Antibiotici, calo dell’uso in allevamento nel triennio 2016-2018

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Il terzo rapporto congiunto Efsa-Ecdc-Ema ha analizzato il consumo di antibiotici (AMC) e la resistenza anti-microbica agli stessi (AMR) nei batteri dell’uomo e negli animali da allevamento. Nel triennio considerato, 2016-2018, sia il valore del consumo di antibiotici sia quello dell’antimicrobial resistence sono stati inferiori negli animali e nell’uomo, anche se sono state riscontrate forti differenze tra i diversi paesi UE

Il significativo calo nell’uso degli antibiotici in allevamento prova l’efficacia delle misure adottate per il suo contenimento. È quanto emerge dal terzo rapporto congiunto dell’Ente europeo per la sicurezza alimentare (Efsa), con l’Agenzia europea dei medicinali (Ema) e l’Ente per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) dal titolo “Antimicrobial consumption and resistence in bacteria from humans and animals”.

Antibiotici calo

L’importanza dell’approccio One Health

Il rapporto fornisce un’analisi integrata delle possibili relazioni tra il consumo di antibiotici (Antimicrobial consumption, Amc) e la presenza di Antimicrobial resistence (Amr) nell’uomo e negli animali da allevamento. È noto che la resistenza antimicrobica costituisce una minaccia alla salute pubblica globale, rappresentando un problema sociale ed economico e un rischio per la salute e la produzione del bestiame. Il principale fattore alla base della resistenza antimicrobica è il consumo di antimicrobici tanto nell’uomo quanto negli animali. Riconoscendo che la salute umana e quella animale sono interconnesse, questo rapporto si basa su un approccio “One-Health”.

Antibiotici in calo

Nel 2017, l’Amc medio ponderato per la popolazione di 29 paesi europei, espresso in mg di sostanza attiva per kg di biomassa stimata, era 130 mg per kg nell’uomo e 108,3 mg per kg in animali di allevamento. Lo studio ha tuttavia evidenziato una difformità nei risultati quanto a Paese e classe di antibiotici. Il consumo di antibiotici è risultato inferiore nel bestiame rispetto a quello degli esseri umani in 20 Paesi su 29; in un Paese il consumo di antibiotici è risultato simile nell’uomo e negli animali, mentre negli 8 paesi rimanenti il consumo di antibiotici è risultato più elevato negli animali da produzione alimentare che negli umani. Questo risultato è incoraggiante; dall’inizio di questo tipo di rilevazioni, nel 2011, il valore dell’AMC negli animali da allevamento è per la prima volta inferiore a quello umano.

L’interconnessione consumo e resistenza agli antibiotici

Secondo il rapporto, l’utilizzo di polimixine (che include la colistina) è quasi dimezzato negli allevamenti nel triennio considerato. Una notizia, questa, estremamente positiva dal momento che le polimixine vengono utilizzate nelle strutture ospedaliere per curare pazienti con infezioni batteriche multiresistenti. Un altro elemento evidenziato riguarda l’utilizzo di aminopenicilline, cefalosporine di terza e quarta generazione e chinoloni, più utilizzati nell’uomo che negli animali; di contro poliximine e tetracicline vengono impiegate maggiormente negli allevamenti.

Il rapporto dei tre enti europei sottolinea l’importanza di ridurre il consumo di antibiotici tanto in allevamento quanto nell’uomo in quanto esiste una circolarità nel consumo di antibiotici negli animali, antimicrobial resistence nei batteri del bestiame e resistenza antimicrobica nei batteri dell’uomo. È il caso ad esempio dei carbapenemi (autorizzati solo per uso umano nell’UE) che tuttavia determinano una forte resistenza a questi antibiotici nelle infezioni da Escherichia coli.

Lo stesso legame è stato riscontrato anche per quanto attiene all’uso di cefalosporine di 3° e 4° generazione. Per quanto attiene ai florochinoloni, è stato osservato che nei Paesi in cui il loro consumo è alto negli allevamenti, lo è altrettanto a livello umano e viceversa, determinando una resistenza ai florochinoloni in infezioni da Escherichia coli.

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