Il 2019 per le farmacie: rivoluzione o restaurazione?

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In un settore così fortemente condizionato dal quadro normativo come quello della distribuzione di farmaci, è inevitabile che anche i cambiamenti di scenario radicali non possano che essere ricondotti a interventi legislativi

Il processo di trasformazione di questi ultimi quindici anni è stato scandito da provvedimenti normativi. Avviato prima dal Decreto Storace del 2005, che ha introdotto gli sconti su farmaci senza obbligo di prescrizione e OTC, proseguito con le “lenzuolate” di Bersani del 2006, che hanno portato fuori dalla farmacia (ma sempre sotto la responsabilità di un farmacista) la vendita di SOP e OTC e, ancora, con i decreti Monti (“SalvaItalia” e “CrescItalia”), che hanno ulteriormente liberalizzato prezzi e sconti della componente commerciale e aumentato il numero di farmacie, questo processo avrebbe dovuto subire una forte accelerazione con il DDL concorrenza convertito nella Legge 124/2017 che consente l’entrata del capitale “privato” in farmacia e, di conseguenza, lo sviluppo nel mercato delle catene. Fatto questo che, anche per l’effetto “domino” esercitato su network di grossisti e cooperative (fusioni e rafforzamento di legami con le farmacie) conduce a una forte trasformazione strutturale in termini di concentrazione e di integrazione verticale.

Pur essendo un cambiamento epocale, la Legge 124/2017, non ha ancora prodotto una vera rivoluzione. I tempi necessari al cambiamento sono piuttosto quelli tipici di una più graduale e non totale trasformazione (vale a dire che una quota rilevante per numero e peso di farmacisti indipendenti probabilmente continuerà a esistere ed essere competitiva). Anche la tanto dibattuta liberalizzazione della fascia C produrrebbe un effetto rilevante ma non stravolgente, visto che metterebbe in gioco solo una quota del giro d’affari delle farmacie che comunque avrebbero armi per difenderla anche in un sistema in concorrenza. Che cosa potrebbe modificare questo scenario di graduale trasformazione? Ancora una volta interventi normativi e in particolare due di essi che, lungi dall’essere semplici ipotesi teoriche, sono stati oggetto di dibattito a livello istituzionale e parlamentare in questi anni e sono ancora attualissimi, tanto che i capitoli di questa storia non sembrano chiusi, anzi l’ultimo in ordine di apparizione è di dicembre 2018! Curiosamente questi eventuali mutamenti, entrambi di portata potenzialmente enorme, operano in direzioni diametralmente opposte: rivoluzione e estaurazione.

Rivoluzione, ossia ulteriore liberalizzazione

Il vero baluardo della farmacia consiste negli istituti fortemente collegati della ‘concessione esclusiva’ e della pianta organica. Se un intervento normativo dovesse abolire uno di essi, o addirittura entrambi, gli effetti sarebbero davvero rivoluzionari e i tempi della trasformazione rapidissimi. Si aprirebbe la strada a un doppio sistema (farmacia privata-farmacia con concessione) e soprattutto sarebbe possibile aprire farmacie private senza doverle acquistare. In questa direzione andrebbero anche alcune spinte, approdate anch’esse nelle commissioni parlamentari già prima dell’agosto 2017, volte alla soluzione della ‘anomalia’ rappresentata (per alcuni) dalle parafarmacie. Dovesse diventare norma la loro trasformazione in farmacie, al di là di ogni valutazione sulla congruità di un tale provvedimento rispetto a chi la farmacia l’ha vinta per concorso e in localizzazioni quasi mai interessanti, l’effetto sul sistema sarebbe decisamente impattante e produrrebbe un radicale incremento della concorrenza ma soprattutto una possibile accelerazione del processo di creazione di catene.

Restaurazione

A dir la verità un po’ a sorpresa, a dicembre 2018 è comparsa nelle aule parlamentari una proposta di legge o meglio un “sub-emendamento” alla Legge di Bilancio che ha come oggetto proprio l’elemento fondamentale del processo di liberalizzazione del settore contenuto nella Legge 124/2017, vale a dire la possibilità di entrata del capitale nella proprietà delle farmacie.

Il subemendamento 41.029.7 (o “Trizzino”, dal nome del deputato del Movimento Cinque Stelle che lo ha portato in Commissione, insieme alle misure di sostegno alle farmacie a basso reddito esentate dallo sconto al Servizio sanitario nazionale per scaglioni di fatturato, prevede un limite alla presenza di capitale “esterno” nella proprietà delle farmacie, introducendo un vincolo per il quale il 51% delle quote di una farmacia deve essere di proprietà di farmacisti iscritti all’albo).

È evidente che se dovesse passare un tale provvedimento, il processo di liberalizzazione subirebbe una gelata clamorosa, perché sono pochi gli investitori finanziari e industriali interessati a entrare nelle farmacie senza garanzie di poterle controllare e governare. Anzi, si assisterebbe a un passo indietro notevole, visto che molte farmacie e catene diventerebbero di colpo “fuori legge” e dovrebbero trovare soluzioni in tempi rapidi per rientrare nei vincoli di questa potenziale norma.

Nel momento in cui si scrive questo iter si è bloccato, perché non è possibile inserire all’interno della Legge di Bilancio contenuti estranei all’oggetto del provvedimento e il sub-emendamento è stato così “espunto” dalla Legge di Bilancio in quanto produrrebbe una norma di carattere “ordinamentale od organizzatorio”.

Ma la partita non sembra finita. Gli “stakeholders” si sono naturalmente già palesati: da un lato, Federfarma e Utifar hanno plaudito all’emendamento sostenendo non solo le “ragioni economiche” della categoria (tutela dei piccoli indipendenti, ma forse anche dei network) ma anche la difesa della professione e della natura professionale del settore.

Dall’altro, le catene (e più precisamente Alliance Healthcare, Dr. Max, Lloyds Farmacia, Admenta Italia e Hippocrates Holding) stanno facendo le loro pressioni sul Governo al fine di illustrare i “rischi derivanti dall’applicazione del provvedimento“. Anche in questo caso, oltre alle ragioni economiche di categoria, saranno argomentate le pressioni per un adeguamento a livello europeo e soprattutto la “certezza del diritto” o meglio la sua “incertezza” che riduce l’attrattività del Paese per gli investitori, siano essi Italiani o stranieri.

Un simile provvedimento porterebbe a un nuovo scossone nei prezzi di mercato delle farmacie, perché farebbe abbassare di molto la domanda e, quindi, il valore di mercato delle singole farmacie.

Non aspettate la politica

Infine, in questo contesto non è indifferente la posizione della politica. Significative le dichiarazioni degli esponenti del M5S, non solo dell’onorevole Trizzino, ma anche della stessa Ministra della Salute, Giulia Grillo, che ha affermato pubblicamente in merito al sub-emendamento: “Si tratta di un argine al rischio di strapotere delle società di capitale internazionali che possono fare piazza pulita delle piccole farmacie” e ancora “… serve a impedire la svendita delle nostre farmacie alle catene che pagano le tasse all’estero, chissà dove, e la distruzione del lavoro dei farmacisti che sono professionisti sanitari e dunque rappresentano per tutti i cittadini, soprattutto nei piccoli centri, le sentinelle e spesso il primo punto di riferimento sanitario”.

Il futuro delle farmacie sembra dunque essere strettamente legato alle sorti dell’attuale Governo (e in parte lo è), ma sarebbe un errore per tutti (e per i farmacisti per primi) attendere gli esiti delle battaglie parlamentari e di un’eventuale futura competizione elettorale perché comunque il mondo (i consumatori, le loro attese e il modo di rapportarsi ai canali fisici e digitali) sta cambiando prima e più in fretta delle norme.

 

 

1 COMMENTO

  1. Con questo emendamento non si pensa ai figli orfani di genitori titolari di farmacia che non potrebbero, ancora una volta, mantenere la titolarità se non in possesso dei titoli e non sempre ciò è possibile se i figli orfani sono minorenni; oltre al danno, quindi, anche la beffa.
    Il capitale non crea un nuovo problema, ma si spalma su quello già esistente in Italia: la guerra dei prezzi e degli sconti, che esiste ovunque anche dove le catene sono inesistenti. Il vero problema è oramai l’acquisto su internet, unico vero nemico delle farmacie e al quale si dovrebbe trovare immediata soluzione. Quanto alle tasse che i grandi capitali pagano all’estero: piuttosto che impedire nuova ricchezza in Italia con l’approvazione dell’emendamento, il governo dovrebbe trovare nuove vie per garantire che le tasse siano pagate in Italia. Per non dire dei tanti posti di lavoro che si andrebbero a perdere con la consapevolezza che per i farmacisti licenziati è impossibile accedere al credito per l’apertura di parafarmacie.

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