HELYX – TFN – Articolo realizzato in collaborazione con Eli Lilly Italia S.p.A.

 

L’obesità è una patologia. Non dipende dalla mancanza di volontà della persona, ma da un’alterazione dei meccanismi di regolazione di fame e sazietà. L’approccio verso i pazienti deve quindi essere prima di tutto accogliente. E dopo una prima valutazione, alla quale può contribuire anche il farmacista adeguatamente formato, è necessario il rinvio allo specialista.

«L’obesità è una patologia cronica, recidivante, progressiva e sintomatica, nella quale aumenta in modo anomalo la quantità e/o la distribuzione del tessuto adiposo con conseguenze sulla salute» spiega a il prof. Dario Tuccinardi, ricercatore, endocrinologo presso la Fondazione Policlinico Universitario Campus Bio Medico di Roma, un centro di riferimento SIO (Società Italiana di Obesità) e SICOB (Società Italiana Chirurgia dell’Obesità), dove l’obesità è affronta a 360°, attraverso un centro dedicato e un’équipe multidisciplinare.

Il percorso integra valutazione obesiologica endocrino-metabolica, nutrizione clinica, attività fisica personalizzata, supporto psicologico quando indicato, terapia farmacologica, endoscopia e chirurgia bariatrica-metabolica.

Prof. Tuccinardi, perché l’obesità è una malattia?

«Il peso corporeo è finemente regolato da un sistema biologico molto sofisticato, che coinvolge in modo particolare l’ipotalamo, gli ormoni intestinali, gli ormoni prodotti dal tessuto adiposo e dal pancreas. La genetica contribuisce per circa il 70% al rischio di sviluppare la malattia, che è influenzata anche da stress cronico, mancanza di sonno, l’ambiente in cui viviamo e l’assunzione di alcuni farmaci, come beta-bloccanti di vecchia generazione, cortisone, insulina e altri. Tutti questi fattori possono concorrere a determinare uno sbilanciamento della regolazione del senso di fame/sazietà, del piacere di mangiare e del meccanismo di ricompensa legata al cibo».

Dario Tuccinardi, ricercatore, endocrinologo presso la Fondazione Policlinico Universitario Campus Bio Medico di Roma, un centro di riferimento SIO e SICOB
Dario Tuccinardi, ricercatore, endocrinologo presso la Fondazione Policlinico Universitario Campus Bio Medico di Roma, un centro di riferimento SIO e SICOB

Perché è recidivante e cronica?

«Quando una persona perde peso a causa della restrizione calorica imposta dalla dieta, l’ipotalamo reagisce al calo di grasso con delle sentinelle molto fini che aumentano la fame, il desiderio di mangiare e l’interesse nei confronti del cibo, abbassando inoltre il metabolismo. È una risposta biologica di difesa, che tende a far recuperare esattamente la quantità di grasso che era presente prima del calo ponderale. Fare uno sgarro durante una dieta, quindi, non è un fallimento personale ma è la risposta biologica di una malattia, ormai studiata in modo molto approfondito. Questo meccanismo spiega la recidiva e il famoso effetto yo-yo dei pazienti».

Quali sono i rischi per la salute legati all’obesità?

«L’eccesso di grasso può interessare tutti gli organi. Possono sopraggiungere malattie metaboliche, come il diabete di tipo 2, l’ipertensione arteriosa o il colesterolo alto. Si possono presentare eventi cardio-cerebro-vascolari, come lo scompenso, l’infarto o l’ictus.  Può anche insorgere steatosi epatica. Ci sono poi complicanze meccaniche, come la sindrome delle apnee notturne, la discopatia della colonna, l’artrosi delle anche o del ginocchio. E, non meno importante, l’obesità porta spesso a complicanze psicologiche, come depressione, autostima bassa, stigma sociale e lavorativo». 

Quando una persona perde peso per restrizione calorica da dieta, l’ipotalamo reagisce con delle sentinelle che aumentano fame e desiderio di mangiare, abbassando il metabolismo e cercando di far recuperare esattamente la quantità di grasso presente prima del calo ponderale.
Quando una persona perde peso per restrizione calorica da dieta, l’ipotalamo reagisce con delle sentinelle che aumentano fame e desiderio di mangiare, abbassando il metabolismo e cercando di far recuperare esattamente la quantità di grasso presente prima del calo ponderale.

Quali percorsi danno i migliori risultati nella gestione della malattia?

«I migliori risultati derivano sempre da percorsi personalizzati, multidisciplinari e continuativi, perché, ribadiamolo, parliamo di una patologia cronica che richiede una gestione costante come tutte le altre cronicità. Non esiste una cura valida per tutti. Per ogni paziente bisogna valutare la gravità, le complicanze e lo stile di vita: alimentazione, attività fisica, farmaci assunti, qualità del sonno, stress, salute psicologica. È molto importante anche analizzare la storia del peso. Poi è fondamentale stabilire gli obiettivi da raggiungere. Alla base della gestione dell’obesità rimane l’educazione dello stile di vita, con una dietoterapia personalizzata, che funziona per quell’individuo e che è sostenibile per lui. A questa si aggiunge un programma di riabilitazione fisica e di assistenza psicologica, se necessario».

Quando serve l’approccio farmacologico?

«I farmaci per la gestione del peso esistono da moltissimo tempo. Se ne parla tanto solo da pochi anni perché sono arrivate nuove molecole particolarmente potenti, sicure ed efficaci. L’azione di questi farmaci consiste nella regolazione di quelle sostanze intestinali che, dopo il consumo di un pasto, regolano la glicemia. Sono infatti medicinali nati originariamente per la gestione del diabete. Hanno però un’altra fondamentale funzione: attraverso il nervo vago, che dall’intestino arriva fino all’ipotalamo, comunicano la sazietà, regolando l’appetito e tutti quei meccanismi di impulso e ricompensa legati al cibo. Sono meccanismi che nelle persone sane funzionano in modo naturale, ma che non funzionano correttamente in chi è affetto da obesità. Il farmaco è un facilitatore dei controlli di fame e sazietà che sono biologicamente alterati nella persona con obesità e che spiegano la sua malattia. Attualmente in Italia abbiamo solo gli iniettabili, ma esistono anche farmaci orali da assumere quotidianamente, che da noi non sono ancora commercializzati».

I farmaci anti-obesità controllano le sostanze intestinali che, dopo un pasto, regolano la glicemia. E poi, attraverso il nervo vago, che dall’intestino arriva fino all’ipotalamo, comunicano la sazietà, regolando l’appetito e tutti quei meccanismi di impulso e ricompensa legati al cibo.
I farmaci anti-obesità controllano le sostanze intestinali che, dopo un pasto, regolano la glicemia. E poi, attraverso il nervo vago, che dall’intestino arriva fino all’ipotalamo, comunicano la sazietà, regolando l’appetito e tutti quei meccanismi di impulso e ricompensa legati al cibo.

Come è accolto il farmaco dal paziente?

«Rispetto ad altre patologie croniche ci sono due problematiche in più. La prima riguarda lo stigma: per anni ci è stato detto che la gestione del peso dipende della volontà della persona ed è quindi difficile spiegare al paziente che non è così e che, come per le altre patologie croniche, anche l’obesità deve essere tenuta sotto controllo nel lungo periodo, se necessario anche con il farmaco. Bisogna quindi far capire al paziente, e il farmacista può sicuramente essere d’aiuto, che una persona con obesità assume una terapia esattamente come un paziente con ipertensione o con il diabete. Nessuno penserebbe mai che queste malattie si guariscono con la forza di volontà, il farmaco è indispensabile e cronico. A complicare l’accettazione della terapia, nel caso dell’obesità, c’è poi la seconda problematica, ovvero il fatto che i farmaci non sono rimborsati dal Sistema Sanitario Nazionale». 

Quale ruolo può avere la farmacia nei percorsi multidisciplinari?

«Prima di tutto è importante fare formazione. I farmacisti possono frequentare i corsi delle società scientifiche accreditate. Con un’adeguata preparazione, possono poi tenere colloqui riservati con i pazienti, usando sempre un linguaggio non giudicante. Come prima valutazione, è utile misurare peso e altezza e calcolare l’indice di massa corporea. È importante misurare anche la circonferenza della vita per capire la distribuzione del grasso addominale. L’anamnesi farmacologica, inoltre, permette di sapere se il paziente assume farmaci che interferiscono con i meccanismi di regolazione del peso. Una volta raccolti i dati, è fondamentale inviare la persona da uno specialista dell’obesità per una valutazione medica e per l’avvio di un percorso personalizzato. Oltre alla terapia farmacologia, nelle forme più gravi, l’obesità può richiedere anche interventi di chirurgia bariatrica».

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