Covid-19: l’importanza della continuità terapeutica

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In questa fase straordinaria, che sta sottraendo molti punti di riferimento, si rischia di perdere la regolarità dei trattamenti e di ridurre l’aderenza e la continuità terapeutica, aggravando ulteriormente il bilancio della crisi sanitaria

Secondo i report dell’Istituto superiore di sanità (Iss), in Italia i pazienti deceduti e positivi a Covid-19 hanno un’età media che sfiora gli 80 anni e, al momento del contagio, meno dell’1% di essi era privo di altre patologie (quasi la metà risultava affetta da almeno tre comorbilità). Questi numeri confermano che l’isolamento degli anziani rappresenta una misura di prevenzione necessaria, ma non sufficiente.

continuità terapeutica

Mantenere gli standard

Proprio in questa fase così complicata, infatti, sarà fondamentale mantenere costante il livello di assistenza garantendo aderenza e continuità terapeutiche. «Contrarre l’infezione – ha spiegato Claudio Cricelli, presidente della Società italiana di medicina generale e delle cure primarie (Simg) – è particolarmente pericoloso e talvolta letale in età avanzata. Vi sono pertanto alcuni aspetti di particolare rilevanza che possono spostare in senso favorevole la prognosi di un’infezione da Covid-19 e ridurre quindi il rischio di mortalità. Questi elementi sono anzitutto il raggiungimento e il mantenimento dei target terapeutici; in secondo luogo, l’aderenza e la continuità terapeutica; l’individuazione poi di eventuali danni d’organo e conseguenti modifiche di trattamento; il monitoraggio dei pazienti al fine di garantire la migliore stabilità clinica possibile; infine, il controllo metabolico, dell’equilibrio elettrolitico, della funzione renale, della saturazione di ossigeno e di tutti i parametri clinici».

Non solo anziani

La continuità terapeutica, del resto, è un fattore fondamentale a prescindere dall’età del paziente. Non a caso, pur in presenza di notizie sul possibile ruolo dei farmaci antipertensivi quali facilitatori dell’infezione da Covid-19, Simg e Siia (Società italiana dell’ipertensione arteriosa) hanno diramato un comunicato per invitare i pazienti ipertesi a non abbandonare le terapie in atto fino a che le ricerche cliniche non dovessero confermare questo effetto. «Siia e Simg – si legge nel comunicato – raccomandano comunque ai pazienti ipertesi di non modificare la terapia antipertensiva che si è dimostrata nel corso del tempo in grado di proteggere i pazienti dal rischio di gravi complicanze cardiovascolari, quali l’infarto miocardico, lo scompenso cardiaco, la morte improvvisa, l’ictus cerebrale e l’insufficienza renale».

False percezioni

La situazione, già di per sé complessa, è ulteriormente aggravata dal fatto che generalmente i pazienti hanno una percezione distorta del loro livello di aderenza alle terapie. Secondo un sondaggio su 1500 stakeholder appena presentato da Fablab, oltre il 60% dei pazienti si sente “molto aderente”, ma i medici – e soprattutto i farmacisti – riportano stime più che dimezzate rispetto a questi valori. L’ultimo Rapporto Osmed conferma la percezione dei professionisti rivelando livelli di aderenza piuttosto ridotti: tra le categorie analizzate, quella dove si riscontra la percentuale più alta di compliance è rappresentata dai farmaci antiosteoporotici (29,8%) seguita da farmaci antiipertensivi (23,8%) e, per la popolazione maschile, dai farmaci per l’ipertrofia prostatica benigna (22,4%). In questo contesto, il farmacista assume ancora una volta un ruolo di rilievo sia come punto di riferimento per fornire indicazioni e informazioni ai cittadini sul Coronavirus, sia come sostegno all’aderenza terapeutica (uno studio di un paio di anni fa dimostrava che i pazienti con asma controllati erano cresciuti del 25% grazie all’intervento del farmacista), sia, naturalmente, come fondamentale presidio sanitario sul territorio.

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