Alfredo Orlandi: le farmacie rurali sono un esempio di virtù

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Alfredo OrlandiSono solo settemila, ma la loro sopravvivenza riguarda almeno 20 milioni di cittadini. Sono le farmacie rurali, realtà spesso dimenticate, ma che assicurano la più fitta capillarità dell’assistenza sanitaria in Italia anche nei centri abitati più piccoli o nelle frazioni più sperdute. Invece le farmacie rurali sono a rischio e la loro sopravvivenza è sempre più minacciata non solo dagli andamenti demografici, che continuano a svuotare le realtà in cui operano, il loro bacino d’utenza, ma anche da riforme di segno opposto, da ventilate liberalizzazioni selvagge, dalla sordità della politica. “È per questo che negli ultimi tempi se ne parla di più”, come spiega a Tema Farmacia Alfredo Orlandi, presidente Sunifar, “Perché sono diventate un po’ le portabandiera delle obiezioni alle “riforme” allo studio dal Governo, anche, ma non solo nell’ambito di Federfarma. Per Federanziani o per l’Associazione dei Piccoli Comuni, per esempio, sono un baluardo da difendere a tutti i costi”. Perché sono il caso estremo, “l’eccezione”, dove gli errori di qualsiasi provvedimento si cristallizzano e diventano evidenti. Dove, un provvedimento sbagliato, insomma, significa chiusura e cittadini senza alcuna assistenza, con buona pace dell’articolo 32 della nostra Costituzione: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo…”.

Invece siamo qui a parlare solo della possibilità per supermarket e centri commerciali di vendere farmaci con prescrizione medica… Cosa direbbe il Sunifar al Governo?

Di smetterla di fare favori alle multinazionali del commercio. L’economia non può prevalere sulla pelle dei pazienti, soprattutto quelli anziani. Le farmacie rurali chiedono che la tutela della salute non dipenda da logiche di mercato. Chiediamo al presidente del Consiglio Matteo Renzi se sia veramente convinto di sacrificare migliaia di farmacie con i servizi che quotidianamente svolgono a tutela della salute, per accontentare pochi grandi gruppi commerciali che ovviamente faranno prevalere logiche di profitto su tutto, anche sui farmaci con ricetta, non considerando affatto le criticità dei pazienti, soprattutto quelli dei piccoli Comuni. Spostare i farmaci dalle nostre farmacie agli scaffali del supermercato significherebbe privare circa 20 milioni di cittadini dell’unica presenza rimasta di uno stato sociale e far chiudere migliaia di farmacie. Il nostro obiettivo è fare prevenzione e contribuire alla salute dei nostri concittadini, non vendere più medicine. E i fatturati delle nostre farmacie lo dimostrano ampiamente. Abbiamo fatto una proposta provocatoria al ministero dello Sviluppo Economico quando ha incominciato a parlare di portare fuori dalla farmacie i farmaci di fascia C: visto che il risultato sarà solo che io chiuderò più velocemente di tutti gli altri esercizi, perché allora non mi assume e mi dà uno stipendio fisso?

Ma in realtà cosa vorrebbe dire al ministro Guidi?

Che si occupi dello Sviluppo economico, non di Salute e Sanità che competono ad un altro ministero. Noi non siamo e non dobbiamo essere “economia”, non dobbiamo avere a che fare con il suo ministero, il nostro dicastero di riferimento deve essere quello della Sanità. Ma è possibile che il Ministero dello Sviluppo economico si debba occupare solo di tassisti e farmacie? Non sarebbe meglio far ripartire l’industria? Non è nato per questo?

Una posizione che si potrebbe sintetizzare in: “fuori le farmacie dal decreto sullo sviluppo economico”?

Sì, tutte le farmacie. Ci sono due criticità che potrebbero smantellare tutto il nostro sistema che volente o nolente, in realtà funziona. A livello urbano se non si impongono dei limiti sull’entrata delle società di capitali, prospereranno solo le grandi catene. Mentre per le farmacie rurali non ci sarà proprio più spazio e chiuderanno presto, più velocemente di prima. La ruralità implica sempre qualche criticità in più. È tutto già successo d’altronde.

Dove?

In Navarra, una regione a statuto speciale della Spagna, qualche anno fa hanno provato a fare una “vera” (non come le nostre) liberalizzazione, ma dopo pochissimo tempo – un anno e mezzo – hanno fatto bruscamente marcia indietro perché il sistema non funzionava: si è verificato proprio quello che noi diciamo succederebbe in Italia. E poi, mi permetta, che tipo di “liberalizzazione” è un provvedimento che agisce solo da un lato, visto che il farmacista comunque compra i farmaci a un prezzo fissato per legge e poi dovrebbe a valle applicare degli sconti? Una vera liberalizzazione implica il poter comprare dove conviene di più.

Cosa spinge allora i farmacisti rurali ad andare avanti?

La farmacia rurale è sempre stata un esempio di virtù e di passione per il proprio lavoro: devi fare il medico, il veterinario, ma anche il consulente, il confessore o il commercialista se capita… Quando ci sei solo tu che fai dici di no a chi ti chiede aiuto? E allora lo fai, anche per 24 ore al giorno. E il tutto in base a che cosa? A niente, visto che la nostra categoria non ha neanche un contratto da 18 anni.

E ha un reddito medio che si aggira attorno ai 24mila euro l’anno…

Qualunque documento istituzionale alla fine lo riconosce: trasportare il paziente ha costi altissimi, per cui occorre puntare sul territorio. E solo le farmacie sono presenti ovunque, a costo zero, offrendo servizi a tutti. È nell’interesse dei nostri cittadini: se si vuole mantenere un servizio sanitario universalistico, se si vuole davvero aiutare i pazienti, è fondamentale puntare sulle farmacie rurali.

Lorenzo Di Palma

 

1 COMMENTO

  1. È tutto vero, purtroppo siamo veramente in situazioni difficili. Fate di tutto affinché veniamo difesi per poter continuare a lavorare, grazie. Rita Guarnaccia

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