Trattamento domiciliare Covid, i risultati di uno studio dell’Istituto Mario Negri

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La ricerca in ambito Covid-19 prosegue senza sosta, anche in ambito di cura e trattamento domiciliare. È di questi giorni, infatti, la notizia della pubblicazione su EClinicalMedicine, magazine che fa capo a The Lancet, dello studio A simple, home-therapy algorithm to prevent hospitalisation for COVID-19 patients: A retrospective observational matched-cohort study. Al centro dello studio clinico, ideato da Fredy Suter, primario emerito dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, e da Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri Irccs, un algoritmo di trattamento domiciliare efficace per i pazienti con Covid.19, da applicare nelle fasi precoci della malattia, per accelerare il recupero e prevenire l’ospedalizzazione.

Lo studio clinico

Lo studio ha coinvolto 90 pazienti con Covid-19 lieve trattati a casa dai loro medici di famiglia, tra ottobre 2020 e gennaio 2021 nel Nord e Centro Italia, con l’algoritmo proposto. I risultati sono stati confrontati con quelli ottenuti su pazienti con le medesime caratteristiche, ma trattati con altri regimi terapeutici. Sono stati analizzati come outcome primario il tempo di  risoluzione dei sintomi principali e come outcome secondario la prevenzione del ricovero ospedaliero. Si è osservato, in particolare, che su 90 pazienti curati con il protocollo proposto ai primi sintomi di Covid, solo due sono stati ricoverati, ovvero il 2,2% a fronte dei 13 del gruppo di controllo, pari al 14,4%. Il protocollo ha evidenziato anche una ricaduta significativa sul numero di giorni di ospedalizzazione, riducendoli del 90%, con conseguenti effetti benefici in termini di costi per il sistema sanitario. È stato inoltre stimato che il tempo medio occorrente per la remissione dei principali sintomi legati al Covid con l’assistenza domiciliare sia stato di 18 giorni, a fronte dei 14 necessari ai pazienti del gruppo di controllo.

Il protocollo di trattamento

Il protocollo suggerisce di avviare la terapia all’arrivo dei primi sintomi, senza attendere l’esito del tampone. Come spiegano infatti gli autori dello studio, nei primi 2-3 giorni, il Covid è in incubazione e il paziente asintomatico. Nei 4-7 giorni successivi la carica virale aumenta, dando avvio alle prime manifestazioni: tosse, febbre, stanchezza, dolori muscolari, mal di gola, nausea e vomito. Intervenire in questo momento, con farmaci antinfiammatori, iniziando la cura a casa e affrontando il virus così come si farebbe con una qualsiasi altra infezione respiratoria, potrebbe accelerare il recupero e ridurre l’ospedalizzazione. Secondo quanto elaborato da Suter e Remuzzi, se la febbre non è l’unico sintomo presente, i farmaci antinfiammatori non steroidei (Fans), così come anche l’acido acetilsalicilico (aspirina), sono da preferirsi al paracetamolo che, oltre ad avere una bassa attività antinfiammatoria, diminuisce le scorte di glutatione, sostanza che agisce come antiossidante. Questa carenza di glutatione rischierebbe di innescare un ulteriore peggioramento.

Lo studio inglese e australiano

I risultati emersi dallo studio clinico dell’Istituto Mario Negri sono stati confermati da un altro studio, condotto da ricercatori e inglesi e australiani e pubblicato anch’esso su The Lancet, che si è basato su un approccio precoce con un preparato anti-asma, contenente una piccola quantità di cortisone, da somministrare per inalazione nelle primissime fasi della malattia. Lo studio inglese ha coinvolto 73 pazienti, cui è stato somministrato tale preparato nei primi giorni di insorgenza dei sintomi lievi da Covid. I risultati di questo gruppo sono stati messi a confronto con quelli emersi dal trattamento tradizionale applicata a un ulteriore campione di 73 soggetti con le medesime caratteristiche. Sono stati registrati 2 ricoveri ospedalieri nel primo gruppo e 11 del secondo, analogamente a quanto verificato dallo studio italiano.

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