Effetto della pandemia sull’aderenza alle terapie

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Il periodo di lockdown ha impedito gli incontri coi medici e ostacolato la continuità terapeutica, ma le soluzioni adottate potrebbero portare benefici anche in futuro

«In medicina generale – ha affermato la segretaria nazionale Simg, Raffaella Michieli – incontriamo mediamente i pazienti cronici 10 volte all’anno. Nel caso di pazienti 83enni questa cifra sale a 24 visite all’anno». Durante i mesi di lockdown tutto questo è mancato, mettendo a serio rischio la salute dei pazienti e la continuità terapeutica. Non è solo un problema di assenza di contatto col medico curante. Vanno anche considerate le ripercussioni che il prolungato stato di isolamento ha causato all’umore e al benessere psicologico delle persone, in particolare quelle già fragili come gli anziani o i pazienti oncologici o cardio-vascolari.

Pandemia emozionale

Durante la pandemia sono significativamente cresciuti i disturbi del sonno, l’ansia, la depressione, i disturbi ossessivi compulsivi, il consumo di alcolici e il decadimento cognitivo di molte persone anziane. Si è verificata quella che Claudio Mencacci, presidente della Società italiana di neuropsicofarmacologia, ha definito “una pandemia emozionale”, un’ondata di malessere psicologico che ha colpito tutta la popolazione, ma che ha avuto le conseguenze più gravi nelle fasce più deboli. Tra i cluster più a rischio, ha spiegato Mencacci, vi sono le donne, gli adolescenti e gli anziani. È stato calcolato che in Italia potrebbe esserci un peggioramento per 130-150.000 casi di depressione. Un impatto non trascurabile, per una patologia che riguarda tre milioni di persone, di cui due milioni sono donne.

Umore e aderenza

Secondo un’indagine di Onda (Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere) effettuata su un campione quasi esclusivamente femminile (91%), l’umore è uno dei fattori più coinvolti nell’aderenza alla terapia. Da un lato sembra l’unica sfera della vita personale a subire gli effetti di una vita cadenzata dall’assunzione di farmaci (indicata dal 46% degli intervistati), dall’altro appare come una delle cause principali che limitano l’aderenza. Tra le ragioni principali addotte dai pazienti che non seguono correttamente le terapie vi sono la dimenticanza, la mancanza di voglia, l’umore; tutti fattori, spiega Mencacci, che rientrano nella sfera di sintomi depressivi presenti in un’alta percentuale della popolazione, e che spesso non vengono riconosciuti come tali.

Un elemento positivo

L’impossibilità di effettuare visite e diagnosi de visu e il malessere psicologico derivato dall’innaturale stato di isolamento hanno sicuramente limitato i livelli di aderenza. Si stima che, nell’area della salute mentale, vi siano state alterazioni nell’aderenza per oltre il 30% dei casi. Nella situazione di emergenza, però, è emerso anche un dato positivo. Le soluzioni messe in campo per compensare la situazione si sono rivelate decisamente efficaci e potrebbero essere implementate anche nelle procedure standard producendo importanti benefici. La telemedicina, gli interventi a distanza, il monitoraggio e il coinvolgimento da remoto dei familiari e dei caregiver hanno dimostrato di poter garantire anche a distanza una comunicazione chiara, efficace, empatica salvaguardando il rapporto medico-paziente e dunque l’aderenza alle terapie e la salute dei pazienti. In pochi mesi sono stati compiuti passi avanti che in condizioni normali avrebbero richiesto mesi, se non anni. Questi sforzi, dicono gli operatori, non devono andare persi.

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