Alla scoperta delle erbe tintorie

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Le alternative per colorare naturalmente i capelli quando il cliente non può o non vuole usare le tinte chimiche

Per la colorazione del capello, al cliente che non vuole oppure non può usare le tinte a formulazione chimica si possono suggerire alcune alternative. Quando proporle? In caso di dermatite da parafenilendiammina, prurito e irritazione, gravidanza e allattamento. Sono inoltre adatte anche dopo la chemioterapia, o semplicemente perché i capelli si sono rovinati, o ancora per l’amante del naturale. Queste le motivazioni con le quali indirizzare il cliente verso l’acquisto delle tinte naturali.

Tintura chimica e tintura vegetale

Per quanto riguarda la tintura chimica, l’acqua ossigenata ossida la melanina e decolora il capello, mentre l’ammoniaca apre le squame, facilitando la penetrazione del colore. Entrambe però irritano fortemente il cuoio capelluto, oltre a danneggiare il fusto in maniera irreversibile. La parafenilediammnina (PPD) penetra nella corteccia e si ossida formando un chinone, che si condensa con un’altra molecola di PPD. E con il processo di polimerizzazione del colorante si arriva alla colorazione finale.
La tintura vegetale invece è semplicemente la parte di una pianta essiccata (es. foglia, fiore e sue parti, radice, rizoma, seme, corteccia) e ridotta in polvere. Combinando in dose opportuna varie piante si può ottenere un’ampia gamma di colori: dal biondo al castano, al rosso, al nero. Alla miscela di polveri (circa 100 g) si aggiunge la fase liquida calda (es. acqua, tè verde/nero, infuso, decotto) in modo da formare una pasta densa, che non coli e aderisca bene. Con le applicazioni ripetute il colore si intensifica e dura nel tempo. L’uso regolare permette anche di rinforzare i capelli, di renderli più belli e, soprattutto, di ottenere un piacevole “effetto mechato” rispetto all’iniziale “sale e pepe”. Da non sottovalutare il vantaggio economico, poiché il costo è veramente esiguo, e l’impatto ecologico favorevole, dal momento che non inquina l’ambiente ed è biodegradabile.

Come colorano i pigmenti naturali

Le sostanze responsabili dell’azione colorante sono flavonoidi (es. in camomilla, calendula), tannini (quercia, ratania, melograno), chinoni (frangulanolo, frangulaemodina), naftochinoni (henné, noce), antrachinoni (cassia, frangula, rapontico, robbia, rabarbaro), diantroni (iperico), antociani (centaurea, fiordaliso, ibisco, cacao), caroteni (es. carote) e carotenoidi come le xantofille e la zeaxantina (ad es. in calendula e zafferano). In linea di massima i pigmenti si legano alla cheratina e avvolgono la cuticola del capello senza modificarne la fibra; quindi, a differenza dei coloranti a ossidazione delle tinte chimiche, non è necessario aggiungere un fissatore o un ossidante, talvolta basta un mordente.

Vediamo allora nello specifico come funzionano. Come sappiamo la cheratina è una proteina, che si comporta strutturalmente da acido o da base in base al substrato reagente. In pratica i coloranti basici (es. curcumina e juglone) si fissano ai gruppi acidi della cheratina, così quelli acidi (es. crocetina dello zafferano e bixina dell’annatto) si legano ai gruppi basici attraverso una semplice reazione acido-base. L’apigenina, il flavonoide della camomilla, non possiede attività schiarente, ma semplicemente sovrappone il suo pigmento giallo-chiaro, che si nota su un capello biondo, mentre non si vedrà sul capello scuro. Responsabili della colorazione rossastra dell’henné sono i naftochinoni, di cui il principale è il lawsone, rinforzato dalla presenza di tannini, acido gallico, luteolina e xantoni. Colorante rosso-arancio in ambiente acido (pH 5), il lawsone si fissa sulla cheratina formando complessi colorati in rosso tiziano. Gli antrachinoni della senna si fissano alla funzione cisteinica della cheratina per cui i capelli decolorati, biondi o bianchi virano al castano chiaro dorato o al bruno in base al tempo di posa. Nel caso dei polifenoli (melograno, tè, alcanna, ratania ecc.) si tratta di acidi deboli, per cui c’è bisogno di una sostanza che faciliti la fissazione del pigmento alla proteina. Questa può essere un acido organico come l’acido citrico contenuto in limone o arancio o i tannini. Lo stesso dicasi per l’henné.

Per intensificare il colore rosso si consiglia di aggiungere un po’ di succo di limone, che agisce da mordente. L’indossile penetra nel capello e a contatto con l’aria si ossida trasformandosi in indigotina, un pigmento blu scuro il quale conferisce un colore nero corvino con riflessi viola o azzurrognoli. Combinato con altri composti l’indaco produce un’enorme quantità di sfumature (l’unione dei colori primari rosso+giallo+blu dà il nero). Mescolato all’henné l’indigo produce ad esempio tonalità marroni (blu+rosso). Alcune piante tintorie, come l’henné neutro, possono seccare il capello, per questo sono indicate in caso di cute grassa. In caso di capelli fini basta aggiungere un olio nutriente (come argan, ricino, lino, jojoba, cocco, mandorle dolci) all’erba tintoria o fare una maschera dopo l’applicazione.

Infine, il farmacista può rassicurare il cliente che le tinte vegetali si possono adoperare anche se i capelli sono già tinti con coloranti chimici. L’unica avvertenza è quella di consigliare di fare un test di prova in un’area dietro l’orecchio 48 ore prima dell’applicazione per scongiurare l’eventualità di allergie crociate.

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