Il disturbo da uso di alcol – disturbo cerebrale cronico recidivante caratterizzato dalla perdita del controllo nel consumo compulsivo di alcol – rappresenta una sfida sanitaria globale, responsabile di circa il 5% dei decessi nel mondo. Nonostante l’elevata morbilità, le opzioni farmacologiche attuali sono limitate e sottoutilizzate.

In questo scenario, una nuova ricerca danese pubblicata su Lancet suggerisce che i GLP-1 receptor agonists (GLP-1 RA), molecole già leader nel trattamento di obesità e diabete tipo 2, potrebbero rappresentare un punto di svolta anche per la salute mentale e le dipendenze.

Lo studio: semaglutide vs placebo

Il trial clinico randomizzato, in doppio cieco, condotto al Mental Health Center di Copenhagen (Danimarca), ha coinvolto 108 adulti (18-70 anni) con obesità (BMI ≥30 kg/m²) e disturbo da uso di alcol da moderato a grave. I partecipanti sono stati suddivisi in due gruppi: uno trattato con semaglutide 2,4 mg sottocute una volta a settimana e l’altro con placebo, entrambi in associazione alla terapia cognitivo-comportamentale per un periodo di 26 settimane.

Al basale, i pazienti riportavano una media di 17 giorni di consumo pesante di alcol nell’ultimo mese.

Risultati: riduzione del 50% del consumo pesante

I dati emersi mostrano un’efficacia superiore alle aspettative:

  • Giorni di consumo pesante: Nel gruppo semaglutide i giorni di consumo ‘pesante’ di alcol sono scesi da 17 a circa 5 giorni al mese, contro i 9 giorni del gruppo placebo (una riduzione del 13,7% superiore rispetto al braccio di controllo).
  • Consumo totale: L’assunzione di alcol è crollata da 2.200 g a 650 g al mese con semaglutide, confermando una riduzione netta del desiderio (craving) e dell’intensità del consumo quotidiano.
  • Biomarcatori: La reale diminuzione è stata validata dai test di laboratorio. Il fosfatidiletanolo (gold standard per il monitoraggio del consumo) e la gamma-glutamil transferasi (GGT) hanno mostrato riduzioni altamente significative nel gruppo trattato.

Benefici metabolici e sicurezza

Oltre all’impatto sul comportamento di dipendenza, semaglutide ha confermato il suo profilo d’eccellenza metabolica: i pazienti hanno perso in media l’11% del peso corporeo e hanno mostrato miglioramenti nei livelli di emoglobina glicata (HbA1c) e una riduzione della circonferenza del punto vita.

Sotto il profilo della sicurezza, gli eventi avversi sono stati prevalentemente gastrointestinali (nausea, vomito) di entità lieve-moderata, in linea con quanto già noto per questa classe di farmaci.

L’impatto clinico: un’efficacia superiore alle cure attuali

L’importanza di questa ricerca risiede non solo nella capacità di semaglutide di agire oltre il metabolismo – influenzando direttamente i circuiti cerebrali della ricompensa – ma soprattutto nella sua potenza terapeutica.

I dati mostrano infatti un NNT (Number Needed to Treat) di 4,3: in termini semplici, questo indicatore ci dice che il farmaco è molto efficace, poiché basta trattare poco più di 4 pazienti per ottenerne uno che riduca drasticamente l’abuso di alcol. Si tratta di un risultato decisamente superiore rispetto ai farmaci oggi autorizzati per l’alcolismo, che hanno un’efficacia inferiore (NNT pari o superiore a 7).

Perché è una svolta per il territorio e la farmacia

Per il farmacista, questa prospettiva apre uno scenario nuovo nella gestione dei pazienti fragili. Gli esperti sottolineano due vantaggi strategici:

  • Riduzione dello stigma: A differenza dei trattamenti specifici per le dipendenze, spesso percepiti con vergogna dal paziente, l’uso di una molecola già nota e “accettata” socialmente come semaglutide potrebbe abbattere le barriere psicologiche che oggi allontanano le persone dalle cure.
  • Aderenza alla terapia: La somministrazione una volta a settimana semplifica enormemente la gestione quotidiana rispetto alle attuali terapie orali, garantendo che il paziente non abbandoni il percorso terapeutico.

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