Covid, le conseguenze sulle donne in età riproduttiva

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Negli scorsi mesi la maggioranza delle attività di routine ha avuto una battuta d’arresto o forti ritardi. Sono venute meno alcune strategie di prevenzione primaria per le donne in età riproduttiva, come screening e test, con il rischio, a breve, di un’epidemia oncologica. L’allarme è stato lanciato da uno studio pubblicato sullo European Journal of Contraception and Reproductive Health Care

I mesi di picco di Covid-19 hanno costretto tutti i sistemi sanitari nazionali a riorganizzarsi repentinamente, andando a convogliare buona parte delle energie nel contrasto all’infezione da SARS-CoV-2. Ciò ha determinato una sensibile riduzione, e in alcuni casi una vera e propria sospensione, delle attività di routine e prevenzione delle altre patologie. Questo ha significato, per esempio, la perdita di vaccinazioni programmate per 23 milioni di bambini. Ancora peggiore è stato l’impatto sulle donne in età riproduttiva, come emerge dallo studio “Confronting the consequences of the Covid-19 pandemic in women of reproductive age. Alarm for an imminent oncologic epidemic”, condotto da Dimitrios P. Lazaris pubblicato sullo European Journal of Contraception and Reproductive Health Care.

L’impatto del Covid sulla prevenzione femminile

Milioni di donne hanno sofferto di bisogni contraccettivi insoddisfatti, gravidanze non pianificate, con potenziali complicazioni ostetriche e conseguenze disastrose nel caso di aborti non sicuri. Inoltre, molti esami per la prevenzione del cancro, come le campagne di screening, sono stati sospesi per l’avanzare del virus. I pazienti con lesioni precancerose sospette o esistenti hanno evitato di sottoporsi ai regolari controlli medici nelle strutture sanitarie preposte perché spaventate dal rischio di contagio.

Ancora, per molte giovani donne si è reso necessario il rinvio dei regolari esami preventivi per i tumori ginecologici, come Pap test e Papillomavirus umano (HPV) per il cancro del collo dell’utero, nonché le mammografie per il cancro al seno. Solo negli Stati Uniti il numero totale dei test di screening del cancro della mammella e del collo dell’utero finanziati dal National Breast and Cervical Cancer Early Detection Program ha subito un crollo, rispettivamente, dell’87% e dell’84% nell’aprile 2020 rispetto alla media dei 5 anni precedenti.

A quest’ultimo riguardo si osserva che la maggioranza dei Paesi segue precise linee guida per la prevenzione del cancro. Negli Usa, ad esempio, le donne di età compresa tra 21 e 29 anni dovrebbero sottoporsi a pap test ogni 3 anni; quelle di età pari o superiore ai 30 dovrebbero fare il test HPV ogni 5 anni. Per quanto concerne, più in particolare, lo screening del cancro al seno, è invece raccomandato che le donne di età compresa tra i 40 e i 49 anni eseguano mammografie a cadenza biennale. Resta inteso che tutti i soggetti che per familiarità o altri fattori presentano fattori di rischio maggiori rispetto alla media dovrebbero eseguire questi esami con maggiore frequenza.

I ritardi nello screening

I ritardi nello screening determinati dal Covid rischiano di posticipare in maniera significativa le diagnosi, con conseguenti, possibili, prognosi peggiori, il che comporta delle ricadute sia per ciò che concerne il sociale sia per quanto attiene al momento riproduttivo. Di qui la necessità di maggiori interventi terapeutici, come interventi chirurgici più estesi, radioterapia e chemioterapia più intense, con un pericoloso impatto sulla funzione ovarica (cioè ipoestrogenismo, menopausa precoce, diminuzione del desiderio sessuale ecc.). Solo negli Stati Uniti, è stato stimato che gli effetti del Covid-19 sui ritardi dello screening e del trattamento provocheranno 10mila decessi aggiuntivi dovuti al cancro al seno e al colon-retto nel prossimo futuro. Conseguenze simili sono previste in Europa e in tutto il mondo.

Un rischio maggiore di cancro al seno per le donne in età riproduttiva

Le donne in età riproduttiva sono quelle più a rischio di ammalarsi di cancro al seno. Infatti, i tassi di incidenza standardizzati per età del cancro al seno nel mondo, rispetto agli altri tumori maligni, sono più alti tra le donne sotto i 39 anni. Ciò può, tra le altre ragioni, essere dovuto a diversi fattori sociali e ambientali, come il maggiore uso degli insetticidi agricoli, ma anche la maggiore presenza e crescita professionale delle donne nel mondo del lavoro registrata negli ultimi decenni che ha spostato i concepimenti, le gravidanze a termine e l’allattamento al seno in età più avanzata rispetto a quella di un tempo.

I dati pubblicati indicano che durante la prima ondata di pandemia di Covid-19 il numero di donne che ha partecipato agli esami di prevenzione oncologici di routine programmati è stato inferiore rispetto a quanto avveniva in precedenza. Altresì, è emerso che le pazienti che si sono sottoposte agli esami presentavano uno stadio della malattia più avanzato rispetto agli anni passati. Questi risultati dovrebbero peggiorare a causa dei continui ritardi nell’esecuzione degli esami determinati dall’era Covid-19. Inoltre, con la contraccezione meno accessibile e di conseguenza meno utilizzata, si prevede un aumento dei casi di tumori ovarici, delle tube di Falloppio e dell’endometrio, in considerazione dell’assenza dell’effetto protettivo della contraccezione sulla patogenesi di questi tumori.

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