Diabete: celebrati i 100 anni dell’insulina

Nel 1921 la scoperta dell’insulina cambiava radicalmente il corso e la speranza di vita dei pazienti con diabete di tipo 1. A 100 anni di distanza, ecco gli step che hanno portato a una più facile gestione della malattia, con uno sguardo volto al futuro e ai prossimi traguardi da raggiungere

Fino al 1921 il diabete era considerato una vera e propria condanna a morte. In quell’anno la scoperta dell’insulina e la sua successiva diffusione in tutto il mondo, ha radicalmente cambiato la prognosi e l’aspettativa di vita dei pazienti diabetici. Nel tempo, la ricerca e l’innovazione hanno consentito traguardi importanti. Basti pensare all’introduzione, negli anni ’80, dell’insulina umana e al lancio dei primi micro-infusori e delle penne per la somministrazione dell’insulina. Tutto questo ha reso il diabete una malattia che oggi permette di condurre una vita normale. Tra le nuove frontiere e i traguardi attesi per il futuro, vi è, su tutti, la somministrazione di un’unica iniezione settimanale di insulina.

Questi i temi affrontati nel corso di “100 anni dalla scoperta dell’insulina tra storia, ricerca e narrazione”, conferenza istituzionale tenutasi alla Camera dei deputati lo scorso 25 maggio, promossa dall’Intergruppo parlamentare obesità e diabete, in collaborazione con la Società italiana di medicina teatrale (Simt) e il programma internazionale Changing Diabetes.

«La storia di questa scoperta, che ha salvato da morte certa milioni e milioni di persone è, come tutte le scoperte cardine dell’umanità, affascinante e allo stesso tempo incredibile, per le vicende che hanno coinvolto numerosi personaggi» ha raccontato Renato Giordano, presidente della Simt, regista e scrittore, nonché medico endocrinologo e diabetologo, che ha appena terminato il suo ultimo romanzo “Prossima fermata. L’isola che c’è”, dedicato proprio alla storia dell’insulina.

I traguardi dell’ultimo secolo

La scoperta dell’insulina ha rappresentato uno degli eventi chiave della storia della medicina, permettendo di salvare innumerevoli vite. Nell’ultimo secolo la ricerca ha poi compiuto enormi passi avanti nel campo del diabete, con la messa a punto di farmaci e terapie sempre più efficaci in grado di contrastare non solo gli eccessi glicemici, ma anche le ipoglicemie (causa di un aumento del 40% del rischio d’infarto), la riduzione del peso corporeo, i rischi di natura cardiovascolare e renale nonché tutte le condizioni e le complicanze associate alla malattia.
Negli ultimi trent’anni l’incidenza del diabete (sia quello di tipo 1 che, più frequentemente, quello di tipo 2), è aumentata in maniera molto significativa, arrivando oggi al 6% della popolazione. Se da una parte le cure rappresentano un tassello fondamentale e imprescindibile, dall’altra anche una corretta prevenzione gioca un ruolo altrettanto importante per la salvaguardia della salute e la sostenibilità del sistema sanitario nazionale.

L’importanza di curare e di prendersi cura

«Non dobbiamo parlare solo di cura: curare è fondamentale, ma prendersi cura è ancora più importante» ha ribadito Roberto Pella, Coordinatore dell’Intergruppo parlamentare obesità e diabete, che si impegna a sostenere il mondo professionale e le associazioni dei pazienti nel perseguire la miglior qualità di vita per le persone con diabete. «Prendersi cura non vuol dire solo assicurare terapie, ma soprattutto garantire condizioni di assistenza e di accesso ai trattamenti uniformi sull’intero territorio nazionale».

«Grazie all’innovazione e alle nuove terapie, la vita dei pazienti con diabete, prima scandita da siringa e orologio, ha oggi un decorso normale. A essere al centro non è più la terapia, ma il paziente» ha sostenuto Paolo di Bartolo, Presidente dell’Associazione Medici Diabetologi (Amd).

La centralità del paziente nel processo di cura

«Un ruolo fondamentale è rappresentato dalla compliance e dalla partecipazione attiva del paziente al processo di cura» ha sottolineato Carolina Larocca, Presidente di Operatori sanitari di diabetologia italiani (Osdi).
Il ruolo dell’infermiere è cruciale nella relazione con il paziente diabetico, proprio perché nel successo terapeutico concorre in modo determinante la sua partecipazione attiva. Compito dell’infermiere è quindi quello di promuovere un’educazione terapeutica. In fase pandemica, nel bel mezzo di una situazione tragica, sono state sperimentate nuove modalità che possono aiutare a stare vicini ai pazienti diabetici e aumentare la loro compliance: telemedicina, teleconsulto, intelligenza artificiale.
«Grazie ai fondi del recovery, sarà inoltre importante – ha aggiunto l’Onorevole Pella in chiusura – puntare su una revisione storica del Sistema sanitario nazionale, che vada nella direzione di una definizione di nuove priorità: ricerca, tecnologia, medicina territoriale e prevenzione».