I farmaci più usati nei disturbi dell’equilibrio

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FAN1005199Il trattamento può essere specifico (rivolto alla causa delle sindromi vertiginose); sintomatico (tende al controllo della sintomatologia, soprattutto in acuto, in particolare in presenza di disequilibrio, nausea e vomito), e riabilitativo (mira a compensare un danno permanente attraverso lo stimolo di funzioni vicarianti). Quest’ultimo, in particolare, è quello che permette la cura e la guarigione della maggior parte delle sindromi vertiginose, anche se spesso i diversi trattamenti si alternano in diverse fasi cliniche della stessa malattia o agiscono in sinergia.
Nel trattamento sintomatico sono comunemente utilizzati farmaci depressori del sistema nervoso centrale (diazepam), antiemetici e antistamici (meclizina, dimenidrinato), nootropi (piracetam), “attivatori” del microcircolo (betaistina) e i diuretici osmotici (glicerolo, mannitolo) in caso di forme idropiche.
Le benzodiazepine, legandosi ai recettori del GABA presenti sui nuclei vestibolari, hanno effetto sedativo sul sistema vestibolare, determinando il miglioramento della sintomatologia vertiginosa. L’azione antivertiginosa viene potenziata dall’effetto ansiolitico.
Gli antistaminici e gli antiemetici, grazie all’effetto depressore sul sistema vestibolare, riducono i sintomi nei casi di vertigine sia centrale che periferica e inoltre migliorano la nausea.
I farmaci nootropi incrementano la sintesi dell’ATP nelle cellule cerebrali, aumentano la sintesi dei fosfolipidi di membrana e interagiscono con i meccanismi di trasmissione dell’impulso nervoso in sede sia pre- sia post-sinaptica. In questo gruppo può rientrare anche la citicolina, un intermedio nella biosintesi delle lecitine, delle sfingomieline e delle fosfatidiletanolammine che sembra migliorare l’attività della sostanza reticolare ascendente e del fascio piramidale, incrementando il flusso ematico cerebrale; è particolarmente utile nel caso di vertigini di origine centrale.
La betaistina, un vasodilatatore dotato di spiccate proprietà antivertiginose, trova largo uso nel trattamento della vertigine periferica. La sua maneggevolezza, la scarsità di controindicazioni e i suoi modesti effetti collaterali ne fanno un farmaco adatto sia nella fase acuta come sintomatico, sia nella terapia di mantenimento. La betaistina ha struttura molecolare e proprietà farmacologiche analoghe a quelle dell’istamina: si accompagna però a minor effetti collaterali e può essere utilizzata in trattamenti a lungo termine. Esplica la sua azione agendo sia come agonista debole dei recettori H1 post-sinaptici, sia come antagonista forte dei recettori H3 pre-sinaptici; questa interazione porta alla riduzione della trasmissione nei nuclei vestibolari (azione H3-antagonista), alla diminuzione del potenziale di riposo e quindi dell’attività spontanea delle cellule ampollari del labirinto (azione H3-antagonista e H1-agonista). Inoltre, la betaistina, per la sua azione H3-antagonista, aumenta il flusso ematico a livello cocleare e vestibolare e la sua azione vasoattiva ha rappresentato per molti anni il razionale per l’impiego nel trattamento della sindrome di Ménière.
I diuretici osmotici si somministrano mediante fleboclisi e agiscono richiamando liquidi dall’interno degli organi del labirinto; nelle vertigini, infatti, è frequentemente presente un «accumulo» di liquidi nel labirinto (idrope labirintica).
La terapia farmacologica è più efficace nelle vertigini che durano ore e/o giorni, soprattutto se associate a sintomi neurovegetativi; nelle forme posizionali parossistiche risultano più efficaci le manovre liberatorie (di Semont, condotte dal medico sul lettino ambulatoriale, che consentono di riportare gli otoliti nella sede fisiologica) e la ginnastica vestibolare domiciliare (semplici esercizi che stimolano le funzioni vestibolari periferiche, come per esempio il movimento del capo fissando un punto).
Negli anziani la sintomatologia può essere grave e invalidante e necessitare, in alcuni casi, di una terapia medica continua o intermittente, tenendo presenti gli effetti collaterali dei farmaci suddetti, che nell’anziano possono essere importanti.

Antonio Lavecchia, Dipartimento di Farmacia, Università di Napoli Federico II

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