possibilità».

Dal successo all’impatto sociale
Hai ricevuto il Collare d’Oro, la massima onorificenza sportiva. Quando quella medaglia ti ha toccato il petto, cosa hai pensato?
«Ricevere il Collare d’Oro è stato, più di ogni altra cosa, un riconoscimento che ho voluto accettare per gli altri. L’ho fatto per tutte quelle persone che mi hanno scritto in modo confidenziale sui social o via e-mail; persone che hanno provato empatia per la mia storia perché stavano vivendo situazioni simili. L’ho accettato per chi, attraverso il mio percorso, ha trovato una speranza o un modo per attraversare un lutto o chi cercava il coraggio di seguire una strada non convenzionale. E l’ho fatto per quei ragazzi che hanno bisogno di credere che scienza e sport possano andare a braccetto, senza dover per forza scegliere l’una o l’altro durante l’adolescenza o l’università. Quella medaglia mi ha dato la visibilità necessaria per diffondere un messaggio. Alla fine, il vero senso di fare certi record è poter raccontare storie che ispirino gli altri. Se qualche anno fa io avessi avuto sottomano una storia come la mia, probabilmente sarei stata meno severa con me stessa. Mi sarei concessa qualche carezza in più ogni tanto. Ecco, quel premio mi aiuta a essere quella carezza per qualcun altro.
Ad Aguascalientes hai battuto il record, l’hai perso e poi te lo sei ripreso nel 2023 e ancora nel 2025. Hai dimostrato che non è mai troppo tardi per credere nei propri sogni. Cosa vorresti dire a chi si sente bloccato o in una vita che non sente sua?
«La parola per me fondamentale è consapevolezza vera, reale, che il nostro tempo in questa vita è limitato. Quando capisci che il tempo è il tuo bene più prezioso, la qualità della tua vita cambia nettamente. Inizi a comprendere che è “adesso o mai più”. Non puoi rimandare, perché non hai la garanzia che domani potrai farlo. Questa non è solo una teoria, è qualcosa che sento profondamente mio e che ha cambiato radicalmente il mio modo di vivere. Se dovessi dare un messaggio – non voglio nemmeno chiamarlo consiglio, ma una verità che mi appartiene – direi: prendete coscienza del valore del presente. Quando realizzi che non hai tempo infinito, smetti di restare bloccato in una vita che non ti somiglia e trovi la forza di agire».


