Solitudine e mortalità. Certamente la prima non è una stretta determinante della seconda, ma che una sana vita sociale possa precorrere una longevità per quanto più possibile in salute è documentato in numerosi studi.
Il più citato a tal proposito è Loneliness and Social Isolation as Risk Factors for Mortality: A Meta-Analytic Review, pubblicato su Perspectives on Psychological Science nel 2015, che spiega come l’isolamento sociale sia associato a un aumento del rischio di mortalità del 29% e che la solitudine percepita porti a un aumento di questo rischio del 26%. Allo stesso modo, una meta-analisi del 2023 di 90 studi ha associato la mancanza sistematica di relazioni sociali a un rischio maggiore di mortalità per tutte le cause.
Il tema è stato snocciolato anche durante il panel The Loneliness Epidemic: Belonging, Community and Mental Health in the Digital World, parte del Milan Longevity Summit, tenutosi dal 20 al 23 maggio all’Allianz MiCo di Milano, la cui discussione ha analizzato sia le cause della crescente solitudine contemporanea che le sue implicazioni.
La solitudine nelle grandi città
Innanzitutto, occorre distinguere l’isolamento, che è una condizione fisica e sociale oggettiva di mancanza di contatti, dalla solitudine, cioè la percezione soggettiva ed emotiva che si può provare anche quando si è circondati da persone. Come precisa l’Ordine Nazionale degli Psicologi, il senso di solitudine non è di per sé una malattia, ma è un fattore di rischio importante per la salute perché, se protratto nel tempo, può generare problemi psichici e/o fisici.
Nonostante sia un fenomeno trasversale che coinvolge fasce d’età e aree geografiche differenti, paradossalmente, i centri abitati più popolosi registrano un maggior tasso di solitudine percepita. In un’ottica cittadina, le farmacie rappresentano presìdi fondamentali sul territorio, non solo per l’erogazione di farmaci e servizi sanitari, ma anche per la loro prossimità alle persone. La loro diffusione capillare le rende punti di contatto essenziali soprattutto per le fasce più fragili della popolazione, che spesso cercano luoghi di ascolto e relazione.
Tra le città italiane con il rischio più alto di isolamento c’è Milano. Una delibera del 2025 approvata dalla giunta comunale ha evidenziato che i nuclei monocomponenti sono passati dal 45% al 57% in vent’anni, con oltre 430mila persone che vivono da sole. Questo fenomeno riguarda sia giovani professionisti e studenti sia tanti anziani. «Sempre più persone cercano opportunità di lavoro nelle grandi città – ha spiegato Tiziana Mele, Managing Director di Lundbeck Italia – e questo le costringe ad allontanarsi dagli affetti più cari. Costruirsi nuove relazioni è possibile, ma non è detto che siano altrettanto intime».
“Malattia” dei nostri tempi, il senso di solitudine si è diffuso anche fuori dai confini italiani. Come ha precisato Ulrike Dobelstein-Lüthe, Managing Director, Fürstenberg Foundation, «in Germania il governo ha tagliato i fondi per la salute mentale e quasi la metà delle persone tra i 30 e i 60 anni si sente sola. In più, c’è un’enorme distanza tra le generazioni. Soprattutto i più giovani sentono di non avere nessuno con cui confidarsi apertamente».
Connettività e connessione
I social, nati con l’intento di connettere persone distanti tra loro, hanno finito per dare, in alcuni casi, il risultato opposto. L’analisi del 2021 Social media use, social anxiety, and loneliness: A systematic review dimostra l’esistenza di dinamiche simili tra le persone che soffrono di solitudine e quelle che sperimentano stati d’ansia. In entrambi i casi, si osserva una maggiore tendenza a un uso problematico dei social media, spesso impiegati come strumento per compensare la carenza di relazioni nella vita reale.
Il paradosso è stato oggetto della riflessione di Maddalena Illario, Chair, Reference Site Colaborative Network RSCN, che ha sostenuto che la solitudine è una sfida sociale e, come tale, richiede una risposta collettiva. Se non è possibile arrestare l’evoluzione tecnologica che sta trasformando il lavoro e le relazioni, è però necessario ripensare il modo in cui costruiamo e manteniamo i rapporti umani autentici.
«La nostra società ha ridotto gli spazi comunitari – spiega l’esperta – e questo si riflette sulla qualità di vita di tutti. Dobbiamo chiederci cosa abbia valore per la nostra società. Dovremmo investire sulla creazione di luoghi pubblici in cui tutti, compresi i giovani adulti, possano dedicarsi ad attività significative. In questo modo si creerebbe davvero connessione, perché, spesso, attraverso internet abbiamo solo connettività».
La domanda da porsi, dunque, non è tanto perché i chatbot o gli altri strumenti digitali siano utilizzati dai più giovani per confidarsi e cercare supporto emotivo, quanto perché molti adulti non rappresentino più gli interlocutori di riferimento.
«I ragazzi costruiscono sempre più spesso la propria identità, il senso di autonomia e il sentimento di appartenenza attraverso i social media – ha concluso Dobelstein-Lüthe – piuttosto che all’interno della famiglia, del vicinato o delle tradizionali reti di amicizia. A sfavore delle relazioni umane pesano ancora i pregiudizi e i timori di essere giudicati. Le piattaforme di IA generativa, al contrario, vengono spesso percepite come spazi privi di critiche e stigmatizzazioni, luoghi di ascolto e comprensione. Un aspetto particolarmente rilevante quando si parla di salute mentale. Per rafforzare i legami umani e contrastare la solitudine, è necessario un cambiamento culturale, così da riappropriarci della nostra umanità».


