Un frutto amaro contro il diabete, Momordica charantia

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Fonte inestimabile di micro e macro nutrienti come fibre, proteine, flavonoidi (luteina e zeaxantina), vitamine (vitamina C e acido folico) e sali minerali (potassio, fosforo, ferro, calcio e zinco), povero in grassi e a basso contenuto calorico (solo 17 kcal/100 g), Momordica charantia esprime al meglio il suo potenziale terapeutico grazie a un particolare fitonutriente: il polipeptide-P, una sorta di insulina vegetale in grado di ridurre la glicemia nel diabete di tipo 2.

Momordica charantia (famiglia delle Cucurbitacee) si contraddistingue come uno dei frutti più amari al mondo, tanto da essere per lo più nota con il nome di bitter melon (melone amaro) e bitter gourd (zucca amara). Cresce nelle aree tropicali e subtropicali, dove il clima è caldo e umido, dall’India all’Asia, fino all’Africa e ai Caraibi, l’Australia e le isole del Pacifico. Potrà cambiare nome (in cinese ku gua, in giapponese goya, in Hindi tita kerala, in indiano karela, in filippino ampalayaspagnolo pepino amargo…) ma è impossibile non riconoscerla: la sua pianta rampicante si ramifica in altezza, quasi come una vite, sprigionando un odore pungente e sgradevole e producendo frutti bitorzoluti, dal colore inizialmente verde che poi vira verso il giallo-arancio. I frutti vanno raccolti a settembre, prima di raggiungere la maturazione completa, e di questi i semi e la polpa che li avvolge vengono scartati, a causa del contenuto di alcaloidi tossici.

Storia e tradizione

Tra le leggende della cultura induista Momordica Charantia compare in relazione alla figura di Sumati, moglie del re Sagar. Si racconta che la regina riuscì a concepire la propria prole, dando vita all’umanità, grazie a questa particolare zucca amara! Nella medicina ayurvedica è riconosciuta come un valido rimedio per gotta, fegato e milza mentre nel centro e sud America il suo infuso è tradizionalmente sfruttato contro i raffreddori e per abbassare la febbre.

Come si assume

Il frutto è assunto essiccato, a pezzetti o in polvere, oppure sotto forma di infuso e tè (molto apprezzato nei paesi dell’Asia orientale) per attenuarne il sapore amaro. Se ne può anche bere la spremuta di frutto fresco e viene impiegato in molte ricette culinarie: ricordiamo Goya chanpuru (zucca amara, salsa di soia, tofu, maiale e uova, spesso di quaglia) il piatto più rappresentativo dell’isola di Okinawa, tanto salutare da considerarsi un elemento fondamentale nella ricetta di longevità di questa popolazione centenaria. Per attenuare il più possibile la sua amarezza, il frutto va lasciato a lungo immerso in acqua salata e molto calda.

Proprietà

Le sue virtù antidiabetiche sono note da secoli nella medicina popolare e in quella ayurvedica, ma anche studi più recenti le confermano: per esempio, una sperimentazione condotta per otto settimane su soggetti individuati come pre-diabetici tra la popolazione della Tanzania ha mostrato che un’integrazione quotidiana di polvere di Momordica charantia riduce in modo significativo i livelli di glicemia a digiuno [1]. Contribuisce a regolarizzare l’intestino, a migliorare la funzionalità digestiva e all’eliminazione di tossine dall’organismo. L’estratto delle sue foglie mostra un interessante spettro antimicrobico in vitro contro E. coli, Pseudomonas e salmonella, oltre che antivirali e favorisce la guarigione delle ulcere [2].

Avvertenze

Dolori e gonfiori addominali, difficoltà digestive e diarrea possono subentrare a seguito di una sua assunzione eccessiva. In concomitanza a una terapia ipoglicemizzante, prima di assumere di Momordica charantia vanno valutati gli effetti additivi dal medico specialista. Non va usato in gravidanza, perché potrebbe indurre contrazioni uterine.

Bibliografia

[1] Bitter gourd reduces elevated fasting plasma glucose levels in an intervention study among prediabetics in Tanzania di Krawinkel et al.; Journal of ethnopharmacology; 2018 Apr 24; 216:1-7.

[2] The in vitro antimicrobial activity of fruit and leaf crude extracts of Momordica charantia di K D Mwambete; African Health Sciences; 2009 Mar, 9(1): 34–39.

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