Ottime prospettive per l’eradicazione definitiva dell’epatite C: presentati a Vienna i risultati di uno studio

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L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha nel mirino l’eliminazione completa del virus HCV entro il 2030: ora sembra che l’obiettivo sia raggiungibile.

Uno studio svolto da un team guidato dalla Dr.ssa Alessandra Mangia, attiva presso la “Casa sollievo della sofferenza” di San Giovanni Rotondo (Foggia) e presentato all’inizio dello scorso mese di aprile a Vienna in occasione del  congresso della European Association for the study of the liver (EASL) 2019, potrebbe infatti rappresentare la strada giusta per il conseguimento dell’eradicazione dell’epatite C entro i termini auspicati dall’OMS. Sono stati coinvolti 5760 pazienti in 12 coorti cliniche in Europa e Nord America.

I risultati dello studio sull’eradicazione dell’HCV

I risultati della ricerca sono molto incoraggianti: il 98% dei pazienti affetti da epatite C trattati per dodici settimane con Sofosbuvir e Velpatasvir, cosiddetta terapia antivirale pangenotipica perchè in grado di combattere tutti i genotipi del virus, sono infatti guariti dalla malattia.

Dati sull’HCV

Secondo i dati dell’OMS sono 71 milioni le persone affette da epatite C cronica nel mondo con oltre 4 milioni di malati solo negli Stati Uniti. L’agente eziologico di questa patologia è un virus (HCV) che attacca il fegato provocando danni gravi che possono arrivare alla cirrosi epatica e successivamente al carcinoma epatocellulare, spesso con esito letale.

Terapia farmacologica

I due farmaci, Sofosbuvir e Velpatasvir, sono stati somministrati per via orale (compresse) con grandi vantaggi per i pazienti rispetto ad altri medicamenti normalmente usati per i quali è necessario utilizzare la via endovenosa o sottocutanea. Per quanto riguarda il meccanismo di azione del trattamento combinato, Sofosbuvir attacca e blocca la replicazione del genoma virale mentre Velpatasvir inibisce una proteina essenziale per il virus: NS5A.

I commenti sullo studio

Parlando della conduzione dello studio, delle modalità di sorveglianza dei pazienti e dei rischi connessi con la terapia, la dr.ssa Alessandra Mangia ha dichiarato: “Le visite di monitoraggio durante questo trattamento non hanno senso, perché di fatto i pazienti non riportano nessun effetto collaterale. In alcuni casi è però importante un primo incontro per rassicurare i pazienti, che si aspettano effetti collaterali già sperimentati da altri con l’interferone. Però, una volta avviato il trattamento, non c’è necessità di vederli durante le 12 settimane di terapia. Quindi in quest’ottica la maneggevolezza di Sofosbuvir/Velpatasvir non ha eguali. Ha una sola compressa, ha una durata di regime fissa di 12 settimane e non è associato se non a qualche minimo rischio di interazione con altri farmaci. Quindi non vi sono barriere di sorta che possano impedire, a chi ne ha necessità, di accedere al trattamento”.

 

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