Future Health Index 2018, Italia in linea con la media globale ma ultima in Europa

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Secondo il Future Health Index 2018, l’Italia, con un punteggio di 41,78 è sostanzialmente in linea con la media globale in quanto ad accesso alla sanità, soddisfazione per i servizi erogati ed efficienza del sistema sanitario, ma è fanalino di coda in Europa, dove al primo posto c’è la Germania (50,93)

Presentati i risultati dell’edizione 2018 del Philips Future Health Index (FHI), lo studio internazionale condotto su 16 paesi nel mondo,  Italia inclusa.

Lo studio ha un triplice obiettivo:

– misurare e confrontare il valore generato in ambito sanitario in ciascun paese preso in esame,

– riflettere sul gap dell’Italia rispetto ai dati globali ed europei per l’attuazione di una strategia efficace di value-based healthcare

– verificare lo stato della Connected Care all’interno del sistema sanitario.

L’indagine prende le mosse  dal concetto che un modello sanitario basato sul valore e supportato dalle tecnologie connesse costituisca l’approccio più efficace per far fronte alle sfide della sanità odierna. Nel 2016 il Future Health Index misurava attitudini e percezioni dei cittadini rispetto al grado di prontezza ad accogliere la Connected Care. Lo scorso anno, nella seconda edizione, ha aggiunto alla popolazione la componente dei professionisti sanitari.

In Italia l’indagine ha coinvolto 1.453 individui di età compresa tra i 18 e i 65 anni e 204 medici, l’86% dei quali con più di 10 anni di anzianità lavorativa, dai quali sono state raccolte percezioni ed esperienze su accesso alla sanità, soddisfazione per i servizi erogati ed efficienza complessiva del sistema sanitario (tre fattori chiave dell’indicatore Value Measure), confrontati con dati di terze parti.

Accesso alla sanità, soddisfazione per i servizi erogati ed efficienza della spesa sanitaria in Italia

L’Italia, con un punteggio di 41,78, è in linea con la media globale (43,48) in termini di Value Measure (ad eccellere è Singapore con un punteggio di 54,61), ma è fanalino di coda in Europa con un punteggio inferiore alla media (47,77).

Nel confronto con i 16 Paesi dello studio, l’accesso alla sanità risulta essere leggermente superiore rispetto alla media grazie al minor peso dei costi per interventi chirurgici che gravano sui pazienti (1% rispetto alla media del 16%). Tuttavia, il punteggio dell’Italia è frenato da una densità inferiore alla media di professionisti sanitari qualificati (97 per 10.000 abitanti rispetto a una media di 109) e di letti ospedalieri (34 per 10.000 abitanti vs 38 medi).

Il punteggio di soddisfazione dell’Italia verso i servizi erogati è sostanzialmente sotto la media dei 16 paesi registrando un punteggio di 44,97 vs 52,85 degli altri Paesi. Si evidenzia però una differenza sostanziale tra popolazione generale e professionisti sanitari: per i primi il dato scende inesorabilmente fino al 39,13, evidenza supportata dal fatto che solo un italiano su 3 sente i propri bisogni soddisfatti. Più ottimisti, seppur sotto la media, i professionisti sanitari con uno score del 50,82. Discriminante, in questa lettura, il grado di fiducia palesato dagli intervistati (il 36% dichiara di fidarsi poco o per nulla). Complessivamente il paziente italiano è consapevole di vivere in un paese dove il servizio sanitario è una ricchezza, ma lamenta difficoltà ad accedere ai servizi offerti a causa, in primis, della disparità di trattamento tra le varie regioni e delle lunghe liste d’attesa.

Infine, di poco superiore alla media globale (27,24 vs 26,69) risulta il dato relativo all’efficienza: la spesa sanitaria risulta essere utilizzata in modo efficace. Un punteggio rafforzato da risultati superiori alla media (90 vs 77,3) in termini di stato complessivo di salute, ma leggermente frenato dalla spesa sanitaria di poco superiore alla media come percentuale del PIL (9,2 vs 9).

“Mai come quest’anno emerge chiara l’esigenza di ripensare il paradigma che definisce l’erogazione della cura e stimolare un dialogo aperto verso una trasformazione definitiva dei modelli di assistenza tradizionali”,  ha commentato Stefano Folli, Ceo e Presidente Philips Italia, Israele e Grecia. “Diventa ormai sempre più necessario il passaggio da logiche di costo a logiche di valore, rimodulare i criteri da prestazione a percorso terapeutico, da costo per singolo servizio a bundle a pacchetto, da sistema ospedale-centrico a sanità territoriale con strutture per la presa in carico del paziente e centri di altissima specializzazione. Questo paradigma impone un ruolo fondamentale alla tecnologia e alla Connected Care fornendo una base per migliorare accesso, integrazione ed efficienza del sistema e rappresentando la conditio sine qua non nel percorso verso la value-based healthcare”.

Connected Care e telemedicina: a che punto siamo?

Per valutare il livello di adozione della Connected Care, le interviste si sono focalizzate sulle modalità di raccolta e analisi dei dati clinici (e, quindi, sulle opportunità offerte dall’Intelligenza Artificiale) e di erogazione dei servizi di cura con un focus sugli investimenti in telemedicina.

In  Italia gli intervistati palesano ancora una scarsa conoscenza delle nuove tecnologie, ma ne riconoscono l’importanza e si dicono pronti ad adottarle, certi che porterà dei vantaggi concreti al loro modo di vivere la salute lungo tutto il continuum of care.

La raccolta dei dati clinici è già avviata nel nostro Paese grazie all’introduzione della Cartella Clinica Elettronica (CCE). Tuttavia l’Italia risulta sotto la media globale per gli investimenti sullo sviluppo della CCE e sui dispositivi wearable per la salute con un punteggio di 22,97, oltre 5 punti sotto la media. Basso il dato di adozione sia negli ospedali, con una spesa per letto intorno ai 1.800 $ contro una media di quasi 2.500 $, sia nel contesto ambulatoriale, con una spesa pro capite di 3,61 $ rispetto ai 4,67 $. Inoltre, solo un terzo dei medici di medicina generale dichiara di aver utilizzato la CCE.

Il punteggio dell’Italia in termini di raccolta dati è leggermente frenato da un tasso di adozione pro capite più basso della media globale di dispositivi wearable (0,03 utenti rispetto a 0,04 in media). Gli ostacoli principali sono legati alla privacy dei dati e alla lacune dell’infrastruttura tecnologica italiana.

L’analisi dei dati clinici è ancora difficoltosa in Italia (sotto la media, 34 vs 38,39). Esistono differenze significative tra gli investimenti nell’analisi dei dati per la diagnosi iniziale e in quelli per la pianificazione del percorso terapeutico: i primi sono in linea con la media globale (0,06 $ pro capite), mentre i secondi sono inferiori (0,02 vs 0,03 $).

Infine, per quanto riguarda l’erogazione dei servizi di cura, l’Italia è decisamente sotto la media con un dato complessivo che si attesta sui 14,69 a fronte del 22,41 della media dei 16 paesi. Un punteggio penalizzante, frenato da investimenti ancora troppo bassi in telemedicina e nella diagnostica per immagini. Nonostante l’Italia abbia un tasso di adozione pro capite superiore alla media di applicazioni pay-to-use per il monitoraggio remoto dei pazienti (0,0028 vs 0,0023 pro capite), lo stato attuale dell’assistenza sanitaria è potenzialmente limitato dalla mancanza di unità e di personale dedicati alla telemedicina sia in ambito ospedaliero, che ambulatoriale che domiciliare. Soprattutto, mancano i processi in grado di definire e regolamentare i flussi di lavoro nel contesto della teleassistenza, sia hospital-to-home che tra gli ospedali stessi. Eloquente il dato riportato dal Politecnico di Milano: seppur, infatti, si stima che nel 2017 le strutture sanitarie italiane abbiano investito circa 24 milioni di euro in questo ambito (in aumento rispetto ai 20 milioni dello scorso anno), solo il 38% dei direttori delle aziende sanitarie italiane reputa la Telemedicina un ambito molto rilevante.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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