Continuità assistenziale, in Italia c’è ancora da lavorare

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Presentata al Ministero della Salute la prima Indagine sulla continuità assistenziale in Italia, quella ‘terra di mezzo’ che deve rispondere a bisogni complessi e diffusi di una popolazione sempre più anziana

La prima Indagine sulla continuità assistenziale in Italia, curata per Italia Longeva, la Rete Nazionale di Ricerca sull’invecchiamento e la longevità attiva, da Davide Vetrano, geriatra dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e ricercatore al Karolinska Institutet di Stoccolma, in collaborazione con la Direzione Generale della Programmazione sanitaria del Ministero della salute, è stata presentata nel corso della quarta edizione degli ‘Stati Generali dell’assistenza a lungo termine’ a Roma, al Ministero della Salute.

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Quasi 1 italiano su 4 ha più di 65 anni; oltre 2 milioni di persone superano gli 85: è la fotografia di un popolo longevo, ma con molti anziani fragili, affetti da multimorbilità, con ridotta autosufficienza e costretti all’assunzione contemporanea di più farmaci, che mostra come sia necessario lavorare per avere una continuità assistenziale efficiente, che metta in comunicazione ospedale, comunità e domicilio. “Un oliato percorso di continuità assistenziale è una forma di efficientamento del sistema, ma soprattutto un servizio concreto per il cittadino: c’è qualcuno che gli semplifica la vita nel passaggio fra ospedale e territorio, senza abbandonarlo a se stesso”, commenta Roberto Bernabei di Italia Longeva. 

Assistenza domiciliare e residenzialità assistita

I servizi di assistenza domiciliare (Adi) e residenzialità assistita (Rsa), che rappresentano uno dei pilastri su cui si fondano sostegno e cure offerte agli anziani, in Italia risultano ancora carenti rispetto ai 14 milioni di anziani residenti: nel 2018 solo il 2% degli over-65 è stato accolto in Rsa e solo 2,7 anziani su 100 hanno ricevuto cure a domicilio. “L’Adi in Italia cresce  più lentamente di quanto crescano i cittadini che ne avrebbero bisogno”, spiega  Bernabei.

Buone pratiche di continuità assistenziale

La ricerca curata per Italia Longeva si  sofferma su 17 tra le esperienze più virtuose messe in campo dalle Aziende sanitare locali e ospedaliere in otto regioni (Basilicata, Emilia Romagna, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Toscana e Umbria): 8 sono delle best practice di gestione delle cosiddette dimissioni difficili e 9 sono modelli efficienti di organizzazione delle reti territoriali. L’indagine, oltre a descrivere il funzionamento di reti di servizi territoriali a copertura regionale, analizza anche 4 dei percorsi terapeutico-assistenziali più complessi, che riguardano pazienti con demenza, malattia di Parkinson e piaghe da decubito, dai quali emerge l’importanza di disporre di una fitta e ben concertata multidisciplinarietà a livello delle singole Aziende sanitarie.

“Una buona continuità assistenziale si delinea già al tempo zero, dall’arrivo in Pronto Soccorso”, continua Bernabei. “Quando il paziente esce dall’ospedale non è abbandonato a se stesso, con tutti i relativi oneri burocratici, ma c’è qualcuno che gli semplifica la vita nel rientro in comunità. È il sistema che agisce in una logica proattiva, predisponendo, ad esempio, il trasferimento presso strutture riabilitative e Rsa, attivando l’assistenza domiciliare senza che sia il paziente a dover rincorrere uffici comunali e consorzi, o ancora dando all’anziano la possibilità di ricevere farmaci e ausili a domicilio, e prenotare visite di controllo da remoto”.

Una buona continuità assistenziale presuppone anche l’esistenza di un’adeguata infrastruttura informatica, fondamentale per realizzare una presa in carico efficace, continuativa e sostenibile.

 

 

 

 

 

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