La professione del farmacista in Paesi in via di sviluppo

In un Paese in via di sviluppo come il Rwanda, i pazienti si recano in farmacia solo dopo un consulto medico. Quale ruolo svolge dunque un farmacista?

Tra le attività formative previste per gli studenti universitari, la possibilità di periodi di studio e tirocinio in paesi extraeuropei sta ricevendo sempre più interesse. Quando parliamo di paesi extra-UE non intendiamo solo USA, Australia o Giappone, ma anche paesi africani, sudamericani, del sud est asiatico. Attraverso il programma di finanziamento ‘Overworld’ istituito presso l’Università di Parma, gli autori di questo articolo (Gabriele Costantino, professore di chimica farmaceutica e Chiara Spaggiari, studentessa del V anno di CTF) hanno iniziato un progetto di tesi in collaborazione con l’Università INES di Musanze, in Rwanda, un piccolissimo paese nel centro dell’Africa.

Il cittadino del Rwanda decide di recarsi in farmacia solo dopo un consulto medico, acquistando solo il numero e il dosaggio prescritto

Bisogni sanitari e gerarchie

All’interno del sistema sanitario nazionale, a fianco della gerarchia ufficiale (una rete di ospedali nazionali, regionali e distrettuali, da cui si emanano, capillarmente sul territorio, i Public Health Centers, che sono i centri di primo riferimento per la popolazione, serviti da Community Care Workers, che indirizzano al consulto di medicina generale, o direttamente dallo specialista), esiste una seconda ‘gerarchia’, non formalizzata, ma molto seguita. All’apice ci sono ambulatori e cliniche private. Qui si trovano medici specialisti, spesso di formazione europea, e i pochi medici anziani rimasti. A gran parte della popolazione rurale è precluso l’accesso a queste strutture per motivi economici. Al centro ci sono gli ospedali distrettuali e gli Health centers, con le loro farmacie pubbliche. Tutta la popolazione può accedere, usufruendo del servizio sanitario nazionale, ma in questi ospedali sono presenti praticamente solo medici di medicina generale e infermieri non specializzati. Alla base di questa piramide gerarchica vi sono i ‘guaritori’, traditional healers che preservano e tramandano le pratiche tradizionali, basate largamente sull’impiego di piante ed erbe. La loro pratica non è sistematizzata ed è basata sulla fiducia che il malato ripone nella loro azione. Sono punti di riferimento per gran parte della popolazione rurale.

Il farmacista come dispensatore di medicinali

È quindi evidente che l’accesso alle terapie e l’accesso al farmaco sono largamente determinati dal contesto sociale e culturale dell’individuo. Mai un guaritore indirizzerà il paziente dal farmacista, mentre lo specialista privato potrà indicare trattamenti di avanguardia per patologie di nicchia. Il farmacista deve quindi fungere da mediatore culturale tra esigenze così diverse, avendo come limite della sua attività la limitata disponibilità di farmaci. In Rwanda, come in gran parte dell’Africa rurale, il concetto di uso del medicinale non si è ancora sedimentato. Non esiste la pratica dell’automedicazione farmaceutica e l’accesso alla farmacia è sempre mediato dall’indicazione del medico. Solo la frazione di popolazione più istruita e con maggiori capacità economiche può decidere di entrare in farmacia e chiedere autonomamente consiglio. Il cittadino del Rwanda decide di recarsi in farmacia e acquistare un medicinale solo a seguito di un consulto medico e acquisterà solo il numero e il dosaggio prescritto. È responsabilità e obbligo del farmacista mostrare al paziente il contenuto del flacone o della confezione, la modalità di somministrazione e riportare la posologia sulla scatola o sulla busta in cui viene dispensato il farmaco.

Un capitolo a parte meriterebbe poi l’analisi della provenienza del farmaco. Come in altri paesi dell’Africa centrale, generalmente esistono tre tipi di medicinale. Il farmaco originale, il farmaco generico di produzione europea, il farmaco generico di produzione extra-europeo. Il generico di produzione europea è considerato come originale. Il prezzo di farmaci originali o generici europei è dello stesso ordine di grandezza del prezzo in Italia (a fronte di un reddito procapite almeno 10 volte inferiore), mentre i generici di origine extra-europea costano anche 100 volte meno. Purtroppo, la qualità in molti casi parallela il costo. Gli ospedali pubblici non prescrivono mai farmaci di origine europea perché sanno che il paziente non potrebbe permetterselo nonostante la copertura sanitaria. Questo genera dunque una disparità nell’accesso allo “standard of care”.

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